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mercoledì, agosto 31, 2005 Luglio 1974
… e tra una balla e l’altra, finiamo anche il secondo anno d’asilo. Niente villeggiatura nemmeno in quell’anno. Ma a me, importava poco… anzi! Io a casa ci stavo bene. E mentre la mamma lavorava ancora, stavo a casa della nonna, dove stavo ancora meglio. Dai nonni, continuavo a dormire nel lettino di fianco al loro letto… anche se ormai facevano pressione perché dormissi nella camera di fianco nel letto di mia zia. Quando discutevo con mia madre cercando di strappare il permesso di dormire dalla nonna, la mamma lo poneva come condizione: “però lasci in pace la nonna e vai a dormire nella camera di là con la zia C.”… Ma questo era troppo! A casa mia, dormivo anche nel lettino da solo… ma la mia cameretta era una stanza “di passaggio” per arrivare alla camera dei miei genitori. Attraverso la porta potevo vedere la mamma che teneva sempre tassativamente l’abat-jour accesa e giurava che non avrebbe mai dormito. “Le mamme non devono mai dormire” – ammonivo io.
A casa della nonna, invece le camere erano divise da un salottino che faceva da corridoio. E i letti erano disposti in modo che nemmeno lasciando la porta aperta si poteva vedere se c’era qualcuno. Paura!!!
A letto con mia zia C. ci sarei pure andato… ma non si poteva pretendere che un’adolescente che usciva già col moroso andasse a letto allo stesso orario del nipotino di quattro anni… quindi andava a finire che dormivo sempre in camera con la nonna. Mia zia C. all’epoca era già fidanzata col suo attuale marito, di cui io ero gelosissimo. Lui era arrivato dopo! Quando alla sera la mamma veniva a prendermi per portarmi a casa, se dalla nonna c’era lui, ero molto restio a volermene andare. “Lui dove dorme?” – chiedevo diffidente. “Io dormo qui. E vado a letto con la nonna N.” – diceva lui per stuzzicarmi. Seguiva la disperazione “Nooooooo!!!! – allora dormo qui anch’io… io dormo qui, dormo qui dormo qui”.
Qualche volta l’avevo vinta. Anche perché la nonna non è che facesse tutta questa resistenza… “ma dai, lascialo qui, così sei più libera”…
In estate poi dalla nonna era bellissimo perché si usciva nel cortile anche dopo cena. Finche c’era un filo di luce si girava in bici e poi scattavano i giochi serali… tipo nascondino, i giochi di squadra con le “bande” che si dividevano il cortile e ognuno aveva il proprio covo. Poi si catturavano le lucciole e si mettevano nei barattoli… le attività più fantasiose comunque le facevano i bambini più grandi. I più piccoli partecipavano passivamente, ma era bello anche semplicemente ascoltare quello che dicevano. Nel cortile c’era un lavatoio da esterno. Per lavare la biancheria, per lavare le verdure, lavarsi gli stivali quando si andava nell’orto… lavare le bottiglie. Anche per bere. Per aprire l’acqua, si doveva prima “dar su” all’interruttore elettrico dentro alla scala. E poi bisognava aprire il rubinetto e bere alla svelta, perché con l’interruttore su e il rubinetto chiuso andava di sopra il serbatoio. L’acqua allora usciva dal tubo del serbatoio, un tubo lungo lungo che fuoriusciva dalla casa in alto in alto… su nel solaio. E l’acqua cadeva di sotto in testa alle persone sedute sulle sedie a chiacchierare.
Quante madonne! “E alora!! Avete fatto andare di sopra il serbatoio un’altra volta!” – si beccavano delle sgridate che alzavano da terra. Peccato , perché l’acqua che usciva era un bello spettacolo.
Quando disegnavo le case, all’asilo, mettevo sempre anche il tubo del serbatoio. Porta, finestre, campanelli (che a causa del mio senso delle proporzioni arrivavano fino al primo piano) e l’immancabile tubo del serbatoio.
Da bambini si fa sempre tutto insieme. Quando uno decide di fare una cosa tutti la vogliono fare. Una sera di luglio, dopo non so quale stancante attività, tutti corremmo al lavandino per bere. –“Prima io, prima io!”
Io, molto furbamente, andai dalla parte dove non c’era nessuno. Solo che da quella parte il rubinetto era più lontano, perché il lavandino era asimmetrico. Da una parte c’era il rubinetto, dalla parte opposta il gancio dove si appendeva il secchio. Io ero dalla parte del secchio. Mi aggrappai al secchio per arrivare a bere, ma il secchio ruotò sul perno che lo appendeva e io caddi a testa in giù dentro al lavandino. Mi ruppi due denti davanti. Due incisivi superiori, quelli di mezzo.
La D. e la P. le due bimbe più grandi della tribù, suonarono subito a mia nonna, e mi accompagnarono su per le scale reggendomi, una per braccio.… anche mia zia che era a casa ci venne incontro. Sanguinavo moltissimo piangevo dal male… Anche mia nonna piangeva. Si sentiva molto in colpa perché ero stato affidato a lei… ed ero fuori da solo. Come tutti gli altri del resto… però gli altri erano a casa loro con le loro mamme.
Iniziarono così i miei due anni da sdentato. Già… perché poi i denti ricrescono quando è ora… quando sarebbero caduti comunque. Comunque la presi con filosofia… potevo cantare autoironicamente “fammi crescere i denti davanti” E poi, quella stessa notte, S.Lucia mi portò ben 150 Lire. Molto di più di quello che avrebbe dovuto. Le trovai quasi subito. Non dovetti aspettare il mattino. “Guarda, nonna Fanta Lucia è già paffata!”, gridai in piena notte. Io sapevo benissimo che non era stata Santa Lucia, ma in fondo mi piaceva credere che fosse stata lei. Perché le favole comunque sono sempre belle.
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martedì, agosto 30, 2005
Giugno 1974
La Gepy Fu nella primavera di quell’anno che la figlia del nostro padrone di casa, nonché amica di famiglia, portò a casa la Gepy, un cucciolo di boxer tigrato.
A quell’età, per me era un vero spasso… per fortuna io non ero di quei bambini che trattano i cuccioli come giocattoli. Ci siamo divertiti moltissimo… con la boxerina era tutt’un altro modo di vivere. Il mio collie mi adorava, eravamo sempre insieme, però lui era… era un adulto! Insomma, nutriva un fortissimo affetto per me, ma lui era quello che supervisionava, che stava attento che non mi succedesse niente, che ringhiava a chi mi minacciava e ascoltava le mie richieste. La Gepy invece giocava! Giocava ed era un mio parigrado. Ogni volta che ne avevo la possibilità andavo dalla sua padrona a chiedere "se me la prestava". Ricordo però che non mi ha mai mordicchiato, nemmeno per gioco… strano per un boxer. Tra l'altro, all'epoca a me faceva schifo mettere le mani in bocca ai cani. Mi faceva schifo la saliva in generale. Non solo quella dei cani. Un po' anche adesso. Quindi sono sicuro: non le ho mai messo le mani in bocca. Non mi ha mai mordicchiato. La stessa cosa non la poterono dire i divani di casa sua. In una delle prime occasioni in cui fu lasciata sola in casa, mentre la padrona era al lavoro, distrusse completamente (ma completamente!!) una poltrona nuova costosissima. Fu grande scandalo… tutti i vicini ne parlavano, e si meravigliavano di come si potesse tollerare una cosa simile. D’altronde non c’era da aspettarselo mettendosi un case (e per giunta così grande) in casa? I cani dovrebbero stare nel cortile alla catena dove sono sempre stati. Questo pensavano. Anche i miei genitori le dissero in tutta sincerità che se fosse stato il loro cane non lo avrebbe fatto una seconda volta, perché avrebbe già cambiato padrone o sarebbe sotto terra. “E se l’avesse fatto tuo figlio, che cosa avresti fatto?” chiese la boxerista… Io fui molto sollevato dal sapere che i miei genitori non mi avrebbero ucciso né allontanato da casa se mi fossi reso responsabile di un danno economico anche pari al valore di una poltrona.
