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venerdì, luglio 29, 2005 Maggio 1973
Un giorno tornando dall’asilo dissi “sai mamma oggi ci hanno insegnato una canzone nuova… fa così: Mamma son tanto felice, perché ritorno da te….” Al che i miei genitori invece di ascoltare, continuarono la strofa “… la mia canzone ti dice, ch’è il più bel giorno per me..” MA COME ERA POSSIBILE CHE LA SAPESSERO GIA’ ???? Era nuova! Avevano forse parlato con le suore?? Alla fine mi hanno detto che non era una canzone nuova e che la riciclavano tutti gli anni per la festa della mamma… un po’ ci sono rimasto male. Avevo solo tre anni e non sapevo niente della festa della mamma. E poi in questo modo avevo smaccato tutto… non sarebbe più stata una sorpresa per la festa della mamma… Meno male che quell’anno era previsto solo un normalissimo coro dei bambini. Tra le altre canzoni c’era anche “ho fatto un mazzolino, coi fiori del giardino, li ho colti stamattina insieme col papà… CUT … una rosa perché ti voglio bene, una viola perché sarò obbediente… ecc. Da bimbo li facevo veramente i mazzolini di fiori da portare alla mamma. I prati intorno a casa, in primavera erano tutti un fiore. Tantissime margherite… gli “occhi della madonna” e poi i “piscialetti” (denti di leone)… la mamma apprezzava ugualmente, anche se sono fiori poco pregiati. Che poi, a mio parere, il piscialletto è un fiore bellissimo! E’ allegro. Altro che i fiori coltivati. All’asilo avevo trovato una fidanzata. Si chiamava S. Era bionda e aveva i codini. Così almeno per un breve periodo della mia vita potevo rispondere con orgoglio a tutte le zie e parenti vari che chiedevano “E la fidanzatina? Ce l’hai la fidanzatina?” Hanno iniziato dall’asilo… e sono andati avanti per trent'anni. S. non l’ho rivista per molto tempo… poi ha portato sua figlia all’asilonido da mia madre, mentre io ero militare. Quindi già molto tempo fa. Si è sposata giovanissima. Sua figlia rischierò di trovarmela come collega neomamma alle riunioni dei genitori dell’asilo di mio figlio.
Piccola postilla divertente. Insomma... divertente per modo di dire:
Dopo pochi mesi di patente, mia madre fu coinvolta in un incidente e la "Gigia" (la 600) fu completamente distrutta. Io riferii alle suore ciò che avevo sentito in casa: Denis: "sa che mia madre l'hanno inculata" Suora: "O____________________________O !!!!! " Denis: "sì, l'hanno inculata in macchina" Suora: "ma chi???" Denis: boh... un signore..
Dopo mi hanno spiegato che era più corretto dire "tamponata". Ma allora perché i miei usavano quel termine? La morte della Gigia fu una cosa abbastanza critica.... anche perché non c'erano soldi per comprare una macchina nuova... è vero che c'era l'assicurazione, ma rispondeva per il valore effettivo della macchina. Che era usata. E poi mia madre era terrorizzata dal dover imparare a usare una macchina diversa. Aveva provato la 125 una volta... vabbè a parte che aveva bruciato il freno a mano, comunque non si trovava. Fortunatamente trovammo un'altra 600 uguale identica, stesso modello della Gigia.... solo un po' più vecchia e soprattutto molto più malmessa. E questa volta di colore bianco. La vendeva un cugino di mio padre che si comprava la 128 nuova. La nuova 600 fu chiamata Caròla. Aveva un carattere tutto suo... molto capricciosa e permalosissima. E bisbetica. Però aveva una personalità. E poi faceva tantissimi rumori che variavano tutti i giorni. Muggiva, faceva i verso della papera, ringhiava.. ogni sorta tonfi e cigolii strani. Una cosa molto divertente era li clacson. Si poteva cambiare con un pulsante sotto il cruscotto. C'erano due modalità di suono: il bibip semplice, come quello della cinquecento e del pulmino. Oppure la tromba... una sorta di suono bifonico. Era simile a quello della 125.
giovedì, luglio 28, 2005 Aprile 1973
Il pulmino per l’asilo partiva da casa di mia nonna. Se fossi partito da casa mia sarei dovuto andare all’asilo di Gavasseto, ma rientrando alle quattro non ci sarebbe stato nessuno a prendermi. Comunque meglio così… a Gavasseto non conoscevo nessuno. Solo il mio vicino di casa P. che da quando andavo all’asilo vedevo sempre meno. Invece a Fogliano c’erano molti bambini vicini di casa di mia nonna, che conoscevo già. E poi c’era mia cugina, che da piccola era sempre a casa malata… dal raffreddore a tutte le malattie infantili. Le ha fatte tutte. Io invece ho avuto solo il morbillo. Proprio il primo anno d'asilo. Mi ricordo che stavo male e piangevo, ma non mi ricordo che cosa mi sentissi. Come un malessere indefinito. Il pulmino era un vecchio Fiat 238 bianco. C’erano i sedili di finta pelle marroni. Quelli dietro disposti fatti a panchetta e i bambini si sedevano uno vicino all'altro. Davanti c'erano due sedili. Al mattino lo aspettavamo nel cortile che c’è a metà tra casa di mia nonna e quella dei vicini (allora non c’era la recinzione) e anche altri bambini del vicinato venivano lì. L’autista si chiamava E. ed era un amico di mio zio. Qualche volta lo incontravo a casa sua. Era sposato con una donna cattivissima che lui chiamava “Veleno”. A casa di mio zio si sfogava (ridendo) raccontando delle presunte angherie a cui lo sottoponeva la moglie e dei dispetti che si facevano reciprocamente. Sul pulmino stavo sempre davanti vicino a lui, perché cantavamo. Gli adulti trovavano divertente che io sapessi tutte le canzoni… ma soprattutto cantavamo canzoni a tema politico… le canzoni dei partigiani o le più recenti dei movimenti di contestazione… d’altronde il ’68 non era molto lontano. Io le conoscevo tutte perché le avevo sentite in casa. La bidella era preoccupatissima e intimava sempre all’autista di non cantare certe canzoni… lo ha pure detto a mia nonna. “Mi raccomando non cantarla alle suore!” si raccomandavano entrambe. Io ovviamente non capivo… “compagno cittadino” e “fratello partigiano” non erano mica parolacce! Il rosso in fondo è un bel colore per una bandiera. Dà allegria… Non capivo perché mai non si potesse cantare alle suore… ma d’altronde se le suore vietavano anche cose tranquille e inoffensive come giocare a cagnolini, ci stava benissimo anche che vietassero di cantare e di fischiare. Si erano inventate pure il gioco del silenzi, figuriamoci! Al pomeriggio dopo (non aver) mangiato, era obbligatorio il riposino. I bambini più piccoli dormivano sulla brandina, mentre quelli di 4 e 5 anni dovevano dormire sul banco. Alcuni bambini avevano ancora il ciucio e lo tenevano in tasca tirandolo fuori di nascosto quando andavano a letto, perché si vergognavano. Io d’altronde avrei dovuto avere la sottana… ma siccome non era il caso di dare in dotazione una sottoveste di pizzo all’asilo delle suore, mia nonna mi aveva tagliato dei pezzi di seta delle dimensioni di un fazzoletto, che io tenevo in tasca e tiravo fuori all’occorrenza. Teoricamente per addormentarmi. In pratica invece, all’asilo, non ho mai dormito. L’ora del riposino era solo un interminabile conto alla rovescia. Aspettavo con pazienza che arrivasse l’ora della merenda (schifosissima), dopo di che me ne sarei finalmente andato a casa dalla nonna. postato da deniz |
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mercoledì, luglio 27, 2005 Marzo 1973
Dopo qualche mese da dipendente comunale, mamma iscrisse papà a un concorso perché passasse anche lui sotto il Comune. Fare il trattorista a quei tempi era molto faticoso e soprattutto si facevano orari impossibili. In certi periodi più di 15-16 ore al giorno. Mia madre avrebbe preferito per lui un impiego che gli lasciasse più tempo libero da dedicare alla famiglia. Malgrado il nuovo lavoro, il tempo dedicato alla famiglia,invece non mutò in modo significativo. Almeno nei primi anni. Quando tornavo dall’asilo, qualche volta era presente. Però poi mi portava al bar e si metteva a giocare a carte e a fumare con gli amici. Io mi annoiavo a morte… e poi odiavo il fumo. Non c’era niente di divertente. Dopo un po’ arrivava mia nonna, che abitava di fronte al bar e con la scusa di offrirmi un toast o un budino, mi portava via. Per fortuna. Io ovviamente cercavo sempre di fare il possibile per andare dalla nonna. Quando tornava mia madre che mi trovava dalla nonna, dopo, a casa, i miei genitori litigavano un po’… Il babbo si giustificava dicendo che non era stato lui a chiederle di tenermi, ma aveva fatto tutto da sola. E non puoi negare a una nonna di stare col nipotino, soprattutto poi se sai che molte volte avrai bisogno di lei e domani dovrai chiederle di fare quello che oggi vorresti impedirle.
