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Avete scritto:
chaitanya in Giugno 1985Non arr...


giovedì, settembre 29, 2005
 

Giugno 1975

Finì l'asilo. Definitivamente! Che bello! Fu uno dei mesi più belli della mia vita. I miei genitori mi dissero che ormai ero diventato grande e l'anno successivo sarei andato a scuola dove avrei imparato a leggere scrivere e fare di conto. In realtà io sapevo già leggere da qualche mese. Tra i miei giocattoli preferiti c'era un mazzo di carte della Giglio... un gadget pubblicitario in pratica, su cui erano raffigurate le lettere dell'alfabeto. Su lato posteriore c'era la mucca carolina col quadrifoglio in bocca. Davanti c'erano le lettere e un disegno di un oggetto la cui iniziale corrispondeva alla lettera. C'era la O con l'orologio, la D con il dado, la E con l'elefante,  la I con l'imbuto. Mbuto. Sulla lettera C c'era unA cocomerA, a testimoniare che la Giglio è reggiana. All'inizio mettevo le lettere a caso e chiedevo a mia madre di leggere. VCMERSTUDEBI. LATSINGIHO.... parole che non significavano niente. Però nel frattempo avevo imparato le lettere. Un giorno mia madre si stancò e mi disse:  "ma cosa scrivi sempre questi paroloni.... perché non scrivi delle paroline con significato? Tipo "mela"... "pera". Dopo qualche secondo, la chiamai e le dissi: "guarda mamma, ho scritto vaso". In effetti avevo scritto "vaso". Dopo qualche verifica mia madre potè constatare che sapevo scrivere qualsiasi parola. Mi insegnò la cio cia ciu e la gio gia giu e l'uso dell'acca. Ed era fatta. Così imparai anche a leggere. Il c i elo è blu, il sole è g i allo. Facevo sentire le i in modo esageratissimo. Anche le acca. La mamma HHHHa detto.... ma penso sia tipico dei bambini.

Certo che tra lo scrivere con le carte e lo scrivere con la biro.... ce ne passa però. Ero contento di aver imparato a leggere... leggevo tantissimo. Leggevo tutto. Etichette, scritte sulle magliette, sui muri, cartelli stradali... tutto. Ma scrivere noooo.... Facevo davvero fatica. Non andavo dritto nemmeno con le righe facilitate. Sproporzionatissimo e disordinato. Anche adesso, comunque... eh. Meno male che c'è il computer.

L'inizio della scuola non sarebbe però stata l'unica novità. I miei genitori mi annunciarono anche che finito l'asilo saremmo andati in una casa nuova. Precisamente a Montecavolo. Precisamente nella casa dove già abitavano mia nonna paterna e i miei zii. Al terzo piano. L'inquilina che c'era, infatti, si trasferiva si era liberato l'appartamento.

Un appartamento grande: un lunghissimo (e inutile) corridoio, il tinello dove si mangiava, il cucinotto, la sala, il salotto una cameretta per me e la camera dei miei genitori. E il bagno ovviamente. Tutte stanze grandi. Poi c'era il cortile, poteva starci anche il cane. Due garages, solaio e cantina... poi la nonna al piano di sotto. Fate come foste a casa vostra! Sembrava una sistemazione ideale. E poi la casa era nuova. Con l'acqua potabile in casa. La vasca da bagno! Il balcone grande!

A chi mi chiedeva se ero contento di andare nella casa nuova rispondevo di sì. In realtà non ho mai capito perché abbiamo dovuto lasciare Gavasseto. Non l'ho capito ancora adesso. Certo... c'era la nonna che mi avrebbe dato un occhio quando tornavo da scuola.  Passavo da una nonna all'altra nonna... non è che cambiasse tanto. Boh... alla fine anche Montecavolo non era malaccio. Ma il Gavasseto e Due Maestà erano tutt'un altra cosa.

Da mia nonna a Montecavolo avevo portato un bidone (era un contenitore per il mangime dei conigli, rivestito di carta colorata e trasformato in portagiochi) pieno di giocattoli. Costruzioni, animaletti...macchinine. Avevo fatto una selezione di quello che avevo per portarlo là, così ci avrei giocato quando andavo da lei senza dovermi portare i giochi da casa. Un giorno andai per cercare i giochi e venni a sapere che mio zio A. li aveva bruciati.  Perché erano tutte cianfrusaglie.  I miei genitori mi dissero che ne avremmo presi degli altri. Io non ne volevo altri. Volevo i miei!  Io mi affeziono tantissimo alle mie cose... dopo che sono mie, le cose prendono anima. Hanno un nome. Hanno dei sentimenti. Non mi interessava avere PIU' cose o cose più costose. Volevo le MIE cose.  La mia permanenza a Montecavolo partì quindi col piede sbgaliato sin dall'inizio. Furono tra gli anni peggiori della mia vita. Con i parenti di mio padre mi trovai così così. Con qualcuno bene, con altri meno. Con nessuno ebbi mai quel feeling che avevo con la nonna materna.