Tutti dicevano che la Gepy che era brutta… in effetti anch’io non è che la vedessi bellissima, con quel muso schiacciato talmente strano per un cane. E che dire di quel colore assurdo… e i cerottoni che all’epoca sostenevano le orecchie appena tagliate. Ma dopo un po’ ci feci l’occhio… non era il cane che preferivo ma almeno non la vedevo così anormale come capitava a tutti quelli che fin a quel momento avevano visto solo cani a muso lungo. A quei tempi le razze note erano solo poche decine e la gente comune visitava le mostre canine con lo stesso spirito con cui si va allo zoo. Guarda questo! Guarda quello! … c’erano molte razze che si vedevano solo in quelle occasioni. Ma se un bobtail lo si guardava come si guarda... che so.. un panda, il boxer lo si guardava come si guarda un coccodrillo... un kobra.
Belli o brutti, erano comunque cani da ricchi. Anche la Gepi era un cane da ricchi… per questo stava in casa quando la padrona andava al lavoro. Un cane così insolito avrebbero potuto rubarlo. Che sfiga essere cani da ricchi! Dick, Tupi (l’altro cane della medesima proprietaria) e l’allegra compagnia dei cani dei vicini, invece passavano gran parte del tempo a gironzolare nel cortile e nei campi.
domenica, agosto 28, 2005 Maggio 1974
Da piccolo sono sempre stato un bambino sano. Raramente mi ammalavo, non avevo mai la febbre, né raffreddore, né mal di gola. Qualche volta mi beccavo la tosse… Ancora adesso è la cosa a cui devo stare più attento. Qualche piccolo incidente di percorso furono quello che una volta (o forse ancora adesso) chiamavano “gli acetoni”. Che non ho mai capito bene che cosa fossero… io dicevo che avevo il “gò”… era una sensazione di nausea che poi poteva degenerare anche in vomito. E quando arrivava non avevo il tempo di correre in bagno… bleah… ci provato, ma disseminavo dappertutto. E dopo mi vergognavo tantissimo. Il vomito era una delle cose che mi facevano più schifo…. poi rimaneva quell’odore disgustoso. Bleah. Malgrado all’epoca non fossero state ancora scritte le leggi di Murphy, io già allora mi ammalavo sempre di domenica. Così chiamavano la guardia medica, veniva un dottore ogni volta diverso e mi ricoveravano per accertamenti. Non è che succedesse spesso, ma a quell’età sono stato ricoverato due volte all’ospedale, per cose da niente… Non era molto bello stare all’ospedale. Voleva dire visite, medicine cattive… spesso punture. Le odiavo le punture… mi mandavano in ansia. Poi quando arrivavo a casa le punture almeno me le faceva mia nonna, che è bravissima. E’ veramente bravissima, a detta di tutti. Non si sente niente. Molte volte, se mi vedeva teso, sfregava il cotone con l’alcol su una natica e poi, in modo molto sleale, forava l’altra. Così non me l’aspettavo e restavo morbido… almeno per le prime volte ha funzionato.
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giovedì, agosto 25, 2005
Nell’aprile del 1974 mi raccontavano ancora le favole… invece la fiera di Scandiano del 1974 che si tenne come di consueto nella settimana del 19 marzo, fu indimenticabile. Come ho fatto a dimenticarmene? Avrei dovuto parlare delle favole in aprile e lasciare marzo alla fiera di Scandiano.
Perché fu unica e indimenticabile? Perché quell’anno c’erano le targhe alterne. Non per i motivi d’inquinamento a cui siamo abituati oggi. C’era una specie di crisi petrolifera… insomma erano gli anni che segnavano la fine del boom economico degli anni 60, quando la benzina costava relativamente poco e addirittura calava di prezzo… Negli anni '70 però i paesi produttori di petrolio si resero conto del loro potere contrattuale e portarono a queste politiche di contenimento dei consumi.
Quell’anno quindi, alla fiera di scandiano ci andammo in treno! Bellissimo! Bellissima soprattutto la novità. Ricordo raggiungemmo la stazione di Due Maestà (distanza km 1) in bicicletta. Credo fosse la prima volta che andavamo in bicicletta tutti insieme… ed è stata anche l’ultima, mi sa.
Mio padre la bicicletta la usava pochissimo… l’aveva usata qualche volta nella bella stagione quando faceva il trattorista vicino a casa. Ma da quando lavorava per il Comune usava solo macchina. Anche la mamma, da quando aveva presoo la patente, la bicicletta non l’usava quasi più. La bicicletta della mamma era la classica bici da donna vecchio modello. Infatti l’aveva avuta in “dote” quando si era sposata. Era la vecchia bici di mia nonna che da qualche tempo usava la bici più nuova di mia zia, che a sua volta era passata prima al motorino e poi alla macchina. Un riciclo di mezzi di trasporto incredibile! Anche la bici del papà (che seppur riverniciata, "vive" ancora) era la bici avuta in eredità da mio nonno. La bici della mamma aveva il seggiolino per bambini come quello della mamma di Linus. Era un seggiolino bellissimo, praticissimo e poco ingombrante, non come quei baracconi plasticoni che fanno adesso. Purtroppo anche lo stile di guida di mia mamma era in tutto e per tutto paragonabile a quello della mamma di Linus. Però non ci è mai successo niente, nemmeno quando facevamo quattro o cinque chilometri con la nebbia sulla strada statale piena di camion, per andare a fare la spesa al Despar della Rosta, che all’epoca era il supermercato più vicino.
Comunque in occasione della fiera, ricordo che non salii sul seggiolino con la mamma, ma andai con il papà, seduto sulla canna come un bimbo grande. Era un po’ scomodo, ma ci si adattava… e poi era tutto un altro andare. La bici del papà era bellissima, metallizzata, con il cambio! E pensare che mio nonno l’aveva trovata… Era rimasta abbandonata di fronte al bar per più di una settimana e nessuno sapeva di chi fosse. Così un giorno mio nonno disse che l’avrebbe portata a casa lui, e informò i compagni di tresette che se mai qualcuno l’avesse cercata, come l’aveva presa, l’avrebbe ridata. Ma nessuno si è mai fatto vivo.
La fiera di Scandiano era molto bella all’epoca. C’erano i trattori (che a me interessavano relativamente poco), ma anche le macchine, gli accessori che ruotavano intorno al mondo dell’agricoltura… il mercato normale con tante cose belle. C'era molto casino, ma quando mi stancavo il papà mi prendeva in groppa. E io da lassù vedevo tutto come nessun'altro poteva fare. Fichissimo! Oltre alla fiera classica, c’erano anche i “baracconi”, cioè il luna park, con le giostre. Allora non c’era tutta la scelta di adesso, ma tanto me facevano quasi tutte paura. C'era il "calcinculo", l'autoscontro (per bimbi grandi), il labirinto degli specchi e le giostre più piccole con macchinine di vario tipo e/o cavalli che giravano sempre intorno. Ma a me facevano vomitare (nel vero senso della parola) anche quelle. Molto più interessanti le bancarelle dove si vendevano dolciumi, croccante e zucchero filato, la pesca gigante e le bancarelle dei giocattoli dove vendevano….GLI ANIMALETTI!!!!. Lanciando tre palline dentro alle bocce, poi, quell’anno mi capitò di vincere ben DUE pesciolini rossi: Giuseppe e Maria, così chiamati perché provenienti dalla fiera di San Giuseppe, altrimenti nota come fiera di Scandiano.
