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Avete scritto:
chaitanya in Giugno 1985Non arr...


giovedì, ottobre 27, 2005
 

Novembre 1976

L’autunno incombeva tristissimo sui banchi della seconda elementare. Poche cose da raccontare. La grande novità fu che iniziai ad andare a dottrina. Quindi c’era un momento in più di aggregazione con gli altri. Che poi non è che mi aggregassi molto. Dopo la dottrina molti altri bambini (anche più grandi) giocavano a calcio nel campetto dell’oratorio. Ma a me non piaceva. Troppo violenti. Troppo volgari. Tiravano delle “madonne” che fumavano, proprio davanti alla chiesa e subito dopo aver ascoltato dottrina. Erano violenti, maleducati, prepotenti. Fresco degli insegnamenti cristiani, per me quei ragazzi erano proprio le “famosecompagnie da evitare. Malgrado tra di loro ci fosse pure il mio secondo cugino M. che ogni tanto frequentavo, perché si frequentavano e nostre mamme.

Le suore vendevano dei dolcetti e delle liquirizie. Ma io ne compravo. Subito dopo dottrina tornavo a casa e tornavo ai miei hobbies: musiche, letture e giochi solitari.

Niente di interessante da raccontare dunque, per cui vale la pena di fare un piccolo salto indietro e tornare a fine estate. Era quasi verso sera. Sero dietro stavo andando… a un certo punto i miei giochi furono interrotti un mescolio di guaiti rumori, urla, trambusto. “Agh vôl dè na śapèda in cŏ!!!” “Và a tôr la śapa!!  (inauguro l’alfabeto “panaemiliano” moderno, vediamo l’effetto)

Dick si rotolava per terra, contorcendosi tra spasmi e guaiti, con la bava alla bocca e l’espressione assente. Fu un attimo correre davanti al cane abbracciarlo forte e frappormi tra lui e lo zio A. che già avanzava con la zappa alzata. “Cosa volete, fargli, non potete, è il mio cane, andate, via, cosa gli avete fatto….” Urlavo piangendo.  Ma zii, nonna e parenti vari si spaventarono ancora di più.

“Stai lontano che ti morde”, “quando fanno così hanno la rabbia” “E’ malato, bisogna ucciderlo”…

Per fortuna arrivarono i miei genitori. Mio padre, molto rudemente (ma meglio che niente) con una specie bastone uncinato che non so dove avesse trovato lo trascinò per il cortile, fino al secchio dell’acqua. Dick bevette e dopo poco si riprese. Era tornato normale anche se aveva uno sguardo “colpevole”. Aveva capito che aveva fatto qualcosa di poco gradito e se ne vergognava, anche se non aveva assolutamente colpa. Seguirono giorni molto tesi. I miei nonni e i miei zii sfoderarono tutte le preoccupazioni più infondate e tutti i loro pregiudizi. Che non ci si poteva più fidare, che poteva mordere, che poteva essere pericoloso… che non stava bene. Che non era un bel vedere. Che faceva impressione… Nelle settimane seguenti ebbe altre tre o quattro crisi. Per fortuna sempre in presenza dei miei genitori. Solo una volta, al rientro, mia nonna ci disse che “aveva legato il cane perché era stato male ancora”. Tra l’altro, anche un cugino di mio padre (proprio M. che abitava al primo piano) era soffriva di epilessia  E nessuno pensava di ucciderlo per questo.  La soluzione arrivò per mano di mio zio R. (fratello di mia nonna materna). Lo zio R. era un cacciatore e tra gli zii era il più cinofilo. Aveva tre cani e li portava regolarmente dal veterinario. Da un consulto col suo vet, riuscì a reperire delle pillole miracolose e Dick non ebbe più problemi di questo genere.

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mercoledì, ottobre 26, 2005
 

Ottobre 1976

Riprese la scuola e ci fu subito una sorpresa. La nostra maestra era stata trasferita. Al suo posto il famigerato maestro B. noto in tutta la scuola per la sua severità e intransigenza. Noi bambini eravamo tutti molto preoccupati.

La prima persona con cui parlai fu M. "Adesso voleranno i cinque!" - mi disse. M. era l'unico mio compagno che avevo visto durante l'estate. L'avevo visto una sera alla festa dell'unità a Montecavolo. Ci sorprendemmo entrambi di trovarci là... e io fui piacevolmene sorpreso del fatto che fosse contento di vedermi. Allora non è che stessi sulle balle a tutti, come mi sembrava. E poi un'altra cosa che mi fece piacere è avere qualcosa in comune con qualcuno. Ovviamente non avevo chiaro che cosa significasse, ma sapevo che era una festa politica. M. mi disse che anche lui era comunista e io fui contento di avere qualcosa in comune... anche se di fatto non sapevo nemmeno cosa. Che poi, per fortuna, questa cosa nel mio paese era in comune con il 75% delle persone. Da un certo punto di vista, però, era anche brutto che la politica potesse arrivare a dividere bambini già così piccoli che nemmeno si rendevano  conto di che cosa volesse dire essere comunisti. Non se ne rendevano conto nemmeno i genitori adulti. Ma non divaghiamo.

Con M. sono sempre andato d'accodissimo e c'è sempre stata molta sintonia. Seppur fisicamente opposti (lui, piccolo, ricciolo e nero) avevamo tante cose in comune. Anche dal punto di vista scolatisco era come me. Era intelligente, era tra i bravi, senza tuttavia essere un primo della classe. Anche lui figlio unico, i nostri genitori della stessa età... malgrado tutto questo però non divenimmo mai, gli amici inseparabili. Anzi... forse perché era di banco lontano da me, forse perché abitava dall'altra parte del paese. E' stato uno dei pochi con cui non abbia mai litigato, ma non abbiamo mai fatto squadra. Malgrado tutto lui era comunque nella banda di E. Io stavo molto da solo per conto mio. Oppure parlavo con le mie compagne... non mi piacevano nemmeno i "giochi da femmina", ma a livello di interessi avevo molto di più in comune con alcune di loro. La R. per esempio aveva due cani da caccia (e una terza di cui parlava sempre, ma che non ho conosciuto perché morì). Andavo d'accordo con la F. che figlia di un collega di mio padre. E di conseguenza con le sue migliori amiche. Se rimanevo assente o scordavo di annotare i compiti (e accadeva molto spesso), mia madre mi portava a casa della B. perché la sua mamma era "una come lei". Anche con la S. ero molto in sintonia. Sua mamma faceva la parrucchiera e per questo la conoscevano tutti. Mia nonna, mia zia, mia mamma.... in casa si parlava sempre della S. Era intelligente, sveglia... quasi come un adulto. Quasi come me. Non era a livello degli altri. Io mi sentivo diverso dagl altri. Sia chiaro: diverso significava "meglio degli altri". Non so se fosse una cosa positiva... ma tant'è.

Anche a mia cugina cambiando scuola dopo il trasloco, toccò un maestro nuovo. Il famigerato maestro Z. che conobbi qualche anno dopo. Il suo maestro però non era severo e intransigente ma solo molto rintronato. Molto strano... ai  bambini comunque non dispiaceva. La metà delle lezioni erano lezioni di "canto". Poi facevano delle tante attività strane... bricolage. A mio zio piaceva molto meno. Molti genitori avrebbero voluto il maestro che "insegna" (scrivere, leggere, fare di conto). Un maestro come il mio. Per giocare non serve il maestro.

postato da deniz | 23:58 | commenti


martedì, ottobre 25, 2005
 

 

Settembre 1976

 

 

 

Pochi mesi dopo

la nascita del cuginetto A. gli zii si

trasferirono in una nuova casa a Buco del Signore. Ero contento per mia

cugina perché si trovava in una zona bellissima, cioè a pochi chilometri da Due

Maestà e dalla zona in cui sono cresciuto. Dove mi sentivo a casa.