 

postato da deniz | 22:53 | commenti (3)


giovedì, settembre 22, 2005
 

 

Maggio 1975  

 

Per la festa della mamma, le suore mi assegnarono la parte principale da solista nel coro dei bambini. Si cantava “ci vuole un fiore”, una canzone di Sergio Endrigo (che ricordiamo affettuosamente con 12 minuti di applauso) che all’epoca era nuovissima e in vetta alle classifiche. In realtà a fare i solisti eravamo in due. I due bambini più intonati dell’asilo: io e una bambina con gli occhiali di cui adesso non ricordo più il nome…. Stefania? Federica? Daniela? Un nome simile, comunque.

Il giorno della festa della mamma, come di consueto, le suore avevano tolto tutti i tavoli dal refettorio e lo avevano riempito di seggiole per i genitori. Contro il muro, c’era il palco sopraelevato (ottenuto unendo tutti i tavolini). E quell’anno c’erano pure le casse e il microfono.

 

Piccolo problema: le suore non mi avevano mai fatto fare prove col microfono. Avevo sempre cantato assieme al disco, come si canta a casa. E così, il gran giorno, con la sala gremita di genitori e nonni acclamanti assistemmo alla seguente scena:

Coro:

le cose di ogni giorno

raccontano segreti

a chi le sa guardare

ed ascoltare..

 

Denis:

Per fare un tavolo… mah…. MA CHE VOCE E’ QUESTA ???

Pubblico:

AH AH AH AHAH HAHAH AH AHAH AH AH!!!

Denis (serio) :

Voi ridete, io non canto più.

Scesi dal palco e spostando la stoffa lo rivestiva, andai a nascondermi sotto al tavolato. I bambini non hanno senso dell’ umorismo. E gli adulti avrebbero dovuto saperlo ed evitare di ridere in quel modo. Purtroppo, non avevo mai sentito la mia voce al microfono e ovviamente non la riconobbi e la sorpresa fu così forte che mi impedì di proseguire il canto.. Penso capiti a chiunque. La  mia voce registrata la sento diversa tuttora. Le suore comunque andarono più in panico di me. Avevo sconvolto la scaletta della manifestazione. Non sapevano più come rimediare.

Alla fine la canzone fu cantata interamente dalla bambina con gli occhiali che fortunatamente si ricordava anche la mia parte. O al massimo ripeté la sua, tanto il pubblico non se ne sarebbe accorto. Finita l’esibizione sgattaiolai fuori e raggiunsi i miei genitori e mia nonna seduti in fondo. “Hai fatto proprio bene” mi dissero, cercando di sdrammatizzare. Meno male. In fondo… massì.. chi se ne importa della recita della festa della mamma. Tanto la mia mamma lo sa che canto bene. Mi sente tutti i giorni.

In quei giorni morì il cagnolino della padrona di casa anche, investito da un auto. Che sfiga morire così abitando in una casa circondata dai campi a più di un chilometro dalla strada. Che cosa c’era andato a fare sulla strada?

Tupi era un meticciotto piccolo e tracagnotto marrone focato a pelo corto. Non è che avessi un rapporto particolare col lui… era lì. Il rapporto strettissimo era con Dick, il mio cane. E per giocare c’era la Gepy che era cucciola... Tupi, mi faceva solo un po’ pena qualche volta, quando reputavo che venisse sgridato ingiustamente per colpe che erano soprattutto della Gepy. Per esempio, se in casa facevano casino (sempre per colpa della Gepy, che in quanto boxer era casinista di natura) venivano mandati fuori tutti e due. Una volta ha mandato fuori solo Tupi. Io e mia madre eravamo “su” come tante sere dopo cena. Quando siamo scesi Tupi era rannicchiato in un su un gradino della scala che aspettava fuori dalla porta. Mi sono venuti i lacrimoni. Ma la vera mancanza di Tupi l’ho sentita solo quando è morto. Mia madre mi disse che era andato “in cielo”. Non lo mettevo in dubbio, però mi sembrava impossibile che tutto d’un tratto non ci fosse più. Soprattutto non era giusto.  