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mercoledì, agosto 24, 2005 MARZO 1974
Una delle favole che ci raccontava sempre lo zio V. era quella che riporterò qui sotto. Interamente in dialetto e chi non capisce… s’attacca.
Anzi… scrivendo questo blog mi è venuta l’idea di proporre al circolo ricreativo del mio paese, una rappresentazione teatrale per i bambini... Fanno la festa della befana tutti gli anni e ogni anno sono sempre preoccupati di trovare attività. Questa favola, tutto sommato non richiede un’ambientazione complicata. Si svolge in campagna… basta un albero finto, un sentiero qualche cespuglio… e magari la casa della vecchia realizzata in cartone. Probabilmente all’asilo dove lavora mia madre hanno tutto. I personaggi sono un bambino (che può essere una ragazza minuta), diversi contadini, la vecchia e il cane (il costume da lupo va benissimo)
Putîn, am dêt un pirîn?
Gh’ēra na vôlta, un putîn ch’l’era rampê inśéma n’êlber per magnêr i pîr. A un cêrt pûnt ä riva na vècia…
Vècia: Putîn, am dêt un pirîn?
Putîn: Nò, che t’e na bróta vècia che t’am vö magnêr!
Vècia: Ma daaaai, śó… dâm un pirîn…
Putîn: Nò che t’e na bróta vècia che t’am vö magnêr!
Vècia: Mo nò che n’t’mâgn mia! Am dêt un pirîn?
… al putîn alōra al ghe źbât źò un pirîn.
Vècia: Putîn, m’al vînt a tōr śó? Putîn: Nò, che t’e na bróta vècia che t’am vö magnêr! Vècia: M’al vînt’a tōr śó, ch’i ò magnê na pêrdga e n’gh’la chêv mia a chinêrom? Putîn: Nò, che t’e na bróta vècia che t’am vö magnêr! Vècia: Ma xa dît... ä śûn na pôvra vècia ch’l’à magnê na perdga e la n’gh’la chêva mia a chinêreś... Dai, putîn, vinml’a tōr śó!
...alora al putîn al źmûnta źò da l’êlber per tōr śó al pirîn e.... TRAK! La vècia l’al branca e l’al mèt in d’un śâch.
Putîn: lâśm’andêr, lâśm’andêr! T’îv dét che t’am magnêv mia.....
Vècia: ät magn mia? Te śtarê a vèder! Marièta, mèt śó la parlèta!
...la vècia la ś’mèt al śâch in śpala e la partéś pr’andêr a cà da śo śůrèla. E comèinter ch’l’andeva a cà, la śbraiêva:
Vècia: Marièta, mèt śó’l paröl, ch’ä gh’ò ’l faźöl, Marièta, mèt śó’l paröl, ch’ä gh’ò’l faźöl!
.. però la śtrêda l’era lòunga. E a la vècia... ä gh’e ścapa la péśa.
Vècia: O mama che péśa ch’ä gh’ò! O mama che péśa ch’ä gh’ò.... am la fâgh adôś, am la fägh adôś...
...śol che la ’n śaîva mia in do’ laśêr al śâch..
Vècia: O mama che péśa ch’ä gh’ò, che péśa ch’ä gh’ò.... O mama, am la fâgh adôś, am la fägh adôś...
.. per fortuna la vèd un cuntadèin
Vècia: Dé, cuntadèin.... am guardêv al śâch che gh’ò da ’ndêr a fèr la péśa?
Cuntadèin: va bèin però ch’la vaga luntân che n’vròm mia śèinter l’armōr! Vècia: va bèin, va bèin, ä vâgh luntân, baśta che’m guardêdi al śâch...
... dopa un minut la vècia la tōrna indrée e la tōź śó’l śâch.
Vècia: graśia ed tót.... adèśa vâgh. Marièta mèt śó’l paröl ch’ä gh’ò’l faźöl!
... camina e camina, a la vècia ä ghe ścapa la caca..
Vècia: O mama che caca ch’ä gh’ò, che caca ch’ä gh’ò, che caca ch’ä gh’ò! am la fâgh adôś, am la fägh adôś, am la fâgh adôś!
Per fortuna la vèd d’i êter cuntadèin...
Vècia: Ohi dé vó! Am guardêv al śâch che gh’ò da ndêr a fêr la caca?
Cuntadèin: Śé però andê bèin luntân ch’än vròm mia śèinter l’ůdōr! Vècia: va bèin, va bèin, ä vâgh luntân, baśta che’m guardêdi al śâch... La vècia la partéś e la và luntân luntân de dreda a n’êlber. Paśa un minūt, paśa du minūt.... i cuntadèn ä vèden che’l śâch äś möv.... Cuntadèin: Ma xä gh’arâla pó in ch’al śâch lé... ma xä garâla.... Bèin.. nuêter l’arvòm! I cuntadèin ä vérn’al śâch! Cuntadèin: Ihhh Mò gh’e un putîn!!! Ma putîn śägh fêt dèintr’in dal śâch! Putîn: l’e colpa ed cla bróta vècia, ch’la’m vriva magnêr! I ēra inśéma a l’êlber ch’ä magnêva i pirîn quand’e rivê la vècia ch’la m’à dét: „putîn, äm dêt un pirîn?” E mé: „nò che t’e na bróta vècia che t’äm vö magnêr” e lée..”putîn am dêt un pirîn?” e mé nò che t’e na bróta vècia che t’äm vö magnêr”.. Inśéśt, inśéśt... ä gh’ò śbatû źò un pirîn... Però dôp la m’a dét ch’ l’iva magnê na perdga e la’n gh’la cavêva mia a chinêreś e quând gh’al śûn andê źò per tōrghel śó, la m’à branchê e la m’à śarê in d’un śâch! Cuntadèin: adèśa gh’al dòm nuêter a cla bróta vècia lé! Te śtarê a vèder! I cuntadèin i’an tirê föra al putîn e in d’al śâch ä gh’an śarê un cân. Dopa un po’ e tůrnê la vècia Vècia: graśia ed tót.... adèśa vâgh. Marièta mèt śó’l paröl ch’ä gh’ò’l faźöl! E la śbraiêva... Vècia: Marièta mèt śó’l paröl ch’ä gh’ò’l faźöl! Marièta mèt śó’l paröl ch’ä gh’ò’l faźöl!
Camina, camina... finalmèint l’e rivêda
Vècia: Marièta. Êt méś śó’l paröl? ... ch’ä gh’ò’l faźöl... Marièta: śé, śé... l’é inśéma al fögh da n’ora.. E la vècia la cantêva... Vècia: ä gh’ò’l faźöl, ä gh’ò’l faźöl... ih ih ih ih... Ma quând la vècia l’à avû avîrt al śâch per tirêr föra al „faźöl”.... GNAM!!! e śaltê föra al cân, e al gh’à magnê’l nêź e pó l’e cōrś via! E la vècia a córrgh’a drē... Vècia: Cân, cân!! Dâm al me nêź ch’ät dâgh dū pân! Cân, cân!! Dâm al me nêź ch’ät dâgh dū pân!
Lo zio a raccontarla era bravissimo… non era come leggere un libro. Era tutta un'altra cosa! C’erano le parti mimate, la gestualità… l’enfasi. La suspense … certe parti erano tenute per incredibilmente per le lunghe... molto di più di come ho sintetizzato nella forma scritta. Poi c’era la riproduzione dei rumori sempre ripetuti… gnic gnic ghni.. Parti “deppaura” e parti comiche. Il fatto che alla vecchia scappasse la cacca era motivo di grande ilarità da parte di noi bambini.