La casa nuova

era veramente nuova. Nel senso che per me era tutta una novità. Innanzitutto

era al 3° piano. Non avevo mai visto una casa così alta. Nei posti dovero

 

vissuto cerano case da contadini (due piani) o casette bi/tri familiari sempre

di due o tre piani.. Quello invece era uno dei famigerati condomìni . Dal

balcone gli uomini in fondo erano piccolini, piccolini.  Una roba moderna, dove per risparmiare

si conglobavano tante famiglie nello stesso stabile. C'erano ben sei famiglie

estranee che salivano dalla stessa scala. E due edifici con due rampe di scale

ciascuno. Per un totale di 6x4= 24 famiglie sconosciute  nello spazio in cui *normalmente* ce ne

stavano due o tre spesso imparentate tra loro. Una delle novità più interessanti era il citofono. Una

roba stratosferica. Invece di aprire la finestra, se qualcuno suonava, alzavi

una cornetta e chiedevi "chi è?".

Quello a casa mia non cera.

Però c'erano anche

 

molti lati negativi del condominio. Ne parlavano tutti male. C' era il "Regolamento" (maiuscolo!). Non si poteva fare

questo, non si poteva fare quello, c'erano regole per lavare l'auto, vietati gli

animali domestici, regole per gli orari della lavatrice. E soprattutto non bisognava fare

rumore. Appena arrivati in casa ci si toglieva le scarpe poi bisognava parlare

sottovoce e non svegliare il cugino piccolo per non farlo piangere. Ben presto

mia zia ci confessò che per ogni volta che andavamo là, il mattino successiva doveva subire le

lamentele della dirimpettaia, la celeberrima signora M. il cui marito si doveva

sempre alzare prestissimo. Un'altra presenza pericolosa era la B., quella del

primo piano. Come tutti quelli che abitano al primo piano nei condomini, era

solita lamentarsi per ogni cosa leggermente fuori dalla norma. Però quando

tutto filava liscio, era simpatica era un personaggio.

Quando cambiammo casa noi, io riuscii a tenermi tutti i miei giocattoli. Invece

mia cugina ne dovette buttare gran parte. Nella casa nuova molti dei suoi

vecchi giochi non cerano più. Non c'era posto per caricarli  per cui avevano fatto un grande sacco e

avevano buttato le cose più vecchie. Mia cugina aveva probabilmente più

giocattoli di me. Nella casa nuova ce n'erano pochissimi. Io pensavo che quella

dell'ingombro fosse una scusa bella e buona e che guarda caso per le cose che

interessavano gli adulti il posto lavevano trovato. Comunque sembrava

dispiacere più a me che a mia cugina. A lei, in fondo piaceva cambiare

giocattoli e di quelli vecchi si stancava. Invece io mi ero affezionato anche a

qualcuno dei suoi. Ricordo per esempio il registratore di cassa come quello dei

supermercati. Era arancione, con tutti i tasti con i numeri, la manovella di

fianco e il cassetto che si apriva e faceva dlin. Poi aveva un carrello

portavivande con la frutta e la verdura di plastica. Cerano le melanzane, le

banane, i pomodori finti.. tutto sparito.  Poi aveva cicciobello. Non so se quello sparì a causa del

trasloco. Forse fu perché ormai mia cugina era grande per quel genere di giochi.. Mi ricordo il biberon di plastica

che si svuotava capovolgendolo. Per una strana magia il latte, che era così

abbondante da riempire l'intero biberon, spariva tutto nel piccolissimo succhiotto

colorato d'azzurro. Poi mi ricordo di un'altra bambola... anche questa col disco

nella schiena. Due dischi. Dischi piccolissimi che si potevano cambiare o

girare, così che a seconda del disco che mettevi sul lato A o sul lato B, la

bambola chiamava mamma o cantava, o rideva, o piangeva ecc. Tutti giochi che

io, in quanto maschio non potevo avere. E non avrei nemmeno mai chiesto. Però

visto che ce li aveva mia cugina... Un peccato che siano spariti. Praticamente

nella casa nuova arrivarono la barbie e pochi altri giochi che restavano validi

anche per mio cugino piccolo. Per esempio l'orso Tobia. Il suo era marrone e

vestito di arancio ed era più grosso del mio.

 

 

 

 

 

 


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domenica, ottobre 23, 2005
 

Agosto 1976

Come succedaneo del mare, che non potevamo permatterci, qualche domenica andavamo nel fiume Enza o, più spesso, nel Tassobbio. C'era un punto in particolare molto bello, con una cascata gigantesca. Mio padre pescava all'ombra, mentre mia madre prendeva il sole e leggeva. Alla sera, mio padre era abbronzatissimo e mia madre color rosso pomodoro, che ritornava perfettamente bianco dopo due giorni. Con suo enorme disappunto.

Io in genere facevo dei giochi con i sassi nell'acqua bassa, sopra alla cascata. Qualche volta papà mi ci portava anche durante la settimana, se faceva il turno del mattino. Una volta ci andai con papà e il figlio di mezzo della famiglia dei pizzaioli. Così scoprii che era un ragazzo normale, malgrado avesse quella terribile età che mi faceva tanto paura (sui 14 anni). Ricordo che rimasi sconvolto dal fatto che si buttò in acqua in mutande, non avendo il costume da bagno. Pensavo che se avessi fatto io una cosa del genere, mia madre mi avrebbe rimproverato. Per fare il bagno, ci vuole il costume! E che diamine... lui invece sembrava tranquillo. Nel vederlo tuffarsi nell'acqua profonda sotto la cascata, un po' mi dispiaceva non saper nuotare... ma pensavo anche che in ogni caso non avrei comunque avuto il permesso di nuotare in quel punto. I miei genitori erano troppo apprensivi da quel lato.

Un altra volta invece, di domenica, cambiammo fiume e andammo a Vezzano nel Crostolo. Con noi vennero anche alcuni amici dei miei genitori: la W e R. di Vezzano (che giocavano in casa), L. che allora era scapolo, A e la S. che avevano una figlia dai capelli rossi, "molto" più piccola di me (in realtà tre o quattro anni, ma a quell'età significa molto). R. essendo del posto conosceva il fiume in ogni suo anfratto e ci portò in un punto dove l'acqua era particolaremente profonda. Fu la prima volta che vidi mio padre fare il bagno in fiume (e persino in mare). Lui odia bagnarsi. Alcuni amici di mio papà si esibirono in tuffi di testa e tratti di nuoto a "bracciate"... come in piscina.

Poi pensarono bene di pescare qualche pesce come quando erano "ragazzi". Cioè a mano, un tipo di pesca (vietata!!!) che consiste nell'andare a scovare i pesci nelle loro tane. Io pensavo che avrei avuto paura a infilare le mani negli anfratti sotto ai sassi.... pensavo che avrei potuto trovare un topone. "I toponi devono respirare", mi fece notare R. Era un discorso logico, ma veder pescare così mi metteva i brividi lo stesso.

Tirarono su qualche pesce molto grosso. Li lanciavano a riva che si dimenavano..... una cosa abbastanza spettacolare, anche se i pesci mi facevano un po' pena. Ma non certo di più di quando erano presi all'amo. Credo fossero dei "gobbi"... non pesci particolarmente pregiati. Alla sera però li mangiammo. Facemmo il barbecue a casa di R. e della W. Mi piaceva quella casa... Loro non avevano bambini (non ne hanno mai avuti), ma erano particolarmente di compagnia anche con me. Soprattutto lei. Con la W. parlavo di tante cose e mi sembrava interessata al dialogo. Non come tanti altri adulti in cui era nettissima l'impressione che ti dessero retta tre secondi tanto per farti star zitto, ma in realtà era chiarissimo che non avevano il minimo interesse per quello che avevi da dire. Mi trovavo molto bene anche con L. E anche la S. mi piaceva. Suo marito A. un po' meno... non che fosse antipatico, anzi... Solo che, appunto, non avevamo molto  da dirci.