martedì, luglio 26, 2005 Febbraio 1973
Una cosa buffa dell’asilo fu il carnevale. Quell’anno ebbi il mio primo vestito da carnevale. Da indiano. Non era un vestito nuovo. L’aveva dato a mia nonna una vicina di casa, poi mia nonna gli aveva fatto delle modifiche e lo aveva adattato alle mie misure. Mia cugina invece si era vestita da fatina. All’asilo di Fogliano c’era un 95% di bambine vestite da fatina e un 97% di bambini vestiti da Zorro. A me il mio vestito non dispiaceva. Non invidiavo gli Zorro. Mi faceva solo un po’ gola la spada, perché non avendola ero escluso dal gioco nuovo che c’era solo in quei giorni: i duelli di scherma. Un paio di volte sono riuscito a farmela prestare dal mio amico S., il nipote di un’amica di mia nonna. Ma poi non è che mi interessasse più di tanto giocare con la spada… anzi… i giochi dei miei amici maschi non mi hanno mai interessato più di tanto, perché erano violenti. Pensavo che la maggior parte dei miai coetanei non sapesse stare al mondo. Io mi sentivo molto più "adulto". I bambini non avevano cognizione. Finivano sempre per litigare, sempre spintoni, pugni, abusi di ogni tipo dei più forti sui più deboli… Piuttosto giocavo con le bambine… che avevano giochi meno divertenti, ma almeno si poteva ragionare. Poi c’era mia cugina, meno male, che era l’unica che mi aveva capito… Mia cugina era un po’ un maschiaccio… nel senso che non si faceva mettere sotto da nessuno, aveva un carattere forte, ma al tempo stesso era buona e aveva il gene della mamma innato: mi imboccava quando piangevo perché non riuscivo a finire la pappa e le suore facevano pressione, mi allacciava il grembiule… questo già da piccolissima. Quando è nato suo fratello aveva otto anni e praticamente gli ha fatto quasi da mamma. Con lei e le sue amiche facevamo sempre dei giochi… di ruolo. Il negoziante e la massaia, il pilota e la macchina, il classicissimo papà e mamma oppure a cagnolini. C’erano due varianti: cane e padrone oppure entrambi cani. Ma di solo se non ci vedeva suor L. che non voleva che camminassimo a quattro zampe. A volte giocavo con le amiche di mia cugina. Essendo maschio, tra l’altro avevo sempre dei ruoli molto importanti che potevo interpretare solo io. Quindi, del vestito di zorro, più che altro invidiavo un po’ il ruolo… era un vestito, ma era anche un gioco. Per una volta all'anno, giocavi a fare Zorro. Il mio era solo un vestito… oltre a farti vedere e ricevere i complimenti per quanto eri carino, non potevi fare molto di più. Il gioco finiva lì. Di divertente restavano solo i coriandoli.
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lunedì, luglio 25, 2005 Gennaio 1973
Una delle cose più brutte dell’asilo era la mensa. Il resoconto delle suore ai genitori era sempre lo stesso: “questo bambino non mangia”. Che alla fine dicevano che non mangiavo anche se non era vero… quello che mangiavo non bastava mai. Allora tanto vale non mangiare, non vi va mai bene niente, cavolo! Il cibo effettivamente, in generale, non mi piaceva. Ma c’era un insieme di cause diverse. Un po’ l’ambiente per cui andavo a mangiare svogliato… un po’ era l’effettiva qualità del cibo. C’era un odore sgradevole… un odore alieno, troppo diverso dall’odore della cucina di casa mia, di casa di mia nonna… ma anche a casa delle zie, dei parenti, degli amici dove di solito mangiavo senza fare storie, c’era un odore diverso. E poi c’era tutta quella promiscuità… ti ritrovavi a tavola con bambini che nemmeno conoscevi, che non erano la tua famiglia… bambini che sbrodolavano, che toccavano con le mani la roba che mangiavi tu.… bambini col moccolo che scendeva e che doveva essere la suora a dire di soffiarsi il naso. Bambini che tossivano, che sputacchiavano… io sono sempre stato molto schizzinoso su queste cose. Anche se le vedevo distanti dieci tavoli da me, mi toglievano l’appetito. Mi capita ancora adesso, comunque. Poi però c'era l'aggravante che quando alle quattro e mezza tornavo a casa, siccome la suora accomagnatrice mentre scendevo dal pulmino, raccondava a mia nonna che non avevo mangiato, la nonna, visto che non avevo mangiato, mi preparava una seconda merenda molto sostanziosa... tipo budino, toasts, pacchetti di ringo o di togo... guastandomi completamente l'appetito per la sera. La sera poi mia mamma andava in panico perché non mangiavo e non avevo mangiato neanche all'asilo, quindi mi cucinava diecimila cose diverse per vedere se mangiavo qualcosa. Io tra l'altro mi sentivo anche in colpa se non mangiavo la seconda o terza cosa che mi aveva preparato. A volte mangiavo qualcosa sforzandomi moltissimo... ma proprio non mi andava. Dopo il primo periodo dei sensi di colpa e del "che poverino è che non ha accettato l'asilo"... la pazienza finì e arrivò il periodo delle sberle e del "non ti alzi finché non hai finito" e delle cucchiaiate spinte con forza facendo aprire la bocca tirando i capelli... e poi ci rimaneva male se volevo sempre stare da mia nonna e a casa non volevo mai andare. Il dramma del bimbo che non mangia, così, dall'asilo arrivò anche nella vita in famiglia... e si trascinò fino agli ultimi anni delle elementari. Tra l'altro fisicamente stavo benissimo. Ero magro, ma ... in forze. E non mi ammalavo mai. Ma i pasti, una delle poche occasioni che mi erano rimaste per stare vicino alla mia famiglia, diventavano spesso un incubo... un susseguirsi di minacce, proposte di alternative, suppliche e botte. Questo a mio figlio non capiterà. Se non mangerà, vorrà dire che ha già mangiato abbastanza. Il giorno dopo darò una razione un po' più piccola... e vuoi scommettere che la finisce? Al giorno d'oggi in occidente non ci sono bambini che muoiono di fame col piatto pieno suol tavolo.