postato da deniz | 20:30 | commenti (6)


martedì, settembre 20, 2005
 

Aprile 1975

Nei caldi pomeriggi di primavera, quando mia madre aveva il turno del mattino o nelle vacanze di Pasqua, andavamo nei campi che circondavano la nostra casa di  Gavasseto. Mia madre raccoglieva i riccioni e i radicchi da mangiare con le *uova di pasqua*, cioè uova cotte e decorate. E poi se era il caso si trovavano dei fiori bellissimi da raccogliere. Le viole e le primule spuntavano in marzo e per tutto il mese trasformavano le rive del Rodano e del canale in un immensa coltre colorata. Si camminava per chilometri fino ad arrivare lontano lontano dove la casa si vedeva appena. Erano tutti campi. Tutti piatti. Tutti uguali… qualche vigna qua e là… a delineare i confini c’erano delle canalette bianche a forma di V dove d’estate scorreva l’acqua per irrigare. In aprile però erano vuote. Nel punto in cui finivano c’erano degli strani pozzi quadratoni. I nonni mi avevano raccontato che una vola un bambino che non avevo fatto in tempo a conoscere era annegato cadendo dentro a questi pozzi. Per cui li guardavo con diffidenza. Pensavo che fossero profondissimi, che una volta caduto in quel buco, finivi al centro della terra. Un altro posto inquietante ma molto bello era il punto in cui il Canale (un corso d’acqua artificiale che prende nasce dal Secchia e porta l’acqua in tutta la campagna intorno a Reggio), passa(va) sopra al Rodano. Un fiume che passa sopra un altro fiume! Era una cosa insolita. Uno spettacolo della natura e della tecnologia umana. Per andare nel punto in cui si vedeva meglio dovevo obbligatoriamente tenere la mamma per mano, perché anche questo posto era pericolosissimo. Bisognava salire in fin sull’argine che in quel punto era altissimo. Nel canale c’erano tante dighe... quando era troppo pieno si apriva una chiusa grandissima di metallo rosso e l’acqua si scaricava nel Rodano. Il Rodano era inquietante. Rimaneva giù giù in fondo. Profondissimo.  Chissà se rivedendolo adesso proverei le stesse sensazioni. Può darsi che non mi ci ritrovi. Come quando mi è capitato di recente di rivedere il  * monte * di Bôk Fôrt (quartiere della Vecchia dove abita mia zia W.). Lo ricordavo come un monte altissimo. Io e mia cugina ci scendevamo con lo slittino come Heidi e Peter. Si faticava tanto ad arrivare fin sul cucuzzolo. E la discesa era lunga e ripida. Sembrava di essere sulla Pala Santa. L’ho rivisto alcuni giorni fa. E’ una semplice collinetta.

 

Allo stesso modo chissa… il Rodano in quel punto potrebbe ora sembrarmi un torrentello. Ma forse no. Dal ponte lo vedo ancora spesso e sembra bello fondo. Forse è sempre più fondo. All’epoca mi sembrava un burrone. La mamma mi teneva saldissimo quando guardavo giù. Era già sporco allora. Il canale invece era più pulito. Relativamente pulito. Era acqua del Secchia, ma serviva per irrigare i campi. D’estate i cani dei vicini si tuffavano e nuotavano all’inseguimento degli animali acquatici. Dick non si tuffava. Odiava l’acqua. E non voleva neppure che mi avvicinassi io.

 

L’uomo addetto alle “chiuse” che sorvegliava il regolare movimento delle acque si chiamava S. e aveva una barba lunga come Mangiafuoco. Quando lo incontravamo ci salutava e scambiavamo qualche parola ocn lui, ma mi faceva moltissima soggezione. Anche perché avevo sentito delle storie su di lui. Storie raccontate dai grandi mentre parlavano tra di loro. Parlava come noi, ma si diceva che venisse dalla *bassitalia*. Un posto inquietante. Si raccontava che della dua incredibile gelosia. Sua moglie doveva stare sempre chiusa in casa. Era una donna dell’età di mia madre, circa. Una volta era uscita in cortile per stendere il bucato, un passante, uno dei soliti contadinacci le urlò qualcosa. Allora il marito che in quel momento stava parlando con mio padre, vedendo la scena, andò dalla moglie, le diede quattro ceffoni e la mandò in casa. Questo episodio di cui ero venuto a conoscenza ascoltando i discorsi dei grandi mi aveva impressionato moltissimo. Ogni volta che vedevo S. pensavo a quella povera moglie che invece non si vedeva mai.

 

 

 

postato da deniz | 21:58 | commenti (5)


lunedì, settembre 19, 2005
 

Marzo 1975

Mentre Pink Floyd, Deep Purple e Led Zeppelin ci regalavano la musica più bella del secolo, a casa mia imperava Iva Zanicchi…

Ciao cara come stai, lei non risponde piùùù… ciao cara cooome staai… Che voce!! – quasi si commoveva il papà.

 

Ma possibile? Uno che ha la fortuna di vivere con l’età che ho io adesso l’esordio di tutti i pezzi che sono diventati mitici….