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venerdì, ottobre 21, 2005
 

Luglio 1976

 

Per pagare la macchina nuova, il papà utilizzò  le sue ferie per lavorare come trattorista stagionale. E nel poco tempo libero si tirava un po’ la cinghia. Anche a mangiare la pizza non ci andavamo più. Mia cugina aveva il fratellino piccolo. Noi dovevamo risparmiare. Io e mia cugina eravamo abbastanza contrariati per questa cosa. Il mio compito del sabato era quello di chiedere ai miei zii se mia cugina poteva rimanere a dormire lì. Era mia cugina a chiedermi di farlo. Diceva che a lei i genitori avrebbero detto di no. Una cosa positiva della casa di Montecavolo era il fatto che i bambini potevano già avere molta autonomia. Io e mia cugina andavamo in giro per il quartiere davanti alle case degli altri bambini. Oppure  ci si poteva allontanare un po’ anche attraverso i campi, lungo la carraia che segnava il confine di tutte le case della via. Potevamo arrivare fino al bar (la solita pizzeria). Da lì in poi iniziava la strada grossa e pericolosa dove non si poteva andare.  Nel bar pizzeria c’era anche una sala giochi, dove c’era il “flipper”.  A me piaceva abbastanza, malgrado fossi una frana. Qualche partita l’ho fatta, ma rigorosamente  alla sera quando c’erano i genitori. Inoltrarsi nella sala giochi era una cosa che richiedeva un certo coraggio. Si poteva fare la sera a orario di cena… poi arrivavano i ragazzacci. Ricordo che una volta il pizzaiolo fece vedere ai nostri genitori come i giovani avevano ridotto i tavoli. Erano tavoli nuovi… tutti incisi, intagliati rovinati con incisioni di ogni tipo. Il che significava che quei ragazzi con i capelli lunghi, le vespe e i motorini, giravano col coltello in tasca. Erano gli anni in cui emergeva il problema della droga. I miei genitori e i miei nonni mi mettevano in guardia “non accettare niente da nessuno… anche se ti offrono delle caramelle non prenderle!”. Forse anche loro erano convinti che ci fosse gente che iniziava a drogarsi pensando di mangiare caramelle.

 

Non so se fu a causa di queste raccomandazion o per i vandalismi col coltellino che avevo visto con miei occhi. Comunque sia, nella mia infanzia (sicuramente fino alle medie), ebbi la fobia dei ragazzi più grandi. Gli adolescenti e anche i pre-adolescenti (che da bambino mi sembravano grandissimi!!) mi terrorizzavano. Come fossero tutti dei potenziali drogati o dei teppisti pronti a picchiarti per rubarti i soldi della merenda. Se per entrare al bar c’era da passare in mezzo a loro, rinunciavo.  Piuttosto, niente gelato. Se qualcuno di loro mi avesse detto solo qualcosa di poco cortese, o avesse fatto una battuta, sarei scappato a gambe levate. I miei coetanei erano quasi l'età limite. A meno che non li conoecessi bene, preferivo sempre la compagnia dei bambini un poco più giovani di me.

Oltre alla capatina al bar, un altro giro di routine che facevo con mia cugina era quello della raccolta della lana. Vicino a casa c’era un maglificio ed era loro abitudine portare gli scarti e i pezzi fallati in un piccolo capanno che stava sulla carraia. Accumulavano la roba dentro agli scatoloni per poi bruciarla. Mia nonna e le sue amiche se ne accorsero: "che spreco!" "Tanta bella lana… e la buttano! "roba di qualità anche... che noi ai nostri tempi, chissà cosa avremmo dato!"

Per questo io e mia cugina venivamo puntualmente mandati in “missione” per raccattare la roba migliore prima che fosse bruciata. I pezzi di stoffa venivano poi guastati e ridotti a gomitolo per i lavori d’inverno.

Quando portavamo a casa molta roba io e mia cugina eravamo molto realizzati e ci sentivamo importanti. A volte ci atteggiavamo un po’ raccontando dell’enorme fatica per trasportare scatoloni pesantissimi o la nostra velocità e puntualità nel sottrarre la roba prima che quei “cattivi” del maglificio la bruciassero.

Insieme con la lana, però, portavamo a casa anche gli spoloni. In particolare quelli  a forma di cono in plastica colorata (gialli, rossi, neri, verdi…). Ci servivano per i nostri giochi. Facevamo finta fossero bottiglie o suppellettili vari. Di quest’ultima cosa la nonna era molto meno contenta. Erano tutte cianfrusaglie che contribuivano solo ad aumentare il disordine. Bisognava imboscarli rapidamente altrimenti ci si beccava la paternale.

 

postato da deniz | 19:14 | commenti (2)


mercoledì, ottobre 19, 2005
 

Giugno 1976 – parte seconda

 

 

 

Verso la metà del mese, fui ricoverato all’ospedale per una piccola operazione. Ebbene sì, sono geneticamente monorchide. Se fossi stato un cane, non sarei stato ammesso alle expo di bellezza e nemmeno alla riproduzione. O forse sì. Chissà… in fondo il problema avrebbe potuto risolversi da solo con la crescita. Anzi, a dire il vero a mio padre è successo proprio così. Anche lui da bambino aveva un testicolo che non scendeva, o scendeva ogni tanto. Poi verso i dodici anni scese definitivamente.

In ogni caso, il dottore “ornitologo” disse che sperare era troppo rischioso. Se non fosse sceso il rischio era la sterilità o l’atrofia, quindi decisero che mi avrebbero operato. Fu soprattutto la mamma a spingere per l’operazione. Mio padre è sempre stato il tipo “lascia fare alla Natura”. Ricordo che avevamo conosciuto un altro mio coetaneo con lo stesso problema che si era poi rivelato essere il figlio di un cugino di secondo grado di mio zio. Zio acquisito. Vabbeh… avevamo conosciuto un mio coetaneo. Punto. Non tergiversiamo. I genitori dell’altro bambino decisero invece che non sarebbero intervenuti. Sempre per la famosa teoria che anche il padre alla sua età ecc. ecc.  Ho saputo più avanti, che invece tutte le previsioni più negative finirono con l’avverarsi e il ragazzo ebbe problemi gravi che ne compromisero lo sviluppo. Scrivendo queste memorie mi rendo conto come siamo tutti i giorni di fronte a situazioni da film “sliding doors”. Chissà.

Per la cronaca, mio figlio Valerio (per adesso) è perfetto da questo punto di vista. Si vede che ha le palle di sua madre :-).

All’ospedale con me ritrovai E., la figlia di una collega di mia madre, che avevo già incontrato qualche volta per via della loro amicizia. Credo fosse lì per un’appendicite. O un’altra stupidaggine di quelle solite… non ricordo bene. Ci conoscevamo per esserci incontrati all’asilo nido dove lavoravano le nostre mamme in occasione di feste ed eventi vari. E diverse volte ero stato a casa sua. Aveva due anni meno di me e avevamo molti interessi in comune. Aveva anche una cagnolina che si chiamava Susy. Una presunta chihuahua nero focata. In realtà era poi un topermann. Un chilo di peso, senza coda. Qualche tempo dopo a questa cagnolina si affiancò la meticcetta briciola. All’ospedale oltre a parlare dei nostri cani facevamo dei giochi da ospedale: libri, carte, quiz… ricordo che lei aveva i chiodini. Si facevano dei disegni piantando i chiodi colorati in un pannello traforato bianco.

La cosa che mi infastidiva di più erano le punture. E i prelievi di sangue. …  se non fosse stato per questi, non si stava malissimo all’ospedale. Gli infermieri erano simpatici e io ero simpatico a loro. Cercavo di impietosirli. E poiché a casa tutti mi rimproveravano di mangiar poco e mi ricordavano di essere troppo magro, esordivo con sceneggiate del tipo:  “Io sono deeeebole!!! Se mi prendete tutto il sangue non crescerò mai”. Gli infermieri ridevano. Ero diventato un po’ un personaggio.

Non era la prima volta che ero all’ospedale. C’ero stato un paio di volte qualche anno prima, per gli acetoni. Ma solo perché mi venivano sempre di domenica e dovevano chiamare la guardia medica. Poi mi dimettevano subito. I miei soggiorni all’ospedale sono però sempre stati legati a qualche evento memorabile. La prima volta ricordo che morì S., il giovanissimo vicino di casa di mia nonna in un incidente in vespa. La volta successiva toccò a mio zio A. (quello sei segugi). Iniziavo a pensare che l’ospedale portasse un po’ sfiga. Invece quella volta il mio ricovero coincise con un evento bellissimo: la nascita del mio primo cuginetto A. Nello stesso ospedale. Ricordo la notte in cui mio zio si affacciò alla porta per annunciare il lieto evento… e spargendo il panico tra  ricoverati e badanti che non sapevano perché nel colmo della notte alcune persone piangevano e si abbracciavano.