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domenica, luglio 24, 2005
Dicembre 1972 – la maledizione
… e quando avrai compiuto il terzo anno di vita, ti pungerai con un fuso e …. finirai all’asilo!
No, all’asilo no, all’asilo no!!
E invece sì. Il giorno primo dell’anno 1972 fui portato nell’esecrabile asilo delle suore di Fogliano, dove passai i peggiori giorni della mia infanzia. Il primo giorno d’asilo me lo ricordo ancora. Con tutti e due i genitori presenti, il dialogo con le suore… qua si mangi, questo è il refettorio, qui venite a fare il riposino…. questo è il tuo armadietto. Sul mio armadietto c’era un semaforo per distinguerlo dagli altri. Forse sarebbe stato quasi meglio … non dico andare subito col pulmino, come i giorni successivi. Ma almeno che ci fosse solo mia mamma. Tutti e due i genitori a colloquio, le domande… sembrava proprio che fosse una cosa fuori dal comune. Troppa enfasi. Anche il distacco… forse era meglio fossero andati via come niente fosse… Invece c’era tensione. “Mi raccomando fai il bravo, vedrai la tua maestra sembra buona… e poi tra pochi giorni iniziano le vacanze”. Il primo giorno d’asilo ho pianto. E anche i successivi. Non scene isteriche. Ho accettato la situazione, ma mi veniva comunque da piangere.
A dicembre gli altri bambini erano già tutti ambientati e facevano dei gruppetti tra loro. Io comunque conoscevo molti dei bambini che c’erano. C’era mia cugina, c’era la S., la vicina di casa di mia nonna, anche lei un anno più grande di ma. Nella mia sezione, c’era anche il nipote di un’amica di mia nonna, che conoscevo già bene. Tra l’altro c’era anche l’attuale marito di mia cugina. Ma allora non sapevano che un giorno sarebbero diventati marito e moglie. Si sono rivisti dopo nelle foto. Gli altri bambini comunque erano quasi tutti cattivi, poco propensi ad accettare uno nuovo… non vedevano nessun vantaggio. C’era il bigliardino con cui potevano giocare in quattro. Io non ho mai potuto giocare. Mi picchiavano sempre. Mia cugina era l’unica che mi difendeva un po’… quei pochi rapporti sociali che ho avuto sono stati con qualche amica di mia cugina. Altrimenti mi piaceva stare con la bidella (che tra parentesi era la nonna del marito di mia cugina, ma io allora non sapevo che un giorno sarebbe stata la nonna del marito di mia cugina). Con lei potevo parlare, sentire storie, raccontare… essere considerato un attimo. Mi piaceva aiutarla a spolverare, mi offrivo di prendere le cose che servivano. Almeno lei era riconoscente. E gentile. Gli altri menavano e basta, se facevi qualcosa di carino non è che ti ringraziavano… diventava obbligatorio farlo.
Le suore erano dal medio-indifferente al cattivo. Ce n’era una che mi faceva gli “occhiacci”. Suor L. Cattivissima! Io ero molto sensibile all’opinione degli adulti… adesso vedo i bimbi all’asilo nido di mia mamma, che prima dei tre anni ti mandano affanculo come se fosse la cosa più normale del mondo.
Io invece avevo molta più soggezione… tra l’altro, quella stronza faceva gli occhiacci per cose innocue. Perché non ero cattivo… insomma con tutti i teppisti indisciplinati che c’erano lì, veniva a fare gli occhiacci a me. Solo perché mi mettevo a quattro zampe per esempio… cose del genere. Io giocavo a cagnolini e mi mettevo a quattro zampe. Non si poteva. Invece quegli altri che giocavano ai cowboy che sgozzano gli indiani e sparano alla gente e menano pure, stanno in piedi e va bene lo stesso. Ma vaffanculo, suor L. , se ci sei ancora!
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sabato, luglio 23, 2005 Novembre 1972
Da mia nonna c’erano tanti gatti. C’era la Mimina che era la capogatta e poi c’erano i tutti i mimin che nascevano… faceva una cucciolata o due all’anno e le lasciavano sempre solo due maschi.
Se qualcuno li chiedeva, li si regalava volentieri. Altrimenti, restavano con gli altri. E’ stato così fino al 1978. Mio bisnonno mi diceva che da quando era bambino i gatti erano sempre quelli… cioè i figli dei figli dei figli. Ogni cucciolata tenevano sempre due maschi… fino a che non succedeva che nasceva una cucciolata di sole femmine. E allora si lasciava giocoforza la femmina, consapevoli che la stagione successiva il ritmo di crescita sarebbe raddoppiato.
Mio bisnonno mi diceva anche che, fino a qualche anno prima, i suoi gatti erano sempre tutti rossi. Era una caratteristica di famiglia. In paese se si vedeva un gatto rosso in giro si pensava subito che era “di quelli di mio bisnonno”. Tra gli altri gatti di paese infatti il colore prevalente era il tigrato grigio. I classici gatti soriani. Per questo, i gatti di mio bisnonno erano apprezzati e non era raro che qualcuno gli chiedesse un gattino… ma poi, pian piano il colore rosso si è perso. La mamma della Mimina non l’ho vista. Dalle descrizioni di mio bisnonno (testuali parole: “era brutta che non si poteva guardare”) deduco che fosse una squama di tartaruga. Infatti, sempre secondo i racconti dell’antenato, lei non partoriva solo gattini rossi. Ne faceva un po’ grigi e un po’ rossi. La Mimina era appunto grigia tigrata. Ma non brutta. Una gatta normalissima, che ha fatto tanti gattini di tanti colori diversi. Ma mai rossi. L’unico gatto rosso che mi ricordo era Leone. Tra gli ultimi della generazione precedente. Ricordo che una volta era salito su un albero e non riusciva più a scendere e mia zia era disperata. Poi c’era il "gatto vecchio" che era tigrato come la Mimina. Poi c’era Fufi, anche lui tigrato e anche lui più vecchio della Mimina. Probabilmente suo fratello. Gastrito invece era l’unico che non era di quella famiglia. Era un siamese. Ed era cattivissimo, al contrario degli altri che erano tutti buoni. Si faceva odiare da tutti… Gli altri erano tutti figli della Mimina. Sono nati fino al '77, anno in cui la Mimina è morta, lasciano un’unica figlia femmina che morì un anno dopo. La dinastia si estinse naturalmente con la morte di Filosofo, l’ultimo gatto (rosso!!!… cioè… crema) nel 1992.