Posso capire mia nonna… ma ai miei genitori questo non lo posso perdonare! 

Quindi, niente David Bowie e  mai Dire Straits.   Oh… questo comunque era l’italiano medio nel blu dipinto di blu in voga in quel periodo.  “Alle porte del sole” della  Gigliola Cinquetti ,vincitrice di canzonissima,  vendeva di più di “Angie” dei Rolling Stone. Non c’è da stupirsi troppo.

Un po’ c’era la faccenda della lingua. Come può piacerti una canzone se non capisci che cosa dice? – sosteneva mio padre.  Certo perché di fronte a testi come “la ragazza del mio cuore”… che credo che in realtà si intitoli “baci” (canzone preferita dal  babbo), è molto importante capire che cosa dice! In ogni modo, lui sosteneva che le canzoni si devono capire. Si devono poter cantare. Oltretutto erano gli anni della guerra in Vietnam. Per mio padre non esiste l’inglese… le canzoni sono in  “Amerikano”. Perché devono imporre la loro musica al mondo intero? Quindi alla fine rifiutava anche le canzoni pacifiste di John Lennon e quelle in voga nei movimenti contro la guerra del Vietnam.

Mio padre è sempre stato particolarmente sensibile alla voce dei vari cantanti. Per piacergli, un artista non doveva solo cantare un bel pezzo, ma soprattutto avere una bella voce. Anche tra gli italiani, per esempio, Lucio Battisti che ha scritto in questi anni decine e decine di canzioni famosissime era snobbato. Non ha voce. Meglio Drupi!

La questione voce comunque non era sufficiente a fargli prendere in considerazione Gloria Gaynor e Barry White. Berri chi?  Come stranieri al massimo si arrivava agli Intillimani. Merito della mamma, più che altro. Per il papà erano troppo stranieri persino gli Intillimani. E poi facevano una musica strana e non avevano certo la voce di Al Bano.

A me gli Intillimani piacevano molto.  Mi piacciono ancora! Tantissimo. Anche i Fintillimani che si incontrano spesso in centro a suonare come artisti di strada. Mi ricordo quando andavo in corteo in groppa al papà per non essere cantato dalla folla. Quando cantavano “venceremos” ero uno dei pochi che la sapeva tutta. Avevo 5 anni. Non erano certo motivi politici che mi spingevano ad apprezzare quelle canzoni. E’ che proprio sono dei suoni bellissimi.

 

postato da deniz | 21:05 | commenti (2)


venerdì, settembre 16, 2005
 

Febbraio 1975

 

Anche quell’anno per carnevale mi vestii da Robin Hood. Oramai sono monotono. Robin Hood in effetti era il mio eroe. Il genere di eroe che preferivo, insomma.

Su questo tipo di emotività, a quel tempo provavo un’inconfessabile simpatia per le Brigate Rosse…  siete svenuti??

Su, su… ero solo un bambino!!!

Per fortuna! Mi sono salvato per ragioni anagrafiche, perché forse se fossi stato qualche anno più grande, ancora immaturo di testa e maturo di corpo, in buonafede ovviamente, avrei potuto prendere delle strade strane.

Delle Brigate Rosse ne sentivo parlare solamente male. Anche dai miei genitori e dai miei nonni che erano tutti di sinistra. Dicevano che erano nemici, che dopo tutti pensavano che i comunisti erano tutti come loro… Sinistra… comunisti… io all’epoca capivo poco di quei termini. (Anche adesso, comunque!!!). Sentivo parlare di queste specie di “banditi”, che sparavano alle gambe, che combattevano il governo (che sapevo essere costituito da “cattivi”)… insomma, i banditi hanno un certo fascino. E piuttosto dei cowboy (che loro invece potevano tranquillamente sparare agli indiani anche nella TV dei ragazzi), quei “banditi” mi erano simpatici. Nella fantasia dei miei giochi pensavo sempre a situazioni in cui io ero uno di loro. Erano sempre fantasie prive di violenza. Persone da “liberare”, cattivi da spodestare. Non pensavo mai alle armi.

Ricordo quando hanno liberato Curcio… le cronache del telegiornale, che raccontavano tutto quello che era successo… Per me è stato come quando Robin Hood e Little John sono entrati di notte nel castello di Nottingham e hanno liberato Cantagallo e gli altri. Capivo che non potevo dirlo a nessuno, ma dentro di me sono stato contento.

Una volta giocando mi sono lasciato sfuggire che ero delle “brigate rosse”. La nonna mi ha ripreso severamente. Uffa… e perché allora si poteva essere cowboy e nessun nonno sgridava?