Andai a vedere mio cugino la mattina.  Era in “vetrina” com’era di moda all’epoca. Tante culle una vicino all’altra. Lui era quello con la copertina rosa (succede a essere secondogeniti di una sorella). Era tutto pelato come Cicciobello. Io lo vedevo bellissimo. In seguito tutti ammisero che in realtà non era bello. Era sottopeso, vuoto e striminzito. Comunque recuperò “alla grande” e in breve tempo. E in ogni caso, io tutta questa bruttezza non me la ricordo.

postato da deniz | 21:09 | commenti


martedì, ottobre 18, 2005
 

Giugno 1976 – parte prima

Servono due puntate per un mese così ricco di eventi.

Finii la prima elementare con qualche otto e molti sette. Nel terzo trimestre ero peggiorato. Questa fu quasi una costante della mia carriera scolastica. Almeno i primi anni. I miei risultati peggioravano col sopraggiungere della bella stagione… eh eh. Ma come si fa a stare in casa a studiare quando fuori c’è un mondo tutto da scoprire? In ogni caso rimanevo nel gruppo dei “bravi”.

Contemporaneamente alla fine della scuola, avvenne un grave incidente. L’ambulanza sopraggiunse a sirene spiegate e i soccorritori batterono tutto il quartiere alla ricerca dei genitori dei due bambini. Uno era biondo sui sette anni. Mia madre corse trafelata sul luogo dell’incidente, senza nemmeno accertarsi del fatto che io ero nel cortile che giocavo tranquillamente con mia cugina.

Il mio amico M. di sette anni, che abitava una casa dopo la mia, e  D. (10 anni), che abitava nella nostra via, ma un po’ più lontano, erano saliti in due sulla bicicletta della sorella di M. Il più grande pedalava e M stava in piedi sul portapacchi dietro.  Uscendo dalla nostra via, all’incrocio con via Vespucci (una via poco trafficata) furono travolti da un’auto che avanzava a velocità sostenuta.

Mia madre riconobbe subito il mio amico. Fu lei, insieme a un altro vicino, ad accompagnare i bambini in ambulanza nella disperata corsa verso l’ospedale. D. era coperto di sangue, urlava dal dolore, si agitava, si aggrappava a tutto e si faceva fatica a tenerlo fermo. M. giaceva esanime. Era sabato pomeriggio. “Passerotto non andare via..” pensava mia madre. Il polso batteva. Ma forse era quello della mamma. “Passerotto non andare via”. Invece M. se ne andò la notte stessa. Era il 6 giugno 1976.

La domenica mattina, alzandomi torvai i miei genitori entrambi in bagno. Parlavano sottovoce, contrariamente al loro solito. Mi chiamarono. “Sai M. non potrà più giocare con te. E’ andato in cielo” – mi dissero. “E’ morto?” – chiesi io con un termine duro ma genuino. Volevo che mi si parlasse chiaro. “Non lo vedrai più” – continuò mia madre con una voce troppo innaturale. Compresi che non volevano utilizzare quella parola. Forse mi ritenevano troppo piccolo. Invece compresi benissimo.

I giorni che seguirono furono molto duri. Di quelli che non ti dimentichi mai. Ricordo le urla strazianti della sua mamma che piangeva contro il muro della casa. Ricordo la tristezza generale. Non si parlava d’altro. Per diversi giorni non ci furono più bambini che giocavano per strada. I genitori si raccomandavano di stare lontano per non destare ricordi… Non si poteva giocare, non si poteva scherzare. All’inizio era anche naturale. Poi lo divenne sempre meno. Io ero già abbastanza grande per capire l’irreversibilità della morte. Tuttavia ero anche certissimo dell’esistenza del paradiso. Non avevo dubbi. Forse è anche il tempo che da bambini sembra scorrere molto lentamente. Un anno è un eternità. In un giorno si fanno mille cose. Anche il dolore segue queste regole. Si soffre, ma si dimentica prima. Il ricordo predominante di quell’estate sono i rimproveri di mia nonna che chiamava al silenzio me e mia cugina. Dovevamo stare in casa e non far vedere che esistevamo. Dovevamo avere rispetto per il dolore della mamma di M.  Capivamo benissimo. Da un lato ci si sentiva in colpa per aver voglia di giocare malgrado la scomparsa di M. Da un lato però pensavamo che non era giusto. Che colpa avevamo noi.

La mamma di M non sembrava poi essere turbata dal fatto che io esistessi (come tutti temevano). Lei non voleva nemmeno che non le si ricordasse suo figlio. Che non lo si nominasse, come se fosse qualcuno da cancellare e dimenticare. Quando veniva nel cortile, mi chiamava sempre vicino. Veniva apposta perché le ricordavo suo figlio. Voleva abbracciarmi, mi stringeva tra le braccia, mi carezzava i capelli e il viso con le sue mani ruvide di bucato. “Al mé M., al mé M.” Sapeva dire solo questo. Mia madre in privato mi chiedeva di essere comprensivo con lei. Ha perso un bambino, poveretta.  Io capivo benissimo e per questo ho sempre “subito” con rassegnazione. Ho passato interi pomeriggi immobile sotto le carezze e le lacrime della S.

Anche se avrei voluto essere altrove. E in un certo senso mi sentivo un mostro a voler essere altrove. Era la prima volta che mi trovavo in una situazione simile.

postato da deniz | 13:22 | commenti (2)


domenica, ottobre 16, 2005
 

Maggio 1976

 

 

 

Aaargh… ma come ho fatto a passare davanti a uno dei fatti più importanti della mia vita senza citarlo? Torniamo indietro di due mesi…

e parliamo dell’arrivo della mitica macchinona della fortunona, alias la turbolenta.

Dopo qualche mese di soggiorno a Montecavolo, i miei genitori si accorsero che il viaggio di 14km per raggiungere il lavoro a Reggio e l’affitto assorbivano praticamente la totalità dei loro stipendi. L’inflazione altissima di quegli anni aveva portato i lavoratori dipendenti alle soglie della povertà. La Fiat 125 di mio padre era una sbevazzona fuori dal comune. Un motore concepito per tempi in cui il costo della benzina non era poi un gran problemi, ora era diventata troppo onerosa, al di sopra delle possibilità della mia famiglia. Troppo grossa come cilindrata, pagava tanto di bollo e di assicurazione. Mio padre non riusciva più a mantenerla e si mostrò intenzionato a comprare un’auto più piccola. Purtroppo, dopo l’uscita della 131 e 132 la valutazione della 125 era pressoché nulla. Ormai era l’auto degli zingari e dei cammannà. Nessuno la voleva. L’inflazione per giunta aveva azzerato i conti in banca dei risparmiatori… conveniva fare dei debiti. Ma è troppo facile fare i conti adesso a posteriori. Mio padre ha sempre avuto paura dei debiti e voleva fare il passo secondo la gamba. Con i soldi che avevano non riuscivano nemmeno a comprare una 127 (che era prossima al restyling e a mio padre non piaceva più di tanto). Si prendeva proprio il minimo minimo. Avevano valutato duna 2 CV di quelle vecchie, primo modello. Senza niente. Non la Charleston che uscì qualche anno dopo. A mia madre piaceva, per mio padre significava scendere troppo in basso. Andando un po’ su come cilindrata c’era l’Ami otto. Un cesso. Altrimenti bisognava stare sull’usato. O sulla simca 1000… mamma mia.  Brividi! Ma per fortuna alla solita fiera di Scandiano che come al solito segna i momenti più topici della mia vita incontrarono LEI. Appena uscita. Nuova nuova. Prezzo di lancio per il nuovissimo restyling della Ford Escort. La cilindrata era 900. Un motore poco potente, specie su una macchina di quelle dimensioni (era pur sempre un segmento C), ma che almeno prometteva consumi decenti. Dicevano i 12km/l… un buon compromesso. E poi era comoda, larga spaziosa. E aveva una linea bellissima. Moderna. Per mia madre è ancora oggi in assoluto la linea di auto preferita. Non le piacciono le nuove macchine “culone”.