Quando lo zio enfatizzava “oh dio che caca ch’ä gò che caca ch’ä gò” tenendosi la pancia con la faccia di chi è in preda alle coliche, noi bambini ci contorcevamo dalle risate. Bello anche il gioco di parole solo dialettale in cui “ch’ä gh’ò” cioe “che (c’) ho” suona come “cagò”… lo zio lo sapeva benissimo ma lasciava che fossimo noi bambini a pensare di essere particolarmente maliziosi.
martedì, agosto 23, 2005
Febbraio 1974
Al secondo anno di asilo, il vestito da indianino non mi andava più bene e come costume di carnevale ebbi il mitico costume da Robin Hood che mi avrebbe accompagnato per numerosi anni successivi. Una calzamaglia verde oliva, i copriscarpa marrone…. poi avevo la camiciona verde col cinturone e il cappello con la penna. Poi, quello che mi piaceva di più, i baffi fatti passando sul labbro superiore un tappo di sughero bruciacchiato sulla fiamma del fornello.
E poi avevo l’arco con le frecce… originale come quello di Robin Hood fatto da mio papà con i rami di un salice. Solo che quelle bastarde delle suore non lo lasciavano portare all’asilo perché dicevano che era pericoloso. E tutte le spade degli zorri? Comunque stavano arrivando tempi duri anche per loro… iniziavano a circolare voci di bambini che avevano perso un occhio, storie macabre di piccoli fanciulli che correndo si erano infilzati la spada nelle budella cadendovi sopra… ricordo (non so se era quell’anno o già il successivo) che ci fu un periodo in cui erano ammesse solo le spade che in fondo avevano una specie di chiodo… come se bastasse quello a impedire di farsi male. Per fortuna comunque che il carnevale durava anche fuori. A quell’epoca mi piaceva moltissimo e soprattutto ero orgogliosissimo del mio vestito. Per cui anche al sabato e alla domenica intermedi ai canonici giovedì e martedì grasso, la mamma mi portava in giro per la città vestito da Robin Hood. Fuori si potevano tirare anche le frecce. Purtroppo però non si infilavano mai… ero un po’ imbranatino in quel senso. Come mi sarebbe piaciuto scagliare la freccia e conficcarla contro l’albero proprio come Robin Hood. Invece le mie frecce avevano una traiettoria un po’ moscia e malgrado mio padre gli avesse fatto la punta col coltellino, non si conficcavano mai negli oggetti verticali, ma cadevano sempre a terra. Comunque mi accontentavo di tirarle nel cortile o nel prato ogni tanto. Quando invece andavo in giro con la mamma non le tiravo ma le tenevo nella faretra estraendole ogni tanto con orgoglio.
domenica, agosto 21, 2005 Gennaio 1974
Un altro anno, un altro compleanno, un’altra befana, un’altra Santa Lucia e Babbonatale.
A quattro anno avevo sicuramente accumulato un sacco di giocattoli.
Ne avevo parecchi. Non tanto perché me ne comprassero tanti… certo non posso lamentarmi, i miei genitori ai loro tempi ne hanno avuti sicuramente meno. Mio padre non ne ha avuti proprio, se non quelli costruiti da lui. Ma la ragione per cui ne avevo molti risiedeva anche nel fatto che non li rompevo e li conservavo tutti. Ce li ho ancora adesso! (ma non ditelo a mia moglie).
I preferiti erano gli animaletti e le costruzioni di cui ho già parlato. Ma avevo un po’ di tutto. Avevo diversi pupazzi… L’orso Tobia (il classico orsacchiottone che hanno avuto tutti i bambini), il pupazzo Provolino, poi avevo una specie di coniglione burattino… da mia nonna avevo un pechinese viola. La Pechi. Un gatto tom col buco del sapone per fare il bagnetto. Un altro bimbo di gomma che faceva squit squit. Poi c’era il cane bullone un bassotto con le ruote e il corpo ad anelli di plastica che smontavano e montavano avvitando coda e naso. Una carriola di plastica, il pallone rosso con gli esagoni neri, la Ferrari a pedali, quella telecomandata (ma col telecomando attaccato col filo! C’era il volante sul telecomando). Poi avevo il trenino elettrico… ma era ingombrante e non si montava mai. Ci avrò giocato due volte… e quello effettivamente si è rotto subito. Cioè non andava più a elettricità e ho continuato a giochicchiarci spingendo il treno a mano. E senza binari perché tenevano troppo posto e la mamma doveva passare. Avevo Fulmine il cavallo a dondolo. Avevo il giradischi arancione con tanti dischi anni 60… che poi erano quelli di mia madre. Ma lei li ascoltava col giradischi grigio che usciva dal mobile in casa di mia nonna. Avevo i soldatini. Indiani e cowboy… ma io non ci giocavo in modo classico e in genere davo ruoli diversi. E poi giocavo soprattutto con i cavalli. Purtroppo avevo una lieve preferenza per i Cowboy, come quasi tutti i bambini dell’epoca. Complice propaganda televisiva falsa e faziosa e i telefilm in cui gli indiani erano sempre i cattivi.
C’erano alcuni giocattoli di mia zia riciclati… un lettino da bambolotto, il bambolotto Denis, il libro degli aristogatti e i quindici (ancora però dovevano leggermeli)
E poi c’erano tante cianfrusaglie che non erano giochi veri e propri… ma io ci giocavo eccome, gli spoloni (che diventavano bottiglie per fare il barista) lo sgabello bianco (a volte faceva da “casa” a volte da tavolo… e poi i “ciapetti” (mollette da bucato), i barattoli e contenitori di ogni tipo, gli attrezzi del nonno, le cartucce usate, tutte colorate, gialle, rosse, blu….
le biglie! Poi avevo i pennarelli giotto da dodici. Erano in una confezione col coperchio trasparente di plastica dura tutti in fila. E avevo i libri da colorare. Con i numerini (o forse le letterine) a ogni simbolo corrispondeva un colore. Quello lo facevo al pomeriggio quando rientravo dall’asilo con la S., la vicina di casa di mia nonna un anno più grande di me. A volte andavo io a casa sua, a volte veniva lei su da me. Ricordo che avevo il permesso di chiamare solo UNA persona. O viene la S. o viene M. O viene F. o viene R. perché la nonna non può tenere a bada a troppi bambini. Non era sempre facile. Chi era escluso ci restava male. Io invece essendo uno solo… avevo spesso accesso alle case dei mei amici che erano tutti fratelli e/o cugini tra loro. sabato, agosto 20, 2005 Dicembre 1973
Dopo la morte di mio nonno paterno, mia nonna e gli zii di mio papà si capacitarono di non essere più in grado di continuare a lavorare il loro podere. Mio nonno era il più giovane dei fratelli. I due fratelli maggiori erano arrivati a superare la settantina. Mia zia era diabetica e spesso malata e le faccende domestiche erano tutte sulle spalle di mia nonna che ovviamente non poteva occuparsi anche dei campi e degli animali. Mio padre e i suoi fratelli avevano tutti preso altre strade più remunerative (o così si sperava). Mio padre operaio, gli altri avevano aperto un negozio, il più giovane andava ancora a scuola, era bravissimo e probabilmente non aveva l’obiettivo di fare il contadino.
Il giorno di San Martino, quando tradizionalmente si concludono i contratti dei mezzadri e si aprofitta per fare i traslochi, mia nonna e i miei zii lasciarono la casa da contadini che avevano in gestione per trasferirsi in un grande appartamento.