 

 

 

 

 

 

postato da deniz | 21:39 | commenti (3)


mercoledì, settembre 14, 2005
 

 

Gennaio 1975

 

E così siamo arrivati fin qui… anno nuovo vita nuova. Meno male che c’erano le vacanze. Tanti giorni di festa in cui non si andava all’asilo. Ricordo ancora il giorno in cui iniziarono le vacanze di Natale. Mia madre alla sera mettendomi  a letto mi disse “Coraggio che hai ancora domani e dopodomani e poi iniziano le vacanze”.  “Tante come quest’estate?” – chiesi speranzoso. “Eh, no!” disse la mamma stupendosi un poco della mia capacità di  valutazione. Un po’ infatti me l’aspettavo.  Mi sembrava di ricordare che le vacanze invernali duravano meno.

 Durante le vacanze si andava spesso in centro a Reggio per gli acquisti “insoliti”. Cioè per i vestiti o per la spesa “grossa” alla Standa o alla Coop Uno. Tra le altre cose, mi comprarono un cappello da David Crockett… o da giovane marmotta (a scelta). Fatto di pelo con la coda dietro.

Il problema di andare in centro era trovare parcheggio. Mia madre era negata a parcheggiare e non sapeva orientarsi tra le viuzze piene di sensi unici che cambiavano in continuazione. L’unico parcheggio in cui andava era quello della CAAM. Ma non sempre c’era posto. Il tram numero 9 a quei tempi non c’era. Per andare a prendere il 3 bisognava andare fino al Buco in bici o in macchina.  Qualche volta lo facevamo. Il tram a quei tempi  passava dalla via Emilia e si fermava proprio davanti alla Standa e al mercato coperto. Era molto più comodo per chi faceva acquisti. Il biglietto si comprava direttamente sul tram. C’era la macchinetta in cui si inserivano 50 lire ed emetteva un biglietto di carta morbida, come uno scontrino del cinema.  Mi  sembra che proprio in quel periodo il prezzo del biglietto passò da 50 a 100 lire. Ricordo che ci fu un grandissimo malcontento generale. E’ vero che si passava alla monetina di taglio immediatamente superiore… però era comunque il doppio. La grande inflazione degli anni ’70 si faceva sentire in quel periodo. Aumentava tutto. Ma aumenti tosti, mica bazzecole. Il cornetto Algida passò da 100 lire a 150 lire. Il bif (ghiacciolo) addirittura da 50 a 100 lire. Il doppio anche per questo. Per i miei genitori, entrambi lavoratori dipendenti, iniziarono tempi molto duri. Io sentivo molta preoccupazione nei discorsi dei grandi. Mia nonna aveva avuto la “dritta” (non si sa da chi… probabilmente aveva i suoi informatori) che avrebbero aumentato anche il costo dei gettoni telefonici. Del resto le tariffe del telefono di casa le avevano già aumentate. Da allora io e mia nonna in segreta complicità, iniziammo a mettere da parte i gettoni telefonici. Ci vollero cinque anni, prima che la nostra perseveranza fosse premiata. Nel 1980 la casa di mia nonna sembrava la casa della moglie di Fantozzi ai tempi della sua relazione col fornaio Diego Abatantuono. Aprivi un qualsiasi mobile e rischiavi di essere travolto da una valanga di gettoni. Però con 5 anni di bieca speculazione ottenemmo un guadagno non indifferente.

 

 

 

postato da deniz | 22:43 | commenti


martedì, settembre 13, 2005
 

Novembre/Dicembre 1974

 Quell’anno l’asilo era particolarmente triste.  Fu in quell’anno che morì suor M. Io per altro l’avevo vista poche volte. Era malata da tempo, aveva fatto qualche comparsa durante il mio primo anno d’asilo. Null’altro. Però le altre suore ci parlavano sempre di lei e ci facevano dire le preghiere per suor M. Dopo la morte di suor M. comprensibilmente le suore erano molto tristi… d’altronde le nostre attività all’asilo erano piuttosto moderate. Ovviamente si giocava… in fondo eravamo bambini. Ma c’erano molte attività piuttosto contenitive. Attività di disegno, il gioco del silenzio… e poi molta disciplina. Le preghiere tutte le mattine… sapevamo già a memoria l’Ave Maria, il padre nostro, l’angelo custode e l’eterno riposo. Tra i giochi, si preferivano quelli organizzati: il girotondo, la tela la lunga tela… oppure ci mettevamo tutti seduti sulle panchine in fila e si cantava se “sei felice tu lo sai batti le mani”. Questo lo facevamo quando veniva la A…. che non era una suora. Era una…. boh… una catechista… una che era immanicata col prete e ogni tanto veniva a “dare una mano” all’asilo.