Anche a me non dispiace ancora oggi, malgrado sia un modello completamente superato. Ma ciò che ancora non potevamo conoscere erano il “carattere” e il “cuore” di questa macchina. La macchina più buona cha abbia mai conosciuto. Perché questa macchina aveva un anima. Un anima generosa e magnanima. Ed è giusto citarla assieme a tutte le altre Persone protagoniste della mia infanzia e che mi hanno voluto bene.

Prendemmo il modello base, due porte senza optional. Forse solo il colore. Metallizzato!!  Una cosa modernissima. Costava 2 milioni. Ed erano comunque troppo per i miei. Un milione ci fu prestato da mia nonna. Lo restituimmo dopo pochi mesi, quando in luglio mio padre rinunciò alle ferie per tornare a fare il trattorista stagionale per bisogno di soldi.

Era bellissima anche dentro la Ford. Per anni le altre marche non hanno fatto plance così ben finite. Di notte si illuminavano tutti i comandi del riscaldamento che erano comodi di fronte agli occupanti e non infognati in fondo come nelle fiat. Tutto era semplice e comodo. Si poteva chiudere la portiera anche senza chiave tenendo sollevata la maniglia. Altro che chiusura centralizzata! I sedili non si potevano reclinare, ma non ho mai più trovato sedili così comodi. Spaziooosa! Grande bagaliaio! Peccato l’odore di fumo… i miei genitori fumavano ancora a quell’epoca :- ((

 

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giovedì, ottobre 13, 2005
 

Aprile 1976

Il giorno preferito era la domenica. Sia perché non si andava a scuola che perché quasi sempre arrivava mia cugina. Veniva a trovare la nonna e di conseguenza anche me. Facevamo un sacco di giochi diversi e stimolanti. Sia in casa che fuori. Giocavamo a cagnolini (io ero Tapum e lei la Lillina … altra variante: uno faceva il cane e l’altro il padrone/a. Oppure, coinvolgendo i cani veri (io con Dick e lei con Pucci) giocavamo ai due padroni con rispettivi cani che si incontrano e poi si sposano. Una specie di carica dei 101 live. Sfigato Dick  che si beccava un Pucci anziché una dalmatina. Lei allestiva una propria casa (fatta di sassi, spoloni e oggetti vari che fungevano da mobili e utensili vicino alla cuccia di Pucci. Casa mia era sotto al portico dove c'era la stufa. La panca era il letto. Uno scatolone vuoto faceva la tv. I sassi diventavano cibo. Il bidone per innaffiare la lavatrice. Ogni oggetto faceva le veci di un'altro. E poi c'ra la storia: l'incontro, le visite reciproche e poi il finale. Un film.

Poi giocavamo al commesso e la cliente, a baristi (sempre gli spoloni che facevano da bottiglie, i sassi erano paste e tramezzini, ecc). Giocavamo a mamma e papà con i suoi bambolotti, a “tira la pedana” … in quest’ultimo gioco, uno stava sulla pedana e l’altro doveva tirarla di scatto cercando di farlo cadere. Se si saltava al momento giusto non si cadeva. Ci passavamo i messaggi scritti sui foglietti da sotto la porta. Ci mettevamo i sandali che facevano volare (sandali di gomma rossi strettissimi, tre i quattro numeri in meno). Giocavamo alla “settimana” disegnando col gesso sul marciapiede o sul pavimento del garage. Se coinvolgevamo gli altri bambini della via, noi due eravamo sempre coalizzati. Noi si che eravamo una vera banda. Tacitamente, senza bisogno di “capi” o di patti di sangue.

 

Alla domenica sera andavamo quasi sempre in pizzeria a Montecavolo. Che altro non era che il bar che frequentava mio padre. Un bar-pizzeria. Ed era lo stesso locale in cui  alla mattina mi fermavo con la mamma a fare colazione. Cappuccino e bombolone. Era un bar pizzeria a gestione famigliare. A servire la pizza alla sera c’erano i due figli più grandi W. e I. che erano poco più giovani di mio padre. A volte aiutava anche l’altra figlia grande, la P. La figlia più piccola E. aveva un anno più di me. E in mezzo c’era… A? Sì, mi sembra si chiamasse A. che faceva le medie. La madre faceva la barista al mattino. Il padre pizzaiolo invece non faceva niente. Si faceva servire. Faceva il cliente. Al massimo faceva intrattenimento. Sapeva suonare la fisarmonica. Per diletto, comunque. E poi raccontava le storie di quando faceva il pastore. Raccontava della sua cana da pastore che si chiamava Roma. Roma pronunciato in dialetto montanaro con la o chiusa accentata che sembra una u. Era intelligentissima secondo i suoi racconti e quando raccontava le sue imprese in vari aneddoti gli venivano le lacrime agli occhi. Perché era ubriaco ovviamente. Non perché fosse particolarmente sensibile.

Al mattino facendo colazione ci sorbivamo gli sfoghi della moglie bistrattata che doveva mandare avanti la pizzeria da sola.. e una casa con cinque figli. Raccontava delle liti col marito. Raccontava dei dettagli scioccanti... delle cose molto forti, che da bambino mi impressionavano. Di quando tornava ubriaco, di quando stava male e lo doveva cambiare, di quello che le diceva....  Si diceva che la picchiasse anche.

Di lei, invece, si diceva avesse un amante. Lo diceva pure suo marito: “si crede furbo! Ma io sono stato il primo!”. Ci rideva sopra. Il figlio più grande è finito a pugni più volte perché qualcuno aveva fatto qualche velata insinuazione sulla castità di sua madre.

 

Quando qualche anno dopo nel cartone animato Candy Candy  fu presentata la famiglia di Flenny, ho rivisto in cartoon la mitica famiglia di Montecavolo. Avevano pure le stesse facce. Soprattutto la madre di Flenny era uguale. Con Flenny… ehm… volevo dire  E. non parlavo molto. Era in un’altra classe, la conoscevo. poco. Qualche volta le avevamo dato un passaggio in macchina fino alla scuola. Era in classe con il mo secondo cugino M. Quando gli chiesi se la conosceva, con il classico “ah, ma allora sei in classe con la E.S.” fece una faccia… Fece capire che era l’emarginata della classe. Io provai pena… qualunque fosse il suo carattere, i suoi compagni di classe avrebbero dovuto capire la situazione difficile che aveva in casa. Non l’ho più rivista. Spero abbia avuto una vita normale e felice alla fine.

 

 

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martedì, ottobre 11, 2005
 

Marzo 1976

 

A scuola non mi trovato così così. Sia per quanto riguarda lo studio che per

quanto riguarda gli amici. Nel primo e nel secondo trimestre avevo quasi tutti

otto. Non ero il primo della classe comunque Mi fregavano disordine,

distrazione e incostanza. Comunque i compiti li facevo sempre, anche se a volte

volevo a tutti costi aspettare mia madre alla sera e li facevo con lei.  Quindi…

non so… forse se avessi avuto un’altra mamma sarei stato a volte come quei

somari che non facevano i compiti.

Con i miei compagni di classe avevo legato così così. I problemi li avevo soprattutto

 

 con i maschi.

 A Montecavolo cera la mania della bande. Cioè in pratica gruppi di amici legati da

 un patto di aggregazione. Una confraternita. Il che non sarebbe stato del tutto negativo.

 Almeno teoricamente. Cera la banda di W.nella via dove abitavo, la banda di E. in prima A,

 la banda di A in terza  ecc.

 Di fatto però queste bande avevano un capo.  Molto più di un capo.

La banda si identificava col nome del ambino stesso. In classe con me cera E.

un bambino bulletto e piuttosto aggressivo che si era autoeletto capobanda.

 Ma autoeletto fino a un certo punto.