A dicembre quindi erano tutti a Montecavolo, in affitto nell’appartamento al primo piano della nuova di mia zia (sorella di mio nonno, sposata con un altro contadino). Anche loro avrebbero lasciato la mezzadria il novembre dell’anno successivo. Intanto avevano costruito una casa plurifamiliare. Avendo mia zia tre figli maschi scapoli, aveva costruito una palazzina su tre piani, con tre appartamenti, uno per figlio. Ma al momento i cugini di mio padre abitavano ancora con i genitori, quindi due appartamenti furono affittati. Al primo piano andò ad abitare mia nonna, con la sua famiglia, all’epoca costituita dal fratello 17enne di mio padre più due zii fratelli di mio nonno di cui uno sposato con mia zia A. Al piano di sopra abitava la P. che aveva una figlia adolescente con cui il sopraccitato diciassettenne finì per avere una storia che però non durò molto. La casa di Montecavolo non era certo il “classico appartamento” di città. D'altronde, a Montecavolo una volta era tutta compagna. I miei zii non avrebbero tollerato un passaggio così brusco dalla libertà della vita dei campi alla *prigionia* dei condomìni anni 70 con le loro regole ferree e i loro divieti. I miei zii pisciavano nel cortile dietro la concimaia, mia nonna faceva la conserva sul balcone e cantava mentre lavava le bottiglie... per loro erano cose normalissime. Non ce li vedevo proprio in città. Avrebbero avuto da dire o sarebbero morti di noia. L’appartamento di montecavolo era però il classico appartamento “moderno” : cucinotto, tinello, ingresso centrale che conduceva alle camere (ben quattro!) e al bagno…). Fuori invece persisteva l'aspetto campagnoleggiante: un ampissimo cortile e, dietro ai garages (all’epoca inutilizzati perché nessuno aveva la macchina), stazette per i conigli, pollaio e l’orto… un grandissimo orto! Col fatto che la casa era della sorella, erano concesse molte libertà che non sarebbero state possibili se avessero avuto in affitto la casa di un estraneo. Avevano smesso le mucche, ma continuavano ad allevare galline e conigli. Il cane Muschîn, invece, inspiegabilmente, non seguì la famiglia. Peccato. Comunque non fu abbandonato. Lo prese mia bisnonna A. che all’epoca abitava a Puianello e aveva bisogno di un cane da guardia. Di fianco alla casa di Montecavolo c’era anche una vigna. Ma quella la gestiva mia zia. Aveva tanta terra e non l’aveva usata tutta per costruire.
Da quell’anno, Montecavolo diventò l’appuntamento fisso della Domenica, quando si andava a trovare l’altra nonna. Là incontravo per fortuna anche mia cugina (la solita) e iniziò un lungo periodo di giochi e ricordi.
Giocavamo a cagnolini, a “tira la pedana” (uno stava in piedi sulla pedana e l’altro la tirava di sorpresa cercando di farlo cadere), a cliente e negoziante. Per fare il banco di vendita, utilizzavamo il comodino di mio zio V, lo zio scapolo per cui avevamo un’adorazione. Nel comodino dello zio V. c’erano le “cagarelle di coniglio” (caramelle Valda). Ce le offriva sempre. Chi vuole una cagarella di coniglio? Io, io, io!! Noi sapevamo benissimo dov’erano ma non le abbiamo mai rubate. Tanto ce le dava lui. Poi lo zio ci raccontava tantissime favole in dialetto. La più ricorrente quella del lupo e della volpe (praticamente è “I musicanti di Brema” dove i personaggi anziché a Brema dovevano andare a Roma… I personaggi, oltre al Lupo e alla Volpe, erano “Gâl Cantagagheghi (il gallo), Galèina Cò-còo (la gallina), brék da la lana (il montone), Oca da la scroca (l’oca), Esen da la ragna (l'asino) e Gât da la sgnângla (il gatto).
Vîn pór via ch'ät gh’e anca té! venerdì, agosto 19, 2005 Novembre 1973
Ovviamente con l’asilo continuava il dramma dei pasti. Crescendo intanto avevo maturato qualche astuzia per sottrarmi al supplizio di dover mangiare. Quando si andava in refettorio cercavo di essere sempre tra i primi. La prima astuzia era quella di sbirciare se c’erano dei piatti meno pieni… poi sono arrivato anche sgattaiolare dentro mentre gli altri si lavavano le mani, sceglievo un piatto in disparte dove mi sarei messo lo svuotavo di quattro o cinque cucchiaiate distribuendoli negli altri piatti vicini. Poi, missione compiuta, mi univo molto indianamente agli altri e mi sedevo nel mio posto. Per un po’ di tempo è andata bene. Una volta o due mi hanno fatto anche l’applauso perché avevo finito di mangiare per primo. Già. Un’ usanza dell’asilo era quella per cui, chi finiva la minestra per primo riceveva un applauso. “Facciamo un applauso a “X” che oggi ha finito per primo”, esortava la suora. E tutti “clap clap clap clap”.
Però poi mi beccarono. Non le suore, ma i miei compagni. Quando si accorsero che il mio piatto conteneva molta meno minestra dei loro piatti, scattò il coro cantilenato pappapperato “DIVENTI PICCOLO, DIVENTI PICCOLO, DIVENTI PICCOLO”… Pazienza. Le suore comunque minimizzarono, invitando gli altri bambini a smetterla. Anche perché non sospettavano che avessi svuotato volutamente il piatto, ma pensavano solo che mi fosse capitato un piatto un po’ meno pieno…
Restava il problema del pane… bisognava finirlo tutto altrimenti non ci si poteva alzare da tavola. In questo caso, la strategia consisteva nell’infilarsi il panino in tasca. Nello spogliatoio, dove le file di armadietti si incontravano. Rimaneva un interstizio… altrimenti un armadietto non si sarebbe aperto. Questo interstizio era ideale per buttarci il pane. Un panino al giorno… prima di arrivare a riempire fino in alto, l’asilo sarebbe finito. Era perfetto, ci arrivavo appena alzando le mani, perché io ero alto… ma una volta gettato, il pane non si vedeva più.
Alla fine del pranzo, prima di andare nella stanza a far finta di dormire con la testa appoggiata sul banco, sgattaiolavo di soppiatto nello spogliatoio e mi liberavo del pane che avevo nascosto nella tasca del grembiulino a quadretti azzurri. Un giorno, mentre eravamo a tavola entrò suor L. nel refettorio con aria minacciosa e la mani piene di panini. “Guardate! Guardate, che cosa abbiamo trovato gettati in un angolo dello spogliatoio! Con tutti i bambini che muoiono di fame….” iniziò poi un lungo discorso sulla sacralità del pane e sul suo significato simbolico nella cultura liturgica non senza ripetuti accenni ai soliti bambini che muoiono di fame, per poi concludere con l’enunciazione “E ADESSO, CHI è STATO LO AMMETTA!! lo ammetta altrimenti andrà all’inferno!” “Avanti, chi è stato???? Chi???”
Coro di bambini: “Io no!, io no! io no”….
“Io no”, mi unii al coro, mentre dentro di me mi angosciavo al pensiero che sarei andato all’inferno…
Che triste vita. Non avevo ancora compiuto quattro anni ed ero già dannato… Chissà come sarebbe stata la mensa dell’inferno… Comunque non ammisi mai di avere gettato via il pane, anche se da quel giorno non lo feci più. Non tanto per la faccenda dell’inferno, a cui tanto mi stavo lentamente rassegnando, ma per il fatto che il nascondiglio del pane era stato beccato e non sapevo dove poterlo buttare. Non potevo tenerlo a lungo in tasca perché si vedeva.
Tra disegni, giochi e bricolage, al pomeriggio avevo imparato anche uno strano origami.