In passato molti gatti rossi trovavano facilmente casa, anche fuori perché essendo rossi erano più richiesti. Negli anni settanta invece, fu purtroppo la spietata selezione “stradale” a mantenere la stabilità numerica della famigliola di gatti. Quelli che sopravvivevano però hanno avuto una vita bellissima. Ricordo che per farli giocare mio nonno legava i tappi di sughero agli “schiavaroli” delle sedie. La Mimina era una grandissima cacciatrice di topi. Non se ne faceva scappare uno. A me, da piccolo, i topolini non facevano tanta impressione. Quando se ne prendeva uno nella trappola, lo prendevo per la coda per portarlo alla Mimina. Adesso invece, se ne vedo uno a dieci metri, mi arrampico su per i muri. Mi fanno talmente schifo che vado completamente fuori di testa. Potrei anche lanciarmi dalla finestra o gettarmi fuori da un’auto in corsa se mi accorgessi della presenza di un topo.
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giovedì, luglio 21, 2005 Ottobre 1972
In tutto quel trambusto, i miei pensarono bene che, essendo nato in dicembre, ero ancora troppo piccolo per andare all’asilo. Anche se la mia classe aveva cominciato a settembre, io ci sarei andato col nuovo anno, così da avere tre anni compiuti! Quei pochi mesi sono fondamentali. Fino a tre anni si deve restare con la mamma! O con la nonna, se la mamma inizia a lavorare fuori casa. Mia mamma aveva infatti vinto il concorso per ausiliaria nel primo asilo nido comunale. Era arrivata seconda con quattro posti disponibili e un infinità di iscritti. Però a settembre non era tutto pronto per l’inaugurazione dello storico asilo nido G. Cervi. Per chi non lo sapesse Genoeffa Cervi era la mamma dei fratelli Cervi. Che è morta. Da anni!! (lo dico per il presidente del consiglio, per risparmiargli un’altra gaffe). L’asilo nido avrebbe aperto dopo pochi mesi.
Nel frattempo a mia madre fu proposta una supplenza in una scuola materna che scoprii in seguito essere stata frequentata da alcuni miei amici.
Oltre a vincere il concorso mia madre riuscì pure, molto eroicamente a conseguire la patente di guida, rischiando il divorzio e portando all’esaurimento nervoso l’istruttore di guida, che sarebbe infatti morto suicida qualche anno più tardi. Per raccontare le vicissitudini automobilistiche di mia madre bisognerebbe forse da scrivere un libro, non sono cose che possono esaurirsi in un blog. Io ricordo solo di aver scoperto una mamma diversa quando guidava…”mamma, sai che…. -- TACI !! … ma io…. ZITTO!! perché fa questo rum.. .. STAI BUONO CHE DEVO GUIDARE!!!”
Grazie alla sua lungimiranza, mia madre, dopo aver rifiutato l’850 coupé che mio nonno avrebbe voluto regalarle per il 18° compleanno, dopo essersi sottratta alle insistenze di mia nonna e di mia zia che, benché più giovane, prese la patente prima di lei, dopo aver giurato che mai e poi mai si sarebbe messa alla guida di una macchina, si decise a prendere la patente, costretta per motivi di lavoro, giusto pochi mesi dopo che mio padre aveva venduto la sua NSU Prinz per prendere la 125 quasi nuova. La Prinz allora non portava ancora sfiga senza ritorno. Anzi… ce l’avevano in tanti, perché costava poco e faceva tanto “prima macchina”.
Anche la 125 non era ancora la macchina degli zingari e dei cammannà. Ma era già sulla buona strada. Mio padre ha sempre avuto macchine emblematiche della truzzaggine o della sfiga. La 125 era il modello 4 marce che da quando era uscito il modello con 5 marce si comprava a un prezzo più accessibile.
Ma torniamo a mia madre: praticamente si trovò costretta a comprarsi una macchina per recarsi al lavoro. Una macchina usata, più vecchia della prinz, spendendo più soldi di quanto era stata valutata la prinz. I concessionari sono tutti uguali e non sono cambiati. Quando compri ti sparano dei prezzi da capogiro. Quando vendi ti fanno delle offerte ridicole. Lo sto rivivendo adesso con la vespa… ma non mi farò fregare. L’esperienza serve anche a questo.
La macchina che riuscì a trovare era una Fiat 600 grigio scuro, che fu chiamata “Gigia”.
Mio padre aveva montato davanti al garage prefabbricato un telaio in legno che teneva in piedi una specie di tettoia di nylon. Un prolungamento del garage. Così ci stavano sotto due macchine.
mercoledì, luglio 20, 2005 Settembre 1972
I miei nonni avevano messo il telefono in casa da poco. A casa mia ancora non l’avevamo. L’abbiamo installato molti anni più tardi. Avevo 14/15 anni credo… Non ho l’imprinting sul telefono! Non c’è niente da fare. Il 24 settembre 1972 il telefono squillò alle 10 di sera. Era mio zio che telefonava dal suo negozio per dire che mio nonno (il padre di mio papà) era morto. I miei nonni sono partiti subito in macchina per venircelo a comunicare di persona. Mio nonno era giovane. Aveva 58 anni. Una morte inaspettata… non è che avesse una salute di ferro… qualche problema di circolazione l’aveva. E fumava come un turco. Però nessuno avrebbe mai pensato a una cosa così grave. Un infarto. Improvviso… così, da un momento all’altro. Si è sdraiato sul letto e non si è più alzato. Io non ricordo niente di quel giorno drammatico e dei successivi. Anche perché non me li hanno fatti vivere in prima persona… di me, in quei giorni, si sono occupati gli altri nonni. Mio nonno paterno lo ricordo ancora. Mi ricordo la sua voce… che oggi assomiglia tanto a quella di mio zio (suo secondogenito). Mi ricordo i suoi baffi, quando glieli tiravo. Mi ricordo che prima era vivo e che da un certo momento in poi era morto.
Da quel giorno mia nonna materna va sempre in panico ogni volta che suona il telefono. In particolare se suona dopo un certo orario. Pensa subito al peggio. Forse anche questo ha contribuito a peggiorare il mio già scarso imprinting col telefono. In base alle regole di buona educazione che ho imparato in casa, ho sempre ritenuto che fosse estremamente maleducato telefonare alle persone oltre le nove di sera. Le telefonate dovevano essere corte, essenziali. Solo quando sono venuto in contatto con l’ambiente esterno ho preso coscienza di gente che stava due ore al telefono o che chiamava a mezzanotte. All’inizio ero molto scandalizzato.
Malgrado tutto ciò anche oggi col telefono ho un brutto rapporto. Malgrado lo debba usare sul lavoro… e anche parecchio, malgrado i miei sforzi di indirizzare la gente su mezzi alternativi.