 

Mi innamorai di nuovo di una nuova bambina. Lei era nella sezione dei più piccoli, che si chiamavano “angeli azzurri”. Io ero nelle “stelle alpine”. Quelli di mezzo erano le “Coccinelle”.  La bambina nuova era piccolissima, biondina e faceva soprattutto tenerezza. Per la recita di Natale, le fecero fare la parte di Gesù bambino. Poi da grande divenne una z… vabbeh parliamo del passato.

Per Santa Lucia ricevetti un regalo bellissimo che conservo ancora. Un regalo grosso che non stava nella calza. Il librone illustrato di Robin Hood (versione Walt Disney con le volpi e l’orso, i coniglietti ecc.)  Siccome non avevamo il camino, S.Lucia mise il regalo nell’ultimo cassetto della cassettiera della mia cameretta. Ormai quel libro lo so a memoria e lo conservo ancora. In quel periodo ero fresco di film… mia madre mi aveva portato e mi era piaciuto tantissimo tant’è che avevo voluto vederlo due volte!

Ricordo che quando andavo al cinema con i miei genitori  (spesso si vedevano i western, che piacevano a mio papà), se si arrivava in ritardo, che il film era già iniziato, la parte persa si poteva recuperare dopo, nella visione successiva. Finito il film, dopo intervallo e provini, reiniziava. Avendo capito il meccanismo, quindi, quando c’erano dei film belli chiedevo sempre di vederli ancora… almeno la prima parte!!! Daai, ti prego, solo un pezzo!!! Poi andava a finire che lo riguardavo tutto. La seconda visione era ancora più bella della prima, perché sapevo come andava a finire e mi aspettavo i momenti migliori, preparandomi per non perdere nemmeno un dettaglio. E poi c’erano molti particolari che si notavano solo la seconda volta. I film di  Walt Disney li devo aver scroccati due volte quasi tutti.  Per Lilly e vagabondo ho costretto mia nonna al cinema un intero pomeriggio. Ricordo anche l’effetto strano di quando uscivi ed era giù buio.

 

 

 

postato da deniz | 19:59 | commenti


mercoledì, settembre 07, 2005
 

Ottobre 1974

 

S. aveva un pastore tedesco che si chiamava Ringo (link). Lo tenevano legato per fare la guardia al capannone dove tenevano i trattori. Di giorno aveva una catena indegnamente corta. Pochi metri oltre la cuccia… era lunga quanto un guinzaglio. Ma era accorciata con un gancio… perché di notte e alla domenica, si toglieva il gancio che la fissava al muro e la catena poteva finalmente scorrere su un filo lunghissimo teso da un lato all’altro del cortile. La prassi era questa… un po’ perché il cane non fosse di intralcio durante il giorno quando passavano con i trattori, un po’ perché nel cortile passava gente, un po’ perché credevano che legandolo corto sarebbe diventato cattivo e quindi un buon guardiano.

In merito a Ringo, mi avevano sempre messo in guardia. La nonna si raccomandava di non avvicinarlo perché odiava i bambini. Diceva che tornando da scuola, i figli di B. gli tiravano sempre dei sassi e lo avevano incattivito. Mi sono stati sempre sottilmente sulle balle i figli di B.

E uno me lo sono pure ritrovato come catechista… ma non precorriamo i tempi…

Un giorno giocavo nel cortile con S. mentre le nonne chiacchieravano. Ricordo ancora il loro discorso. La nonna di S. stava raccontando di quando appena sposata aveva visto un topone che scendeva lungo la ringhiera delle scale… insomma stavano parlando di "puntgoni". Me lo ricordo come fosse ieri.

Io mi inoltravo verso l’area trattori, ma sempre stando a dovuta distanza e poi correvo indietro dalla nonna. “Nonna, nonna… ho visto Ringo che mi ha fatto BUUUUU!!!”. In realtà non era nemmeno vero. Ringo non faceva nemmeno bu. Se entravi nell’area dove poteva raggiungerti, ti sgagnava. Ma non faceva bu. Io volevo solo far vedere alla nonna che ero coraggioso. La nonna sapeva benissimo che non avevo il coraggio di avvicinarmi nemmeno quel tanto da poterlo vedere. “Nonna, nonna… ho visto Ringo che mi ha fatto BUUUUU!!!”. “Nonna, nonna… ho visto Ringo che mi ha fatto BUUUUU!!!”. Per tre o quattro volte… e ogni volta ridacchiavo. Nonna nonna ho v….  “Toh!” disse la nonna “Eccolo lì Ringo!”. Ringo aveva strappato la catena e stava lì a pochi passi da noi. Avete presente gatto Silvestro quando diventa bianco e si sgretola in un mucchio di sabbia?