 Nell’elezione del capoclasse E. vinse con la quasi unanimità. Eravamo

 otto maschi e vinse con sette voti. E non era certo perché  lui non avesse votato per sé.

 Le bambine invece non erano tutte d’accordo su un’unica candidata.

 Ognuna votò l’amichetta del cuore. Il titolo di capoclasse fu vinto dalla S.

 con tre o quattro voti. Io votai la R., la bambina più bella. Il capobanda di

 fatto compiva un sacco di soprusi sui partecipanti. Aveva priorità su tutto,

 sceglieva per primo, chiedeva favori e regali. Io non avrei mai voluto essere

 capo, ma allo stesso modo non accettavo di essere proprietà di nessuno. Per

 questo in molte cose ero tagliato fuori. Ma io ero un po’ per conto mio. Non mi

 interessavano le cose che interessavano agli altri bambini. Non mi interessava

il calcio. Non mi interessavano le figurine dei calciatori. La collezione delle

figurine la feci anch’io, m ne scelsi una di favole. Poi, più avanti, quella dei

supereroi. L’uomo ragno, barman… ma niente calciatori.

Un momento di interazione con i miei compagni di classe era l'intervallo. Che alle

elementari era luuuuungo. Dalle 10,30 alle 11,00. Ma a volte si splafonava e un
paio di volte al mese capitava di fare anche un’ora d’intervallo.

 

Nel corridoio si giocava a lupo.  Il gioco consisteva nel rincorrersi.

Il lupo era uno solo e doveva toccare gli altri.

Chi veniva toccato diveniva a sua volta lupo. Ma il muro era

 la casa e quindi il lupo  non poteva toccare chi stava contro il muro.

 Solo chi si staccava e pericolosamente sfidava il lupo. A questo gioco giocavo anch’io.

 Me la cavavo discretamente ma ero un po’ codardo.

 Stavo sempre molto vicino al muro, osavo pochissimo, cercando

 di approfittare quando il lupo era impegnato a inseguire gli altri e stando

 attentissimo alle finte. Se per disgrazia venivo toccato, rimanevo lupo per

 tutto l’intervallo, perché non ero più capace di toccare gli altri. Erano tutti

 più veloci o più svegli di me. Giocare a lupo comunque per me era come fare i

 compiti. Lo facevo perché ero imprigionato a scuola e non potevo fare nient’altro

 però spesso mi chiedevo che cosa ci fosse di divertente.

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lunedì, ottobre 10, 2005
 

Febbraio 1976

 Un giorno finalmente venne l’antennista e ci installò due nuovi canali TV: la Svizzera e Capodistria. Il che significava raddoppiare la scelta dei programmi.

Nella vecchia Mivar, dal canale del primo, ruotando una rotella che girava a scatti, dopo mezzo giro si trovava la svizzera. Altro mezzo giro, si trovava Capodistria. La canzoncina diceva: si schiaccia un bottone, si gira una ruota poi si tira una levetta e si accende una lucetta poi si sente un campanel dlin dlon dlin dlon. Ma quella era un’altra cosa. Il televisore della nonna M. invece era più moderna. Aveva sette canali con sette appositi tasti. Che divennero: 1 primo 2 secondo 3svizzera 4 capodistria 5 svizzera 6 capodistria 7 secondo.

In un certo senso questa novità segnò l’inizio di molte situazioni conflittuali. Sulla Svizzera al sabato trasmettevano un programma molto bello che si chiamava “scacciapensieri”. Era una rassegna di cartoni animati classici (Willy il coyote, Gatto Silvestro etc.). Nella sigla c’era un coniglio che non riusciva a dire scacciapensieri senza scompisciarsi dal ridere… per me era la parte più divertente. A casa di mia nonna M. questi programmi non godevano di buona reputazione. Erano considerati delle “stupidate”. Ma soprattutto non era considerato giusto che fosse un bambino a scegliere il programma che si guardva. Mio zio A. seguiva le partite di calcio, il telegiornale (che dal loro si chiamava il “comunicato”), la tribuna politica. A parte “la partita”, tutti gli altri dovevano essere programmi seri. Se guardavi delle “stupidate” era normale che cambiassero canale per vedere qualcosa di serio. Persino Sandokan era una stupidata per loro. Roba da matti. Del resto, ero a casa loro. E poi ero solo un bambino e non esisteva proprio che i grandi, i capi, si facessero “comandare” da un bambino su quello che si guardava in tv. Sceglievano i grandi giusto perché capissi che dovevo portare rispetto. Questa era la mentalità in casa di mia nonna paterna. Dalla nonna materna le cose funzionavano un po’ diversamente.

Comunque, per fortuna non è che fossi piazzato perennemente a casa della nonna materna. Avevo tante altre opportunità di guardare la tv. I contrasti avvenivano prevalentemente al sabato con le sovrapposizioni su scacciapensieri se c’era mia cugina e i genitori erano usciti. Non avevo ancora il coraggio di andare da solo a vedere la tv a casa mia, anche se era solo al piano di sopra.

Quasi contemporaneamente a noi, anche mia nonna N. si fece installare la Svizzera e Capodistria. In più lei prendeva anche la Francia. Parlavano in francese e non si capiva niente ma era pur sempre un programma in più. Nel suo televisore, che era ancora più vecchio della nostro, furono aggiunte due rotelle nere dietro, vicino al cavo. Ma io non potevo toccarle perché poi “scasinavo” tutto. Alla fine si continuava a guardare solo la rai perché era scomodo cambiare canale.

Mia cugina invece addirittura prendeva sei canali. Oltre ai soliti quattro, anche Montecarlo e Telereggio. Telereggio dopo breve tempo arrivò anche da noi. Senza chiamare l’antennista. Non si vedeva benissimo ma si sentiva. Mio zio L. che all’epoca lavorava come commesso in un negozio che vendeva elettrodomestici ed era ferratissimo su queste cose tecniche, lo mise sul 7. La nonna apprezzò tantissimo. Facevano un programma in dialetto dove raccontavano le “sirudelle” (storielle) che le ricordavano la sua infanzia. Erano racconti popolari.

Nel mio televisore, per sintonizzare telereggio bisognava l’altra rotella sul canale del secondo. Però questa non procedeva a scatti e quindi bisognava cercare tutte le volte. E poi quando si voleva rimettere sul secondo, si rischiava di non trovarlo. Una volta cercando in questo modo mia madre trovò   

 

TELE 9

LLARA

… ci mise un po’ a capire. Comunque era solo una videata del tipo “le trasmissioni saranno riprese il più presto possibile”. Probabilmente erano le prove di una tv privata libera anni 70. Non l’abbiamo più trovata. Erano gli anni in cui si trovava scritto ovunque sui muri “E Novellara?” Non abbiamo mai capito che cosa significasse. Forse le cose erano collegate.

Alla sera dopo mangiato non volevo mai stare a casa. Non appartenevo certo alla categoria dei bambini che andavano a letto dopo carosello! Mi era venuto il trip di andare a trovare la gente. “Mamma dove andiamo stasera?” Uscivamo spesso anche durante la settimana. Tanto mio padre andava comunque al bar tutte le sere… quindi anche mia madre per non rimanere da sola ad annoiarsi cercava di ovviare.

Da mia nonna N. ci andavamo più o meno una volta alla settimana. A volte solo con mia madre. A volte veniva anche mio padre per fermarsi al vecchio bar che frequentava quando abitava a Gavasseto. E da mia nonna N. si guardava Sandokan!!! Yuhuuu! Tutte le puntate che ho visto le ho viste da lei. L’ho seguito fino a quando è morta Marianna. Poi ci sono rimasto così male che non ho più voluto vederlo. Vaffanculo! Lo sapevo benissimo che era finzione. Ma che cosa costava fare in modo che le cose andassero a finir bene, almeno nella fiction? Già è brutta la vita reale, volete star male anche per la fiction?