Il telefono a mio avviso rimane il mezzo di comunicazione più maleducato di tutti. Come una persona che ti salta davanti mentre stai parlando con un altro, anteponendo le sue esigenze a tutto il resto. Perché in pratica è questo quello che avviene. Sei in fila alla posta, o in biblioteca o in un qualsiasi altro esercizio pubblico e se c’è un deficiente che chiama per chiedere le informazioni più assurde, ti passa davanti. A te e a tutte le altre persone che sono in fila con te. Ma anche quando chiami una persona a casa è comunque la stessa cosa. Magari sei lì che parli con qualcuno e devi interrompere per dare la precedenza a chi telefona. Che magari telefona per una sciocchezza. E se non rispondi entro il quinto squillo devi pure dare giustificazioni (“perché non rispondevi??”). Almeno i telefonini di adesso hanno l’opzione di farti vedere chi è… almeno la decenza di presentarti. Resta comunque un mezzo che una persona educata dovrebbe usare solo se ha veramente bisogno, soprattutto oggi che ci sono mille altri mezzi di comunicazione più discreti (e-mail, fax, sms…).
martedì, luglio 19, 2005 Agosto 1972
D’estate era bello stare dai nonni perché molta parte della giornata si passava in cortile. Purtroppo si poteva andare fuori solo a pomeriggio inoltrato, quando c’era più fresco. Prima sarebbe stato di rito il riposino pomeridiano. Per tutti. La gente dormiva e quindi non si poteva fare casino. Io non ho mai voluto dormire… generalmente stavo tranquillo nella camera, leggevo dei libri e mi facevo raccontare delle favole. Il mio libro preferito si chiamava “Animali dispettosi”. Un libro di storie. Ce l’ho ancora. Quando finalmente si poteva uscire, iniziava una vita più sociale. C’erano gli altri bambini miei vicini di casa, le rispettive mamme/zie/nonne, mio bisnonno… La bisnonna invece usciva raramente. E’ sempre stata un tipo poco sociale, a parte i problemi di salute che aveva. Adulti e bambini si riunivano nel cortile (proprio nella casa dove abito adesso!) nel punto più fresco dove la casa e il basso servizio sono vicinissimi. Lungo il muro c’erano tante sedie impagliate, dove i vecchi si sedevano a chiacchierare e a guardare la gente che passava per strada. Noi bambini giocavamo lì vicino. Se andavamo al sole dovevamo metterci il cappello. Giù in cortile avevo dei giochi diversi. Quelli per giocare in casa rimanevano in casa e ci si giocava solo in casa. Mentre per il cortile, c’era il solito fustino di dixan che però stava nel “cantinino”. In realtà conteneva ben pochi giocattoli…. Erano più che altro cianfrusaglie, date ai bambini perché ci giocassero. Piattini, tazze spaiate, chiavi…. Poi c’erano le palline da tennis che mio nonno trovava quando falciava l’erba vicino al campo da tennis. Io le trovavo stupende… una volta ne ho regalata una al vicino che giocava a tennis e mi ha detto che era “sgonfia”. Come cavolo fa a essere sgonfia una pallina da tennis?? Ci sono rimasto un po’ male. Fuori dal bidone avevo anche il cane “Bullone”. Era bassotto di plastica con le rotelle, composto da tanti cerchi che si avvitavano insieme col naso davanti e la coda dietro che facevano da perno. E attaccato al naso c’era la corda (guinzaglio) per tirarlo. Ma c’era anche il cane vero! E tanti gattini che giocavano con i tappi di sughero legati alle sedie impagliate. Con i gattini ci giocavo abbastanza. Quando andavo vicino al cane venivo sempre richiamato: “ma lascialo stare che è vecchio ha la rogna!!” In realtà non era vero. Forse qualche pulce l'aveva. Comunque erano più che altro paranoie dei nonni preoccupati che il cane potesse attaccare malattie a un bimbo così piccolo. Assurdo. Soprattutto dal momento che a casa mia avevo Dick e tutti i cani dei vicini coi quali avevo un rapporto molto più stretto. Ma Bingo purtroppo me lo sono goduto poco… I cani che sono arrivati dopo (sempre da mia nonna) decisamente di più. Perché ero più grande e quindi avevano meno paura che li toccassi. Al massimo mi obbligavano a lavarmi le mani in continuazione, perché avevo toccato il cane. Oltre a diecimila altre cose forse più sporche del cane: la terra, i sassi, il marciapiede dove camminavano le persone, gli attrezzi da meccanico di mio nonno, le mosche ammazzate a schiaffi con le mani contro la schiena, gambe e braccia del nonno... Però non dicevano "lavati le mani che hai giocato con la sabbia". Nemmeno "lavati le mani perché hai schiacciato le mosche". Dicevano "lavati le mani che hai toccato il cane".
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lunedì, luglio 18, 2005 Luglio 1972
Quell’estate andammo al mare. A Levanto in Liguria. Per 20 giorni! Eravamo io, mia madre, mia zia e mia cugina. I papà ci raggiungevano solo nel weekend perché dovevano lavorare. Di questo periodo ho un sacco di ricordi. Probabilmente è l’eccezionalità della situazione, le troppe cose diverse dal solito che rimangono impresse. Per me è stato un periodo molto bello. Innanzitutto perché c’erano molti diversivi diversi dal solito, i giochi in spiaggia, le giostre fuori… e poi stavo con mia cugina tutto il giorno. In spiaggia avevo il secchiello, la paletta e il setaccio. Mia cugina aveva invece aveva le formine. Io avevo anche un rastrello, credo… il bello di essere in due era che si avevano il doppio dei giochi a disposizione… ovviamente organizzandosi un poco. Ovvio che di secchielli e palette ce ne voleva uno a testa. Quelli erano attrezzi troppo importanti. L’attività principale durante il giorno era la costruzione di castelli di sabbia. Io avevo un costumino azzurro con un ancora. Alla sera invece c’erano tutte le attività del lungo mare…. Tante tentazioni!!! Gelati, giostre, negozi di giocattoli, zucchero filato, distributori di palline con dentro la sorpresa… ovviamente non si poteva fare tutto. In genere era concesso di scegliere una cosa e al resto si doveva rinunciare. Anche questo aiutava a crescere. E noi eravamo tanto idioti da voler sprecare parte delle nostre opzioni divertimento nella bilancia pesapersone. Ci volevano 10 lire mi sembra… comunque quasi tutte le sere volevamo pesarci. E io ci rimanevo male tutte le sere perché mia cugina pesava sempre più di me! Mai una volta che pesassi più io! :-DD. Alla fine ho decretato che i miei kili erano più pesanti dei suoi. Ecco!