Mi nascosi subito dietro alla nonna. Dal canto suo, la nonna, per fortuna non ebbe nessuna reazione del tipo "aiuto aiuto è scappato il leono". "Stai fermo che non succede niente" mi disse. Ringo in effetti da bravo cane libero, era tutto preso ad annusare ogni dove, tutti i posti che di solito gli erano vietati. Annusare e marcare, che bello!

Intanto la J. (la nonna di S. amica di mia nonna) riuscì a capire che a cedere era stato il collare. E adesso che si fa? Su suggerimento di mia nonna (se non ci fosse lei!!) andò a prendere una cintura del marito e la tagliò per ricavarne un collare improvvisato. All'inizio era molto restia.. Sacrificare una cintura da "cristiano" per un "cane"? I cani non potevano avere niente di valore. Solo scarti. Avanzi di cibo, pentole smesse... cucce ricavate in barili o costruite con materiale di recupero. Ma in fondo anche il collare ricavato da una cintura era una roba di recupero. Forse si spendeva di più a comprare un collare nuovo in bottega da O.

Quindi ringo fu catturato e rimesso alla catena. Dalla J. A me avevano detto solo gli uomini si avvicinavano a Ringo. Anche le loro padrone donne (la J. e sua nuora) avevano paura di lui. Quel giorno scoprii che non era vero. Chissà perché mi avevano raccontato questa frottola senza senso.

 

 

postato da deniz | 00:22 | commenti (3)


domenica, settembre 04, 2005
 

Settembre 1974

 

Con il mio ultimo anno d’asilo, per prendere il pulmino, si attraversava la strada e si andava davanti alla nuova casa di S.

 

Ormai tra i bambini della casa di fianco con cui condividevamo il cortile, solo il piccolo M. frequentava ancora l'asilo. Gli altri erano passati alle elementari, per cui si andava ad aspettare il pulmino nel punto in cui c’era maggior concentrazione di bimbi. Oltre a noi, infatti venivano altri bambini della strada di fronte e Giacomo Pulino che abitava di fianco a S.

Giacomo Pulino era due anni più giovane di me e faceva il primo anno. Si chiamava Davide, ma mia nonna si sbagliava e lo chiamava sempre Giacomo. “Mi chiamo Davide!” – correggeva puntualmente lui. “sì, pulino!” diceva mia nonna (italianizzando un termine dialettale che significa “poverino”…ma non nel senso di "sfortunato" o "poco abbiente". Nel senso di “povero amore". Il dialetto reggiano è ricco di sfumature di questo tipo.

Cinque minuti dopo lo chiamava di nuovo Giacomo. Anche noi, poi, prendemmo a chiamarlo Giacomo. Giacomo Pulino. Non l’ho più rivisto… non so che fine abbia fatto. Non erano del posto e si sono trasferiti pochi anni dopo.

A S. nel giugno di quell’anno nacque anche un fratellino. Il piccolo F.

La sua mamma da allora si occupava sempre del piccolo e lui era smollato un po’ alla nonna. Lui non aveva una cameretta e dormiva sul divano letto. Il fratellino piccolo invece dormiva in camera con la mamma. Io pensavo che avrei avuto paura a dormire sul divano in una stanza da solo da dove non si vedevano i genitori. Poi la sua mamma era oltremodo sgarbata con lui, lo sgridava sempre e lo minacciava in continuazione di dargli delle sberle. Io tendenzialmente non ero geloso e mi sarebbe piaciuto avere un fratellino, ma vedere quella situazione, mi dava un po’ da pensare.

Anche sua nonna comunque era una di quelle per cui il compito principale era sorvegliare e sgridare quando non si faceva a modo e se era il caso dargli pure due scopaccioni. Era diversa da mia nonna che invece partecipava molto più attivamente a quello che fa facevo. Anche la mamma era diversa… quindi forse il fratellino c’entrava poco.

Anche io e S. eravamo comunque molto diversi. Io timido, calmo, educato e “per bene”, lui chiassoso, casinista, capriccioso e irrequieto. A me piacevano i giochi di ruolo, le fiabe, le storie… a lui piacevano i trattori, i giochi d’azione, le armi. Dei cartoni io apprezzavo l’umorismo, lui l’azione. A me piaceva la musica, a lui il calcio. Malgrado tutto andavamo abbastanza d’accordo. I giochi che facevamo insieme ci divertivano, semplicemente, per ragioni diverse.

La nonna purtroppo aveva il vizio di criticarlo sempre parlando con me in sua assenza . “E’ invidioso, loro non capiscono, non è intelligente…” certe affermazioni ogni tanto affioravano... In realtà la nonna sotto questo punto di vista è sempre stata un po’ snob. Riteneva che i famigliari di S. fossero rozzi, poco istruiti, un po’ volgari… avrebbe preferito che io avessi altre frequentazioni, malgrado la nonna di S. fosse una sua amica.