Si piegavano i quattro angoli di un foglio quadrato fino a farli combaciare. Poi si girava e si ripiegava ancora nello stesso modo. Infilando le dita sotto gli angoli e piegando le due metà si otteneva uno strano cubo che si apriva nei due sensi come una bocca. Orizzontale e verticale. Colorando le parti dentro di blu e di rosso, si poteva fare il gioco “inferno/paradiso”.
- Dimmi un numero! - 5! - uno, due, tre, quattro, cinque (si alternava l’apertura orizzontale e verticale)
a quel punto guardavi il colore. Se era uscito l’azzurro, andavi in Paradiso, se era rosso, andavi all’Inferno.
La metà dei bambini andava all’Inferno. E poi capitava che alcuni alcune volte andavano all’Inferno e altre al Paradiso”. Questo un po’ mi consolava… l’inferno non era così definitivo… E poi a me usciva sempre Paradiso :-P
Avevo notato che bastava dire lo stesso numero che avevano detto i bambini per i quali era già stato sentenziato Paradiso. Tutti i bambini, infatti, iniziavano a contare sempre facendo lo stesso movimento, chi orizzontale, chi verticale.
Ma si può mandare all’inferno un bimbo così intelligente?
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giovedì, agosto 18, 2005 Ottobre 1973
… intanto proseguiva l’asilo e si doveva stare dentro sempre più spesso perché il clima diventava sempre più freddo. Con gli amici dell’asilo ho sempre legato poco… comunque ogni tanto c’erano dei giochi che coinvolgevano tutti…. giochi… insomma… attività passatempo per bambini un po’ ritardati. Di quell’epoca c’era “la bella lavanderina che lava i fazzoletti per i poveretti della città”.
Io devo dire che, modestamente, venivo baciato relativamente spesso…
Poi c’era un’altra filastrocca molto meno nota…. infatti non la ricordo bene bene. Diceva “abbiam perso una pecorella…”
… seguivano domande sul colore degli occhi e dei capelli della pecorella e poi si individuava il bambino che corrispondeva alla descrizione. Anche in questo caso ero spesso chiamato in causa. Alle bambine ero simpatico. Ai maschi molto meno… boh… l’unico con cui ricordo di aver giocato qualche volta era S., il nipote dell’amica di mia nonna che frequentavo anche al di fuori dell’asilo.
Mi ricordo per esempio che andavamo di nascosto nei bagni a mangiare il dentifricio. C’era il dentifricio “Paperino’s” alla fragola apposta per bambini! Buonissimo!
In tre anni di asilo, ricordo anche di non essere mai andato in bagno. Cioè ci andavo solo per mangiare il dentifric… ehm… per lavarmi i denti dopo mangiato. Pazienza alle elementari, medie e superiori dove si rientrava per mangiare… ma all’asilo restavo fino alle quattro e mezza. Eppure sono sicurissimo di non essere mai andato al bagno all’asilo. Nemmeno per la pipì.
Da piccolo, anche da molto piccolo, avevo qualche problema psicologico per queste cose…
Anche al mare a due anni e mezzo, una volta mia madre mi ha dovuto portare a casa che mi contorcevo per le coliche, ma non volevo andare nel bagno pubblico della spiaggia (che schifo), né in pineta dietro gli alberi (mi guardano!), né farmela addosso (non sono un bimbo piccolo).
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venerdì, agosto 05, 2005 Settembre 1973
E rinizia l'asilo. Uffa... E poi è un'ingiustizia che quelli che vanno a scuola iniziano dopo. Meno male che c'era ancora caldo. All'asilo si poteve stare fuori spesso. C'era lo scivolo, l'altalena (che non ho mai imparato a usare senza essere spinto da qualcuno)... il pinco panco. E poi c'era la sabbia. I giochi fuori erano però ancora più violenti... si correva di più, qualcuno spingeva sempre. Quando mi sbucciavo le ginoccha mi legavo il fazzoletto bagnato come una benda. E poi continuavo a giocare. Quell'anno all'asilo arrivarono ancha A. e P., due bambini con la sindrome di down. Che allora non si chiamava sindrome di down. Avevano la mia età, ma avevano iniziato un anno dopo perché erano "più indietro" degli altri bambini. Io capivo che era qualcosa che non andava... la cosa più evidente che passavano dal pianto al riso nel giro di un secondo. Il mio amico S. mi aveva fatto notare che se gli facevi "toh, toh, cattivo!!", anche per finta, senza motivo e senza picchiare, solo simulando il gesto, si mettevano a piangere. Poi dicevi: "ma, no, dai che scherzo" e facevi due carezze... e ti facevano dei sorrisi come se fossi la persona più cara del mondo. Però non è che fosse un gran bel gioco da fare. Mi avevano spiegato che dovevo essere buono perché loro avevano dei problemi... che dovevo portare pazienza. Io ero molto bendisposto nei loro confronti, ma certe cose erano più forti. Io tra l'altro ero già molto schizzinoso con gli altri bambini. Uno in particolare voleva sempre dare i bacini per dimostrare che era tuo amico. Quello lo tolleravo a stento. Ciò che non tolleravo era l'abitudine che aveva di prendere il tuo fazzoletto dalla tua tasca, soffiarsi il naso e rimettertelo in tasca. Avevo il senso del risparmio e sapevo che le cose avevano un valore e non si potevano buttare... non potevo buttare il fazzoletto, ma andavo in panico! Appena arrivato a casa correvo in contro a mia nonna tenendo il fazzoletto per un angolino piccolissimo con la punta delle dita "NONNA, NONNA, LAVALO SUBITO, LAVALO, LAVALO". Poi spiegavo l'accaduto. "Si vede che è abituato così con la sua mamma e lo fa anche lì.." diceva mia nonna. Io capivo che non lo faceva con cattiveria però per me era divantato un incubo. Già dovevo sopportare le altre cose dell'asilo, ci mancava solo quello.
La nonna aveva una lavatrice Ignis carica dall’alto. Io la chiamavo “bólo-bólo” (pronunciato con coiné dialettale… italianizzandolo sarebbe “bullo bullo”). Un suono onomatopeico che ho iniziato a ripetere da piccolissimo e poi è diventato il nome della lavatrice. L’altra lavatrice invece si chiamava “il Gò”. Perché quando funzionava faceva “Gò, Gò, Gò”… mia nonna infatti aveva due lavatrici. Avendo a carico anche la biancheria dei genitori (e a volte anche dei suoceri, quando l’altra bisnonna stava all’ospedale) e col fatto che mio nonno faceva il meccanico doveva sempre lavare un sacco di roba. Anche a mano! Il giorno del bucato per eccellenza era il lunedì. Due lavatrici che andavano e contemporaneamente la nonna che faceva il bucato nella vasca con l’asse di legno appoggiata sui bordi. Io guardavo le lavatrici (il Gò in particolare) molto interessato… Mi sembra ancora di sentire il misto di odore di Dixan e sapone da bucato. Il dixan ha un odore inconfondibile. Per me ancora oggi è quello l’odore del bucato pulito. Anche l’odore di sapone da bucato, che invece mia moglie oggi purtroppo non sopporta.
Il Gò era una lavatrice molto particolare. Era un modello vecchissimo… una delle primissime lavatrici che avevano i ricchi quando i poveri lavavano ancora tutto a mano. Mia nonna l’aveva trovata usata e l’utilizzava solo per le tute di mio nonno, che erano sempre sporche di morchia e non venivano lavate con l’altra roba. Il Gò aveva la forma di un lavello da cucina. Si apriva dall’alto e c’era una vasca contenente una specie di birillo che girava a destra e a sinistra facendo go-go-go e movendo la biancheria. L’altra funzione lavante era l’acqua che scorreva a ciclo continuo… infatti mentre lavava scaricava l’acqua in continuazione, ma posizionando la gomma di scarico nell’apposito buco l’acqua tornava nella vasca e quindi c’era un ricircolo. L’acqua veniva messa dentro con un secchio. Calda o fredda a seconda della necessità. Quando si doveva svuotare, si spostava la gomma di scarico nella vasca da bagno e tutto andava fuori. Il Gò aveva un timer… funzionava per 15 minuti. Poi bisognava farlo ripartire. Di fianco alla vasca poi c’era il cestello per centrifuga. Come un cestello delle lavatrici moderne, però più piccolo e disposto verticalmente. Il coperchio era di plastica dura trasparente. Sembrava il tappo dell’orzobimbo. Si bloccava con un fermo grigio e quando chiudevi partiva automaticamente la centrifuga.