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sabato, luglio 16, 2005 Giugno 1972 Uno dei motivi per cui mi piaceva dormire dai nonni al sabato sera, le volte in cui i miei genitori uscivano e tornavano tardi, era perché la domenica mattina il nonno mi portava al mercato bestiame a vedere gli uccellini, i piccioni, i piccoli animali. C'erano anche i cagnolini.. poi l'hanno vietato quando ero ormai grande. Effettivamente molti dei cagnolini venduti in quel modo non facevano poi una bella fine. Ma erano altri tempi. Al nonno non passava neanche per l'anticamera del cervello che fosse diseducativo. Lui stesso aveva venduto dei cagnolini al mercato (regalati, per dirla tutta), quando la cagnetta di casa aveva fatto i cuccioli. Ma al mercato lui ci andava soprattutto per i piccioni. Gli appassionati si conoscevano.... insomma c'era un certo giro e il mercato era solo un punto di incontro. Quando andava là sapeva già chi sarebbe arrivato a comprare. E quando era mio nonno che comprava, sapeva che avrebbe trovato al mercato la persona che cercava. Un' altra attività interessante era la pulizia degli uccellini a casa del nonno. Il nonno oltre ai piccioni aveva un piccolo allevamento amatoriale di pappagallini ondulati. Anche i pappagallini che ho adesso sono diretti discendenti dei pappagalli del nonno. Con qualche outcross di qualche pappagallo carino che ho comprato fuori. Comunque mi piacevano tantissimo i pappagallini perché erano colorati e simpatici. I riproduttori mio nonno li teneva in una grande stanza del solaio... tutti liberi e tutti insieme. Molte volte mi portava con sé quando puliva i nidi e controllava che tutto andasse bene. Mi piaceva vederli crescere di settimana in settimana... vedere prima le uova, poi i piccolini tutti rosa e pelati, poi comparire i colori. E poi dal solaio si vedeva un panorama bellissimo. Mio nonno mi prendeva in braccio davanti alla finestra e si vedeva lontanissimo. Intorno c'erano tutti i campi e si vedevano in lontananza tutti i quartieri. Le cose nel cortile erano piccolissime. Gli omini piccolissimi. Una volta gattonando mi sono affacciato da una delle piccole finestrelle del solaio poste sul lato dove lo spiovente del tetto è più basso. Sono finestre molto basse, ci passa giusto un bambino... era bellissimo quello che si vedeva. I tetti dei vicini, con tutte le antenne e là in fondo in fondo il bisnonno che chiacchierava con la vicina che era piccolo piccolo.... "Ciao nonno, ciao Sofia!!".... a un tratto due mani più grandi di me mi sollevarono di peso e fui trascinato via dalla finestra. Il nonno se l'era fatta sotto era diventato tutto bianco. Non mi ha neanche sgridato. Siamo tornati in casa perché gli era venuta la tremarella e non riusciva più a lavorare. E' corso dalla nonna che stava facendo i lavori in casa. Aveva bisogno di rilassarsi un attimo e parlare con qualcuno. Per qualche tempo non mi ha più voluto portare in solaio. Poi tutto è ritornato normale, con il tempo. postato da deniz |
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venerdì, luglio 15, 2005 Maggio 1972
Da piccolo camminavo sempre scalzo. Il pediatra aveva detto a mia madre che mi faceva bene… avevano un po’ paura perché avevo il ginocchio (valgo?, valvo?.. boh)… insomma avevo le gambe a x. Ma solo un poco…
Comunque in mancanza della sabbia, che sarebbe stata l’ideale, io camminavo scalzo ovunque. E la ghiaia sotto ai piedi non mi faceva male perché mi ci ero abituato. Mi ricordo che invece mia cugina aveva i piedi delicatissimi e non riusciva a camminare sui sassi… quando veniva a trovarmi o quando eravamo da mia nonna (aveva il cortile con i sassi anche lei) io la prendevo un po’ in giro perché lei ci voleva provare, ma le faceva male e si arrabbiava e piangeva. Non è che proprio la prendessi in giro... però facevo un po' apposta a camminare nei posti pieni di sassi e a fare quello che lei, con grande rabbia, non riusciva a fare. Era un po' una mia rivincita... una delle poche occasioni in cui io potevo fare la parte dell'uomo duro e lei della femminuccia. Generalmente invece succedeva il contrario. La più forte di solito era lei. Vabbeh, che era pure un anno più grande e a quell'età conta... ma anche come carattere era comunque lei la più forte. Era lei che di solito mi difendeva se c'erano degli attriti con altri bambini. Però aveva il tallone d'achille... nel vero senso della parola. Quando andavamo lungo il fiume Enza con mio padre che pescava e mia madre che prendeva il sole, si finiva sempre per litigare. Mia madre le suggeriva di cercare i sassi piatti (lungo il fiume i sassi sono più grossi, non è la ghiaia del cortile), ma non sempre era sufficiente. E mettersi le scarpe, direte voi? Sembrerebbe logico... "ma Denis cammina senza!!!" protestava mia cugina. "Pappappero" ribattevo io.
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giovedì, luglio 14, 2005 Arile 1972
La mia mamma aveva i capelli tinti biondi, modello Monica Vitti anni 70. E poi andava quel trucco pesante con sopraccilglia rasate come Mina e l’abbigliamento da femminista incazzata, con le vestone lunghe a fiori. Però quando usciva col papà si metteva anche la minigonna, che tanto è sempre di moda... e poi lei se la poteva permettere, visto che le gambe erano il suo punto di forza.
A casa portava sempre quei vestitini tutti interi che si vedevano sui postalmarket anni 70 o nella pubblicità del dado Maggi. Sotto il vestito, portava la sottana di seta. O forse era sintetico, comunque era liscissimissimissimo. Adesso a quanto pare le sottane non si potano più. Boh… Invece allora le portavano. Ce l’aveva anche mia nonna.
Quando avevo voglia di mamma, le andavo vicino e cercavo sotto la gonna la sottana. Poi con la strofinavo con tra le dita. Tra l’indice e il pollice… per sentire la sensazione del liscio. Lo facevo anche per andare a dormire. Il ciucio l’ho smesso relativamente presto (a sei mesi quando mi sono cresciuti i denti). Ma la sottana sotto al cuscino me la sono tenuta per un bel po’… fino alle elementari, credo.
mercoledì, luglio 13, 2005 marzo 1972
Mentre a casa di mia nonna c’era un cortile pieno di bambini (di fianco abitavano due famiglie di fratelli con tre figli a testa per un totale di 6 bambini dai due ai dodici anni), a casa mia avevo solo un amico coetaneo, che chiameremo P.
Infatti si chiamava P. Presumo che si chiami ancora P. Anche se non ne ho più notizie, presumo che sia ancora vivo e che non abbia cambiato identità. Era il figlio del bovaro che lavorava per i contadini nella casa di fianco dove gli avevano ricavato anche un appartamento. Aveva una famiglia un po’ disastrata. Suo padre era un rozzo bovaro. Rozzo in quanto rozzo, non in quanto bovaro. A mia madre aveva lanciato qualche commento pesante… ma roba a livello di fischi fio-fio quando passava per il cortile…o qualche battutaccia, sempre in presenza di altri contadini. Niente di preoccupante. Sua madre invece aveva un esaurimento da paura… si dice una depressione post parto che poi è degenerata. In seguito infatti è stata internata e il piccolo P. è stato cresciuto dal padre… cioè in pratica è stato abbandonato a se stesso. So che andava già male alle elementari, alle medie è stato bocciato e non so se le ha finite… dopo l’ho perso di vista.