Anch'io comunque allora ero convinto di essere più intelligente. Mi sentivo un po’ migliore… Non migliore di S. Migliore degli altri. Ero diverso da S. perché ero migliore di lui. Ovviamente non glielo dicevo… però eravamo bambini... ogni tanto qualcosa scappava. Una volta, per esempio, dopo un piccolo diverbio, ricordo di avergli detto: “sei invidioso”. Me lo aveva detto mia nonna, che quando si comportava in quel modo era perché era invidioso. Ne scoppiò un litigio sul pulmino. Alla fine le accompagnatrici presero la sua parte, dicendo che l’invidioso ero io. Invidioso di lui? Ma di che cosa? Non avevo davvero niente da invidiargli. Forse una nonna che parlasse un po’ meno. Ma all’epoca non me ne rendevo conto.

 

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giovedì, settembre 01, 2005
 

Agosto 1974

 

Quando la mamma era in ferie, trascorrevo anche molto tempo a casa mia. La casa di Gavasseto era molto grande. A pian terreno. Si entrava in un ingresso irragionevolmente grande e vuoto. C’era solo un attaccapanni a piantone, verniciato arancione. In fondo all’ingresso un muro con un poster e ai lati due porte. La porta a sinistra conduceva nella zona giorno. La porta a destra nella zona notte. La zona giorno consisteva in una cucina abitabile molto grande. Lungo la parete che confinava con l’ingresso una cucina componibile anni '70, cioè tanti mobiletti con sotto il fornello, la lavatrice, la base e alla fine il frigo Rex a incasso col mobiletto di sopra. Nella parete con la finestre c’era il lavello grande a due vasche sotto la finestra. E di fianco un mobiletto in muratura. Sotto c’era la pattumiera e sopra un serbatoio con l’acqua potabile che dovevamo riempire andando a prenderla alla fonte. Il tavolo era in mezzo, con sei sedie intorno. Sul lato opposto ai fornelli, c'era invece il divano in sky marrone chiaro autumn leaf e sul lato opposto alla finestra, la televisione sul suo mobile con lo spazio sotto per le riviste  e il piano in vetro. Mi ricordo che in molte case c’era il “copritelevisione” con tendine colorate. Noi non l’avevamo. Sul lato tel divano c’era una porta che conduceva in sala. Anche questa era una stanza grande. Tavolo rotondo e mobili ad angolo marrone scuro con sportelli chiari. In sala non ci andavamo mai. Solo quando c’era gente a cena….  Non c’era la televisione e nemmeno il divano.

La zona notte iniziava con la mia camera che era una camera di passaggio. Oltre alla porta che dava sull’ingresso, c’era un’altra porta che conduceva nella camera dei miei genitori. La seconda porta si apriva su un lungo corridoio che finiva con l’entrata secondaria all’esterno. E sui lati tre porte: la cantina, la stanza del bruciatore e il bagno in fondo. Il bagno non era grandissimo. C’erano w.c, doccia  bidè e lavandino. Il facevo il bagno in un mastello e mi lavavo i capelli nel lavandino. Lungo il corridoio invece restava ancora la macchina da maglialia di mia madre e il dipanatore, usati ogni giorno un po' di meno... Per un po' di tempo la mamma aveva continuato a fare qualche vestito in casa, soprattutto per me... poi ci ha mollato. Il pavimento di quell'ingresso (che era rialzato, bisognava fare un gradino per accedervi), era molto rustico, con le piastrelle piccole rossomattone che di solito si vedono sui balconi. Alcune piastrelle avevano delle strane macchie nere ovaleggianti e io ero convinto che quelle macchie fossero i famigerati "microbi" di cui mi parlava mia madre mettendomi in guardia. Li guardavo con diffidenza... sicuramente erano vivi, ma essendo piccoli piccoli non si capiva che cosa facessero.

Questa era la casa... però d'estate stavo sempre fuori. Anche perché allora non c'era internet e c'erano solo due canali tv. Che cosa si faceva in casa? Ci si tornava giusto per fare merenda. La mia merenda preferita era il budino. La nonna mi faceva sempre i toast, ma a casa, siccome non avevamo ancora il tostapane....  eh eh...

 

Ricordo che una volta i miei genitori hanno invitato gli amici del cortile di mia nonna a casa mia a gavasseto. Non era il mio compleanno... non era una festa particolare. Anzi credo proprio fosse agosto perché erano tutti a casa da scuola e dall'asilo. Li hanno chiamati, così per far vedere dove abitavo e per sdebitarsi un po' per quando io ero sempre da loro. Li ha portati dutti mio padre con la 125. Erano in cinque. La mamma fece il budino e mise cento lire nella pentola. Le trovò F., notoriamente il più fortunato.

 

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