Il bólo-bólo invece era moderna… molto più simile alle lavatrici attuali. Si caricava dall’alto e in fondo, sulla parte posteriore c’era una parte rialzata con tutti i pulsanti corrispondenti ai programmi, protetti da uno sportello trasparente. Otto programmi più il tasto rosso per spegnere e il tasto nero per accendere. Ero sempre io a volerla far partire. Dopo che la nonna aveva scelto il programma, scattava il classico “Schiaccio io!!”. Erano soddisfazioni! Sotto i tasti del bólo-bólo c’era un led che indicava a che punto del lavaggio stava: prelavaggio, lavaggio, risciacquo, centrifuga. Non era possibile farla centrifugare e basta. C’erano otto programmi ma te li faceva interi. Se schiacciavi UNO restava sempre UNO. Fino alla fine. Come le moderne elettroniche! Non era come le lavatrici a rotella che partono dall’uno e scattano avanti, due, tre, quattro…ecc. La Zoppas di mia madre faceva così. Io preferivo il bólo-bólo. E poi aveva la levetta per sollevare le ruote e spostarla. E poi si puliva il filtro!! Mi piaveva tantissimo quando la nonna puliva il filtro. Il bólo-bólo scaricava nella vasca. O nel lavandino. Non c’erano gli scarichi apposta per la lavatrice. Quando tornavi che aveva scaricato c’era quell’odore di bucato in tutta la casa. La nonna spesso teneva l’acqua di scarico del bucato normale per sgrossare le tute del nonno.
Quando è morto il go’ mia nonna ha preso un’altra lavatrice vecchia di riserva. Ha sempre avuto due lavatrici… anche quando il nonno è andato in pensione e ha smesso di fare il meccanico. Anche adesso che è da sola, non si capisce perché ma deve avere una lavatrice da “tutti i giorni” e una lavatrice “dalla festa”. postato da deniz |
21:03 | commenti (5)
giovedì, agosto 04, 2005 Agosto 1973
Quell'anno niente mare. Mia cugina andò a Chiavari e mi mandò una cartolina. Noi avevamo speso i soldi per comprare e ricompare la macchina per la mamma, c'era la retta dell'asilo, la benzina per andare a lavorare... alla fine non si sa se convenga veramente andare a lavorare anziché stare a casa a crescersi i figli. Almeno una volta c'era la speranza di percepire la pensione un giorno... A me comunque non dispiaceva rimanere a casa. Dalla nonna c''erano tutti i mei amici, a casa c'era solo P... però avevo il cane Dick che straadoravo. C'era tupi, il cane della vicina. Siccome non andavo all'asilo alla sera finalmente si poteva guardare la tv fino a tardi. Il papà usciva tutte le sere. Io restavo in casa con la mamma e "l'aiutavo" a stirare. Avevo una seggiolina rossa per bambini legata con il filo di plastica morbida. Praticamente era tutta a righe... quando ci stavo seduto e mi alzavo avevo tutti i segni delle corde sulle gambe. Quando la mamma stirava mettevo la seggiolina a gambe all'aria. E poi prendeto tutti i capi da stirare e li passavo tra un filo e l'altro. Un filo sì e uno no, uno sì e uno no. Dicevo che così gliela "scaldavo". Era un prestiraggio per stirare meglio dopo. A volte veniva giù la figlia del padrone di casa che abitava al piano di sopra e facevamo delle chiacchiere. A volte eravamo noi ad andare da lei. Aveva delle specie di matriosche... delle bamboline di legno che andavano una dentro l'altra. Un bel gioco. E poi aveva la centrifuga per l'insalata. Con la manovella. Quella noi non ce l'avevamo. E aveva anche la grattugia con il cassetto. Grattuggiavi il formaggio e andava a finire sotto. Mia nonna addirittura aveva quella con la manovella!
Noi purtroppo ne avevamo una squallida che faceva cadere il formaggio sotto su un vassoietto. Senza cassetti e senza manovella. Molto meno divertente.
mercoledì, agosto 03, 2005 Luglio 1973
Le vacanze per la mamma, pur essendo lunghe non coprivano completamente il periodo in cui ero a casa dall’asilo. Così buona parte dell’estate la trascorsi con la nonna, con mio grande piacere. Dalla nonna trascorrevo molto tempo nel cortile con la banda di bambini del vicinato. Facevamo tanti tipi di giochi, ma le protagoniste erano le biciclette. Io avevo una normale biciclettina da bimbo tipo graziellina. Marca Giordani però. La S. aveva una bicicletta simile, verde, un po’ più grande che aveva la caratteristica che quando pedalavi indietro anche la bici andava all’indietro. F. invece aveva una biciclettina fatta come una bici da uomo. Solo che era piccola. Non aveva iil cambio… non era una bici da corsa. Era solo una miniatura di bici.Ed era Verde. M. era ancora piccolo e aveva solo il triciclo che spingeva con i piedi senza pedalare. La D. e la P. invece erano già grandi, andavano già a scuola. Avevano due grazielle con la sella alta alta perché erano già alte quasi come le loro mamme. Siccome non c’era l’asilo la nonna mi portava con sé se doveva fare dei giri. Un po’ mi dispiaceva non poter restare con gli amici… però a volte si facevano dei giri belli. Soprattutto in motorino, con gli occhiali da sole con la montatura in plastica verde. Bellissimi!
Quasi tutti i giorni andavamo dai bisnonni a Canali. Mia bisnonna da tempo non era più autonoma nella gestione della casa. Mia nonna l’aiutava, controllava se aveva delle commissioni da fare, prendeva la roba da lavare e gliela portava stirata. Là trovavo anche mio cugino R. che ha poco più di un anno in meno di me. R. in realtà è cugino di mia madre, essendo figlio del fratello di mia nonna, che all’epoca abitava nella nella stessa casa di mia bisnonna, ma al piano di sopra. La casa dei bisnonni di per sé era un posto abbastanza noioso, quindi, per fortuna che c’era R. così che almeno si poteva giocare insieme. Giocavamo nel cortile, a volte sotto la sorveglianza del bisnonno che si raccomandava di fare a modo, di non litigare di non sudare, di non stare al sole e di altri mille non. Un buon uomo, ma un po' noioso. Meno divertente dell'altro bisnonno. Meno "complice" della nonna, che con me non giocava mai, ma tutto quello che si faceva, lo facevamo *insieme*.
La casa della bisnonna la ricordo benissimo. Mi ricordo il frigorifero Ignis marrone che si apriva col pedale. Mi ricordo il cucinotto ricavato nel sottoscala. E su un gradino della scala che portava al piano di sopra c’era un buco che faceva da finestrella e si poteva guardare nel cucinotto. Terribile, a pensarci adesso! E poi c’era il cortile, comune a tante altre case. Era (è) uno di quei borghi antichi con le case tutte attaccate, Da una parte il cortile finiva sulla strada ed era pericoloso avvicinarsi. Dall’altra proseguiva lungo lungo, verso le case che stavano dietro. Lì si poteva andare, bastava non avvicinarsi al pozzo a camicia, perché si poteva cadere dentro e dentro c’era la “Borda”, un mostro mitologico che mangiava i bambini. Io in realtà avevo più paura di annegare o anche solo di rimanere al buio in quell’angusto pozzo che non della Borda. Anche perché sapevo benissimo che non esisteva, anche se aveva molto fascino.