Mia madre non sapeva dei problemi che aveva la madre di P. Una volta è andata a suonarle per una stupidaggine… una roba classica da vicini di casa… credo avesse finito lo zucchero o qualcosa del genere. Era stato proprio suo marito a suggerirle “vada pure da mia moglie che è in casa… chieda a lei..” Quando invece se l’è vista di fronte, la pazza ha inveito contro di lei con una furia inaspettata, dicendole parole di fuoco, asserendo che lei sapeva tutto della relazione di mia madrecon suo marito... e che doveva lasciarlo in pace... che era una scostumata rovinafamiglie… poi ha avuto una crisi violentissima. Tra l’altro la cosa buffissima è che il padre di P… si insomma, degustibus… comunque non era certo il tipo da far perdere la testa a una donna, considerando che mia madre era bella e intelligente, mentre lui era il classico bovaro sboccalato, grasso, sudato con la canottiera con i buchi. Alla fine però la confusione attirò l’attenzione dei vicini che già erano a conoscenza dei disturbi mentali della poveretta. Dissero a mia madre di non preoccuparsi poiché si trattava di una cosa all’ordine del giorno e fecero venire l’ambulanza. Non so come. Nessuno aveva il telefono da quel che mi ricordo. Noi non l’avevamo…. In ogni caso è arrivata l’ambulanza e la portarono portata via. E dopo quella volta, numerose altre volte finché non fu internata definitivamente. Mi ricordo di quando sentivo l’ambulanza con la sirena a tutto volume che arrivava nel cortile e chiedevo “sono venuti per la mamma di P. ?”. Sapevo che era malata e provavo tanta tristezza per il mio amico che restava senza mamma. Pensavo a come mi sarei sentito io senza mamma. Cioè senza nessuno. Con P. andavo d’accordo e lo consideravo un amico ma già da così piccoli eravamo diversissimi. Mi sentivo come Pinocchio con Lucignolo… lui era un vagabondo, sempre a proporre cose che sapevo essere vietate e pericolose. Era randagio inside, mentre io ero sempre quello che “non si può, ci sgrideranno, mia mamma non vorrebbe, la vecchia vicina si arrabbierà…” P. comunque non mi ha mai picchiato, non ricordo litigi con lui. E nemmeno era invidioso dei miei giochi… lui non aveva niente. Anzi… direi che proprio gli interessavano poco i miei giocattoli da bimbo per bene. A lui piacevano i barattoli arrugginiti, gli attrezzi da lavoro rubati ai contadini, i chiodi, il martello e tutte le cose pericolose. Mi veniva spesso a cercare, anche d’inverno. Non aveva nemmeno tre anni e veniva a suonare il campanello sotto la pioggia bagnato fradicio “C’è Denis?” – “E’ malato, ha la febbre” – mentiva mia madre. “vai a casa che piove” – si azzardava talvolta ad aggiungere a volte timidamente. P. ripartiva sotto la pioggia. Certamente non andava a casa. Mia mamma non sapeva neanche lei cosa fare. Chiamarlo in casa non era il caso, viste le possibili reazioni della madre (quando c’era) che oltre ad accusarla di rubarle il marito l’avrebbe pure accusata di rubarle il figlio. P. comunque crebbe sanissimo. martedì, luglio 12, 2005 Febbraio 1972
A due anni stavo tutto il giorno con la mia mamma… però avevo un debole per mia nonna. Mi piaceva tantissimo andare da lei. Mi piaceva la casa, mi piaceva quello che c’era… Quando mia madre ha iniziato a lavorare fuori casa, sicuramente avrà avuto qualche senso di colpa, quando tornava a prendermi alla sera e io mi nascondevo sotto al divano dicendo a mia nonna “Dille che non ci sono”. Ma in realtà il lavoro di mia madre e la quantità di tempo passato con mia nonna c’entravano poco. Più che la quantità, era la qualità del tempo… tant’è che andavo anche all’asilo. Da mia nonna in realtà ci stavo poco più di due ore al giorno.
E comunque l’apprezzamento per la casa di mia nonna c’era anche prima: anche a due anni amavo tantissimo andare da mia nonna ed ero felicissimo ogni volta che potevo dormire là.
Mentre a casa mia i giocattoli non avevano una collocazione ben precisa (ed erano di più) da mia nonna avevo un fustino del dixan pieno di “costruzioni”. Erano dei cubettoni di legno pesante… oggi li riterrebbero non adatti per bambini troppo piccoli, perché se se li tirano in testa… dolore!! Però io ero bravo e affidabile. Fin dalla più tenera infanzia e per molti anni, quelle costruzioni hanno costituito il mio gioco principale quando stavo da mia nonna. Non mi stancavo mai.
Appena arrivato andavo dietro la porta della cucina, prendevo il fustino e SDADADADADAANG… rovesciavo tutti i cubettoni sul pavimento. Pazienza per il fracasso… al piano di sotto abitava mia zia, la sorella di mio nonno e non ha mai fatto storie perché ero troppo casinista. Erano bellissime le costruzioni. C’erano dei cubi azzurri, dei pezzi rettangolari bianchi grandi come due cubi, e i rettangoli lunghi erano blu carta da zucchero (lunghi come tre cubi). Poi c’erano i cilindri gialli, i tetti rossi (a triangolo) e i ponti verdi. Se mettevi due ponti uno contro l’altro in posizione speculare ci stava dentro il cilindro giallo. E anche quello rosso. C’erano anche dei cilindretti rossi più piccoli. Il cilindro giallo era lungo quanto il rettangolo bianco. Invece il cilindro rosso era alto come i cubi azzurri. I tetti erano tutti rossi ma ce n’erano dei grandi e dei piccoli. Erano pensate per costruire un castello, anche se io le usavo per molte altre cose.
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lunedì, luglio 11, 2005 Gennaio 1972
La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte… alla fine la befana arrivava sempre comunque. Un mese dopo dal compleanno era già sufficiente. Adesso non ricordo quando di preciso ho ricevuto i regali… però già a quell’età avevo della bella roba. Tra i regali “grossi” che magari riunivano compleanno+s.lucia+natale, avevo: la macchinina a pedali Mod. Ferrari da formula uno. L’alettone dietro si è staccato quasi subito purtroppo. Però ha funzionato ancora a lungo. Me la sono goduta tantissimo. Quando veniva a trovarmi mia cugina, uno prendeva il triciclo, l’altro ma macchinina… a turno. La biciclettina Giordani bianca e azzurra con le rotelline la tenevo più spesso dai nonni, perché là c’erano altri bambini (nel cortile di fianco) che giravano in bici. E poi a casa avevo il triciclo. Rosso. Io lo chiamavo trecicOlo. Con l’accanto sulla ì. Però non lo usavo tantissimo nel metodo tradizionale. Mi piaceva capovolgerlo e girare la ruota con le pedivelle a mano, come l’arrotino.