 

 

 

 

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sabato, ottobre 08, 2005
 

Gennaio 1976

  

Le scuole elementari di Montecavolo avevano anche la palestra. Una volta alla settimana si scendeva per fare ginnastica. Ricordo che arrivare in palestra si passava dalla cantina. C’erano dei corridoi con le pareti grigie di muro grezzo e per terra, negli angoli, il veleno per topi, che era una povere rosa. E che significava che c’erano i topi! Per me la cosa era molto inquietante. A quell’epoca avevo già il terrore dei topi, come adesso. Non proprio terrore… diciamo uno schifo senza pari. Mi fanno ribrezzo. La palestra invece era bella. Erano poche le scuole ad essere così attrezzate. C’erano le spalliere e il sacco nero da boxe. Molti miei compagni lo trovavano molto stimolante e si divertivano a colpirlo. Poi c’era grossa fune appesa al soffitto. Un mio compagno di nome A. era in grado di arrampicarsi fino in alto. Io non riuscivo nemmeno a staccarmi da terra. In palestra non giocavamo a palla, facevamo solo dei noiosissimi esercizi. Si faceva proprio ginnastica. Ad esempio ci facevano toccare le punte dei piedi senza piegare le gambe… cose simili. Per molti miei compagni era la lezione preferita. Io invece l’odiavo. Preferivo le lezioni normali. Forse perché per me che sapevo già leggere e scrivere da prima erano facili. In ogni caso in ginnastica non me la cavavo nemmeno tanto male, proprio perché non si giocava a palla, non c’era competizione e in qualcosina eccellevo. Ero molto snodato per esempio. Con i piedi mi toccavo la testa senza difficoltà. Inoltre incrociavo le gambe mettendo ciascun piede sul ginocchio opposto e poi camminavo sulle ginocchia a gambe annodate. Appoggiando anche le mani, ovviamente. Lo facevo anche a casa, mia nonna diceva che facevo impressione, che sembravo un mutilato. E io lo facevo apposta, per essere un po’ al centro dell’attenzione quando veniva gente a casa. Con le braccia appese alla spalliera avevo imparato a stare a testa in giù. Per la verticale, invece dovetti aspettare ancora un anno. A fare la ruota non sono mai riuscito.

A metà del secondo trimestre, poi, in alternativa alla palestra fu possibile scegliere di fare il corso di nuoto. Così iniziai ad andare. La piscina era quella di Mucciatella, che è a pochi chilometri da Montecavolo.  Per raggiungerla prendevamo la corriera. Non la corriera di linea, ma una speciale che caricava solo i bambini e le maestre. Sul tragitto passavamo davanti a casa della P., la cognata mia zia T. , una delle mie zie preferite. Spesso la vedevo nei campi. A volte ho provato a salutarla, ma non mi vedeva mai.

La piscina la presi male da subito. Per convincermi ad andarci mia nonna materna veniva su da Reggio in macchina per vedermi.  E poi mi dava una mano a cambiarmi negli spogliatoi. Il mio istruttore di nuoto si chiamava Paolo Bellini. Allora era insospettabile ma gli episodi di terrorismo per cui fu poi condannato risalgono proprio a quel periodo. Avevano fatto due gruppi, io ero in quello dei meno bravi. Nuotavamo solo nella piscina dove si toccava, ci faceva mettere la testa sott’acqua (per me era una prova durissima) e nuotare con l’assicella. E poi voleva che tenessi gli occhi aperti sott’acqua. Io pensavo che non mi sarei abituato. Comunque sopportavo. Poi un giorno ci portarono nella piscina dove non si toccava dove i bambini dell’altro gruppo andavano già da tempo, vantandosene assai. “Ma voi ancora non andate dove non si tocca?” “Noi sì! Io so già nuotare””Ieri abbiamo fatto il dorso” “Io so fare anche la rana”…

Io sapevo attaccarmi all’assicella e battere le gambe. Si poteva fare avanti o indietro tenendo l’assicella sotto la testa. Quando ci buttarono nella vasca dove non si toccava ero l’unico che non sapeva nuotare. Ci provavo a muovermi, ma andavo giù e poi andavo in panico e piangevo. Per un paio di volte l’istruttore mi prese e mi attaccò al bordo. Poi mi passò di là ancora e mi disse di fare quello che volevo, mentre lui continuava a insegnare agli altri bambini che sapevano stare a galla ed erano entusiasti. Per me fu una grande delusione… veramente una rabbia. Perché gli altri riuscivano e io no? E la rabbia ancora più grossa era l’essere trascurato a favore di quelli bravi, mentre chi aveva ancora bisogno di imparare ero io.

Al rientro tutti i bambini raccontavano a quei genitori che erano venuti a vedere (mica c’era solo mia nonna) i progressi che avevano fatto. Solo io non potevo raccontare niente. Non potevo neanche raccontare delle balle perché aveva visto tutto…

Mia madre si accorse che le sere prima di andare in piscina faticavo ad addormentarmi, piangevo nel sonno, mi agitavo e avevo gli incubi. Così quando scadde il corso, decise di interrompere a quel punto la mia carriera di nuotatore.

 

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giovedì, ottobre 06, 2005
 

Dicembre 1975



 

 

D’inverno, con il freddo, anche gli altri bambini non uscivano mai. E poi veniva buio subito. La maggior parte del tempo la trascorrevo in casa con la nonna e qualche zio/a. E un numero notevole di parenti e vicini che, di tanto in tanto, venivano a trovare la nonna, a prendere il tè e chiacchierare. Una volta veniva la zia L, una volta la zia M o un’altra delle sorelle di mia nonna. Una volta la R. un’altra la W. o qualche altra vicina. Insomma, non ci si annoiava. Mia zia A. aveva semppre freddo e stava appiccicata al termosifone invocando la primavera. La nonna faceva dei bellissimi lavori a maglia. C’era una vicina originaria della montagna che faceva la maglia tenendo il lavoro altissimo sul seno. Ed era velocissima. Lavorava così perché da bambina faceva la pastora e stava sempre in piedi. E così aveva preso quella postura di lavoro. Lo zio V. mi aveva insegnato a fare i gomitoli con il buco. O anche con due buchi. Era bello fare i gomitoli. Fare la maglia era più difficile, ci avevo provato ma non ci sono mai riuscito. Anche perché io non brillo certo per manualità. Molto più portato per le cose “intellettuali”. Leggevo molto. Leggevo anche per intrattenere gli altri che lavoravano a maglia. “Nonna, tu sei un cancro” – dissi una volta leggendo l’oroscopo su un settimanale. “Tornalo a dire, se sei capace!! Adesso quando viene a casa tua madre, glielo dico, maleducato che non sei altro!” – si arrabbiò inspiegabilmente mia nonna. Per qualche anno, a casa mia, il segno zodiacale di chi è nato tra la fine di giugno e la fine di luglio fu chiamato “granchio”., perché mi dissero che cancro era una brutta parola ed era meglio non dirla.

Oltre a leggere, continuavo a fare dei giochi per conto mio. Costruzioni, animaletti… mi mettevo in un angolino e facevo le mie cose. A parte gli equivoci zodiacali, la nonna e gli zii erano contenti di me. “Sembra di non averlo”. Ero veramente di poco disturbo. Tuttalpiù, mentre giocavo, ascoltavo la musica. Non più il già citato mangiadischi arancione, ma ora potevo sfoggiare il mangianastri nuovo di zecca. Finalmente! Credo fosse proprio un regalo per il sesto compleanno. Era uguale a quello di mia zia C. .. e simila a quello di mio zio L. Forse c’era solo quel modello in circolazione.. Era bianco e verde strano. Il manico, l’altoparlante a buchi e la parte inferiore dove stavano le pile era bianca. Lo sportello che si apriva  dall’alto e conteneva la cassetta infilata per il lungo, invece era verde strano. Funzionava a pile o con la corrente. Attaccato al filo c’era un riduttore… come una scatola nera.  Aveva  la rotella del volume e un solo pulsante nero sul manico che funzionava come il cambio di una macchina: avanti per suonare, , giù-avanti e giù indietro per il riavvolgimento veloce. Però non aveva la retromarcia. Sarebbe stato bello se avesse potuto suonare anche  all’indietro. Ci pensavo sempre. E  poi non registrava. I vicini di casa di mia nonna N. , ex compagni di giochi di infanzia, avevano il registratore. Erano qundi più "avanti" di me. Ma mia nonna mi disse però che la loro madre gliel’aveva sequestrato perché avevano registrato dei rutti e altri rumori imbarazzanti dei famigliari e poi li ascoltavano con gli amici a scuola.