Un giorno io e R. ci siamo messi a fare un gioco tanto innocuo quanto scemo. Ma bisogna tener conto che avevamo 3 anni. Il gioco consisteva nell’addentrarsi nel cortile verso l’ignoto fino a che non si vedeva la vecchia vicina di casa di mia bisnonna che era dietro uno dei tanti angoli delle case, verso la fine del cortile. A quel punto si gridava “la vecchia!!!” e si correva via, fino a che non tornava a scomparire dalla vista. Si arrivava trafelati per lo scampato pericolo e poi si ripartiva. Gli ultimi metri andavamo piano piano… poteva comparire da un momento all’altro. Giravi l’angolo che nel cuore avevi la stessa suspence di un film di Dario Argento… e quando compariva alla vista lei... “la vecchiaaa!!!”. Una variante thriller del gioco “cucù, ah sei lì” Gioco scemo forse già troppo infantile per dei treenni. Fatto stà che poi la vecchia andò da mia bisnonna. “I suoi nipoti sono dei maleducati, mi chiamano vecchia strega e mi prendono in giro”. Io che avevo nasato come si mettevano le cose, molto indianamente ero salito in macchina a far finta di studiare il funzionamento dei deflettori, del comando per gli spazzavetri e per spruzzare il lunotto.
Ma poi la nonna mi chiamò al rapporto. “E’ vero che hai detto vecchia strega alla signora?” e la vecchia incalza “Sì, sì.. è quello lì! L’e propria ló!” -
come se avesse riconosciuto un pericoloso criminale. “L’altro lo conosco, lo so che è buono. E poi è piccolino. E’ quello lì più grande che lo istiga”. Io non avevo mai detto "vecchia strega”. Avevo detto solo “vecchia”. Però non ho avuto il coraggio di dare spiegazioni chiare lì davanti a tutti che mi guardavano come fossi un mostro pericoloso.
A casa la nonna raccontò l’accaduto a mia mamma. “Ma a chi l’ha detto alla R. ?” ODDIO!! – si preoccupò la mamma. La nonna annuì. In seguito venni a sapere che la R. era in realtà *veramente* una vecchia pazza che aveva traumatizzato bambini di tre generazioni. Insomma... mi era andata bene se si era solo lamentata con la nonna. A casa poi riuscii a spiegare che avevo detto solo “vecchia” e che non avevo intenzione di offenderla ma solo di giocare a scappare, comunque tutti sdrammatizzarono e mi dissero di non preoccuparmi. Però in quel lato del cortile non andai più. postato da deniz |
22:21 | commenti (2)
lunedì, agosto 01, 2005 Giugno 1973
Anche la nonna cambiò macchina. La sua 500 L rossa
era divenuta ormai monopolio di mia zia che aveva iniziato a lavorare come maestra d’asilo. Per questo mia nonna si comprò un’altra 500, però beige, più vecchia (era quella di suo fratello che a sua volta cambiava la macchina) e non dello stesso modello. Era di quelle con scritto “nuova 500” per intenderci.
D’estate comunque andavamo sempre in motorino. Il motorino era un ciao blu modello SC che mia zia aveva comprato due anni e mezzo prima con i soldi della vendemmia, ma che poi era divenuto monopolio di mia nonna… che intrigo di mezzi di trasporto! Piaggiful! Sul ciao salivo in piedi sulla pedalina davanti ed ero l’addetto al clacson… prrrr prrrr… e poi anche quando era ora di spegnerlo, lo spegnevo io. Bastava tirare la levettina piccola vicino al freno.
Quando andavamo in macchina, invece, ero l’addetto al’accensione. La 500 si accendeva con una levettina vicino al freno a mano che si tirava dopo aver girato la chiave. C’erano due levette. Una era l’aria, e l’altra l’accensione. Ci tentevo tantissimo ad accenderla io. Prima di partire mi raccomandavo sempre: “l’accendo io, eh… non dimenticarti!” Era bellissimo. Mia nonna mi dava il “via” e io tiravo la levetta e facevo partire la macchina. La 500 era la macchina che preferivo. La 600 di mia madre, purtroppo aveva solo la levetta dell’aria e si accendeva con la chiave, come tutte le altre macchine. La 124 del nonno aveva il cicchetto del metano, che era molto allettante… ma era dal lato guida, non potevo raggiungerlo. E poi era una cosa difficile che doveva fare il nonno, altrimenti poi la macchina si ingolfava e non partiva. E poi il nonno diceva le parolacce. La 500 aveva anche un rumore bellissimo, varatteristico, inconfondibile. A quell’età iniziavo a conoscere i modelli delle macchine (che allora non erano così numerosi come oggi). Ma della 500 conoscevo anche il rumore. Non ci si poteva sbagliare.
L’ultimo giorno di asilo doveva venire mia nonna a prendermi… non so perché quel giorno non si andava a casa in pulmino. Mi ricordo l’ultima merenda. Ci hanno dato il ghiacciolo. Rosso, alla fragola. Era buono… meglio della solita sbobba col latte scaldato… però era piccolo e non aveva niente a che vedere con quelli del bar… che infatti si chiamavano “bif”. I bif si potevano prendere raramente… La nonna diceva che avevano solo ghiaccio e niente sostanza e spingeva sempre verso il “cornetto algida”, che almeno nutre. I miei amici di solito avevano il problema opposto… siccome il cornetto costava di più, non potevano prenderlo tutti i giorni… io ero un privilegiato, insomma… però qualche volta avrei voluto anch’io il bif.
Dopo aver mangiato il succedaneo di bif chiamato ghiacciolo, i bambini cominciarono ad andare a casa… è arrivata la mamma di L. !! – gridava qualcuno. C’è il papà di S. !! - gridava qualcun altro. E i bambini correvano incontro ai genitori uno dopo l’altro.
Quando veniva mia nonna gli altri bambini gridavano sempre “è arrivata la mamma di Denis””… e io poi le dicevo “non dire niente, facciamo credere che sei mia mamma… “. Così per scherzo. Era una specie di complicità tra noi. Ero contento di avere una nonna giovane. Ero contento di poter “gabolare” gli altri in un qualche modo.
Quel giorno però la nonna non arrivava. Contavo i bambini che se ne andavano e iniziai pian piano a preoccuparmi sempre più. Uno dopo l’altro i bambini andarono a casa e rimanemmo solo io e la suora. A quel punto gli occhi mi si riempirono di lacrime. Mi avrebbero lasciato sempre all’asilo? Com’era possibile? La suora cercava di tranquillizzarmi: “vedrai che arriva, andiamo a vedere se c’è la macchina… ha una macchina rossa, vero?”
“NOOO, adesso l’ha cambiata!!”
Le suore non sapevano proprio niente… Non erano aggiornate! E io dovevo fidarmi di loro?
Se mia nonna non fosse tornata non sarebbero mai state capaci di trovarla, ne ero sicuro.
Girammo un po’ e a un certo punto la nonna si materializzò. Era venuta in motorino, con molto anticipo, e si era poi messa a fare l’uncinetto nascosta al’ombra di una siepe. E poi aveva perso la cognizione del tempo presa dal lavoro… io fui felicissimo e non ebbi nemmeno un po’ di rancore verso la nonna. Era uno dei giorni più felici della mia vita. Finalmente si tornava a casa e sapevo che mi aspettava un lunghissimo periodo di vacanze.
postato da deniz |
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