Un altro giocattolo interessante era il cavallo a dondolo. Fulmine. Ce l’ho ancora in solaio. Purtroppo si è riempito di polvere (aveva la criniera di peluches)… non so se verrà più pulito. Il cavallo invece era di plasticona dura. Con la sella. Molto “reale”… non era (è !!) di quei cavalli stilizzati che sembrano cartoni animati o caricature di cavallo. Infatti fulmine era il mio cavallo vero… gli parlavo come fosse un vero cavallo ed era cooprotagonista nelle nostre avventure. Nei miei giochi da solo io ero sempre una specie di cowboy… ma nel senso letterale. Cioè un bovaro. Fingevo di avere una fattoria, animali da accudire… si facevano galoppate in posti avventurosi, ma non me ne fregava niente degli indiani cattivi. Non avevo mai fantasie di guerra… al massimo andavamo a salvare una mandria che aveva paura del temporale. I miei telefilm preferiti erano lassie e rin tin tin. Malgrado gli indiani cattivi. Oggi Rin Tin Tin lo troverei molto diseducativo.
mercoledì, luglio 06, 2005 Dicembre 1971
Per il secondo compleanno non ho neanche una foto. Non so neanche se mi hanno fatto la torta. Sigh. Non lo ricordo proprio… non ricordo neanche i regali. Sicuramente pochi. Con la sfiga di essere nato a dicembre andava sempre a finire che il compleanno, s.lucia, natale e la befana erano troppo vicini e i genitori e parenti non potevano sborsare per l’ennesima volta dato che mi avevano fatto il regalo solo due settimane prima. Per cui, mi sono sempre sentito dire “ti faccio un regalo grosso che però vale anche per Natale, Santa Lucia e la Befana”. A me poi che piacevano i regali piccoli! Gli animaletti in particolare… Però avrei veramente preferito avere quattro cose da poco piuttosto che una da molto….
Ancora adesso sono un po’ così. A un paio di calzoni firmati, preferisco dieci paia di calzoni che costano un ventesimo (con risparmio del 50%) per mettermene un paio al giorno e usarli una volta all’anno…che così durano vent’anni alla faccia della qualità inferiore e tanto l’anno dopo ne compri altri venti. Poi il brutto dei giochi costosi è che con la scusa che poi si rompevano non ti ci facevano mai giocare… o non ci si poteva giocare con gli altri, perché io non rompevo niente, ma gli altri….. E poi una roba che mi è stata sempre sul gozzo erano quelli che dicevano “questo non te lo prendo perché ce l’hai già”. Per avere un animaletto in più c’era da discutere per un ora…. “ma di animaletti ne hai già tanti… ma il cavallo ce l’hai già… non ti piacerebbe il trattore?”. “Perché, è vietato avere due cavalli?… se ti dico che mi piacciono gli animaletti…” Anche i lego… sono fatti apposta che si incastrano così si possono aggiungere. No! I lego ce li hai già… prendiamo qualcosa di diverso. Avrei preferito che non prendessero niente. Perché poi ti sentivi in colpa lo stesso perché avevano speso dei soldi… e purtuttavia non erano animaletti. E neppure lego.
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martedì, luglio 05, 2005 Novembre 1971
lunedì, luglio 04, 2005 Ottobre 1971
Quell’edizione di “canzonissima” me la sono proprio goduta. Che infatti era una trasmissione per bambini… e per nonni. “Chissà se va, chissà se va, chissa se va, se va..” Zumzumzumzumzum, zumzumzumzumzum… ma di questo abbiamo già parlato.
Io continuavo a passare le giornate a casa con la mamma o, quando i miei genitori uscivano, con la nonna. Mi piaceva tantissimo stare dalla nonna. Quando dormivo là. Avevo un lettino tipo brandina che scompariva sotto il suo letto. Dormire così vicine era un po’ un privilegio… a casa mia invece dovevo dormire nella mia camera. La mamma la potevo vedere solo attraverso la porta, con la luce sul comodino che doveva sempre stare accesa.
Solo alla domenica mattina avevo il permesso di andare nel lettone. In mezzo tra i genitori o tra i nonni… a seconda dei programmi del sabato sera dei miei. Il papà però era troppo mattiniero. Si alzava subito. Il nonno invece restava a letto sveglio più a lungo e nel frattempo mi raccontava storie molto interessanti.
sabato, luglio 02, 2005
Oggi mi tocca il tesimone...
1 - Il tuo primo ricordo di te stesso cucinando? Mah! Adesso come adesso mi viene in mente la torta della mia madrelinguista di tedesco. Ci aveva dato una ricetta in seconda superiore e avevo voluto provare. Assistito dalla mamma comunque… Il risultato fu appena accettabile. Molto buona come sapore, ma non tanto bella a vedersi.
Comunque verso quell’età ho cominciato a cucinare spesso anche altre cose… penso la cosa più facile fosse la pasta… bastava buttarla nell’acqua salata e aspettare i minuti che c’erano scritti sulla scatola. Anche il ragù semplice è faclie… Ecco mi ricordo quando sono venuti gli olandesi a Reggio era mezzanotte ma avevano fatto una tirata per il viaggio e dovevano ancora mangiare. Ho fatto gli spaghetti al ragù e il ragù l’ho fatto io. Ma non era la prima volta che lo facevo. Avevo sedici anni.
2-Chi ha influenzato di più il tuo stile culinario? All’inizio la mamma… per le cose più classiche. Adesso come adesso, la stramitica Elena Spagnol, che all’inizio non sapevo nemmeno fosse lei. Ho iniziato con dei ricettari che erano l’inserto di una rivista femminile indefinita che aveva comprato mia madre. Quando sono andato a vivere da solo, li ho rapiti.
3- Possiedi del materiale fotografico che possa provare un interesse precoce per il mondo culinario? Te la senti di farcelo vedere? Io personalmente no. Ma c’è chi si diverte a fotografare le mie creazioni.
4- Hai qualche fobia culinaria? Un qualche piatto che solo a pensarci ti viene il sudore? No. I piatti che non amo cucinare, semplicemente, non li cucino.
5- Il gadget in cucina che funziona meglio / quello che ti ha deluso di più?
6- Un abbinamento cibario strano che mi piace e che probabilmente non piace a nessun altro... Ricordo di aver sconvolto i miei colleghi con il risotto alle fragole. Una volta avevo anche mescolato salsiccia e nutella... ma effettivamente non era un gran che. Era un pic nic e finivo tutto quello che c'era, ma non è che fosse buono come abbianamento. Invece il risotto alle fragole è ottimo. 7- Quali sono le 3 cose comestibili senza le quali non potresti vivere? 8- 3 domandine al volo
Non mangerai mai: melone, rape, cavolo e broccolastri, carne grassa, zampone, lesso, fiorentine e bistecche spesse il tuo piatto/firma: purtroppo non potrò mai fare due piatti uguali nemmeno a distanza di un giorno. Non mi vengono mai uguali. Soessi buoni, anche con poco... ma mai uguali. Forse la cosa più ripetibile sono gli spaghetti al ragù, come mi ha insegnato la mamma. Lei li fa sempre uguali. Se non ho ingredienti strani da sperimentare, li faccio anch'io come i suoi.
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