Io all’inizio avevo solo due cassette. Una dello zecchino d'oro e una di canzoni per bambini, con Topo Gigio ecc. C’era la sveglia birichina, popoff, la ciribircoccola, cocco e drilli, la torta del cuoco del re di berlino…. 

Per la befana la nonna me ne regalò un'altra. Si intitolava  “la tartaruga” dall’omonimo successone di Lauzi che era nuovo nuovo. Ma le altre canzoni erano canzoni da grandi. Lilly di venditti finiva a metà sul lato A e riprendeva sul lato B. Giuro. E non era una cassetta pirata. L’aveva presa alla Standa. Poi c’erano i Matia Bazar, Celentano, Luciano Rossi… chi è Luciano Rossi??? E che c@@#o ne so?! Però c’era! Credo di avere ancora quella cassetta da qualche parte.

 

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mercoledì, ottobre 05, 2005
 

Novembre 1975

 

 

Fedeli alla tradizione contadina già citata su questo blog, i miei zii fecero trasloco il giorno di S.Martino e si trasferirono al piano terra della casa in cui abitavo. Erano una famiglia numerosa: la zia Al. sorella di mio nonno, suo marito lo zio Al. detto P. e i suoi tre figli scapoli: E. detto G., B.G. detto M. e M… l’unico con un nome normalissimo  senza soprannomi. E quando ripenso a tutte le paranoie che ci siamo fatti nello scegliere il nome di mio figlio…. Questo no perché lo storpiano, questo no perché lo accorciano… e poi gli metteranno un soprannome che non ha niente a che vedere col nome di partenza.

La zia Al. aveva anche altri due figli sposati. F. lo sbandato e la L. l’unica femmina. E che personaggio. Un giorno ne parlerò.

Aveva anche due nipotini un po’ più grandi di me, che qualche volta venivano a trovare la loro nonna.

E poi aveva un cane. Pucci. Lo misero alla catena tra la casa e i garage. Una catena molto lunga, però restò lì quasi sempre. Se lo liberavano scappava. Dick lo accettò senza problemi. Le menate che i cani dello stesso sesso possono litigare ho iniziato a sentirle frequentando i cinofili “seri”. In campagna, quando arrivava un cane nuovo lo si metteva in mezzo agli altri e poche balle. Come con i bambini… mia nonna dice che ai suoi tempi i problemi di “gelosia” con l’arrivo dei fratellini non c’erano. Sono cose che sono saltate fuori dopo quando i genitori hanno iniziato a preoccuparsene.

Comunque Dick era già abituato agli altri cani a Gavasseto e Pucci, benché adulto,  non fu un problema.

La Lara, la pastora tedesca  di cui ho parlato ieri, invece rimase a Rubbianino.  Non era dei miei zii, ma della padrona del podere. I miei zii erano mezzadri e smisero di lavorare la terra quando si trasferirono nella casa che si erano costruiti con tanti sacrifici e anni di lavoro. I cugini di mio padre lavoravano tutti in fabbrica. Nessuno aveva continuato l’attività dei genitori.

MI ritrovai quindi in una casa piena di adulti e molti pensionati.

Una nonna, 5 zii vecchi (tre maschi e due femmine), uno zio giovane, e tre cugini scapoloni di papà.

Con tutti i vantaggi e gli svantaggi.  Il vantaggio principale ovviamente era quello di avere molte attenzioni. Lo zio V. mi raccontava un sacco di storie. Non solo favole, ma anche racconti di quando era giovane. La nonna e la zia A. chiacchieravano tutto il giorno tra loro, mentre lavoravano a maglia… io le ascoltavo mentre facevo i compiti o giocavo per conto mio. Era interessante. Anche della zia Al. ho dei bei ricordi. Mi offriva sempre la torta di riso. Era buonissima e inimitabile. Non ho mai più trovato nessuno che la facesse uguale. Sul resto della cucina invece sorvoliamo. A mia madre ha offerto un pesto dei cappelletti color rosa fosforescente che mia madre non ha avuto il coraggio di usare. Poi aveva l’aceto buonissimo. Quando hanno trasferito la cantina ce lo siamo tracannato… “Senti come è buono” – diceva. Lo bevevamo con il mestolo. Mestoli e mestoli. Era fortissimo ma a me piaceva. Quando racconto questa cosa oggi, nessuno mi crede. Nemmeno i miei. Ma io mi ricordo benissimo. Come fosse ieri. Lo zio A. e ancora di più lo zio P. invece non erano tipi che perdessero tempo coi bambini. Erano adulti adulti. Lo zio P. soprattutto. Dello zio A. invece ho qualche ricordo… anche perché veniva a prendermi a scuola in vespa.

Tra i cugini di mio padre il più presente era M. Con lui parlavo molto di più che con gli altri. Era diabetico e veniva sempre da mia nonna a farsi fare le punture. B.G detto M  lo vedevo più raramente. Sembrava lo zio Arthur di vita da strega. Un tipo strano. G. era ancora più strano. Non lo vedevo mai. Usciva presto al mattino e tornava la sera tardi. Non parlava mai direttamente con me. Era un tipo molto originale. In paese io e mia cugina, origliando i discorsi della gente, avevamo saputo che non usava il bagno di casa. Si lavava nel mastello in garage. E al mattino si alzava presto e andava a fare la cacca in mezzo ai campi, come nell’800. Solo un piccolo particolare. Nel frattempo intorno ai campi avevano costruito tantissime case ed era sorto un paese. Di campi ce n’erano ancora tanti, ma dalle finestre, tutti potevano vedere e scandalizzarsi. Certi sabati mia cugina veniva a dormire dalla nonna ed allora anch’io volevo andare a dormire con lei. Ogni volta ci  dicevamo: “domattina ci alziamo presto, così guardiamo dalla finestra e guardiamo G. che fa la cacca”. Chissà che spettacolo! Ma i bambini, si sa, sono curiosi. Comunque, puntualmente non riuscivamo a svegliarci. Non lo abbiamo mai visto una volta.

 

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martedì, ottobre 04, 2005
 

Ottobre 1975

 

 

 E arrivò il primo giorno di scuola. Già, perché a quell’epoca le scuole iniziavano il primo ottobre.  Negli anni successivi si misero a farle iniziare via via sempre prima per adeguarsi agli altri paesi europei.

Quel giorno ero abbastanza emozionato. Avevo una cartella blu di quelle classiche a rettangolo che si portano dietro la schiena infilando le braccia nelle cinghie. Si apriva con due ganci rossi color gemma da bicicletta che di notte si vedevano al buio. E aveva una tasca separata per la merenda. Poi avevo l’astuccio rigido che conteneva dodici pastelli, ognuno infilato nel suo elastichino.  Dall’altra parte, dell’astuccio, sempre nelle apposite asole elastiche, la gomma (mezza da matita e mezza da biro), la matita, la biro rossa e la biro blu.  E il righello. Poi avevo un quaderno a righe (con le righe da “prima”) uno a quadretti (sempre quadretti grandi da prima) e il libro di lettura. Il libro di lettura si chiamava “divento grande”. Ce l’ho ancora. Niente sussidiario. Quello arrivava in terza.

Per l’occasione sfoggiavo anche un eskimo verde  appena comprato alla Standa.  Sopra al grembiulino nero col fiocco azzurro, ovviamente.  All’ultima moda. Grembiule permettendo. Ricordo quando sono uscito di casa, tutti i commenti dei vari zii…. “ah, ma vai s scuola!! “ma che bella cartella!”, “ma che bell’eskimo!”

In classe eravamo in 16. Non tanti. Otto maschi e otto femmine.  I banchi erano disposti a due a due. Due file da quattro. A destra vicino alle finestre, tutti i maschietti. A sinistra, vicino alla porta, tutte le bambine. Il mio compagno di banco si chiamava N. ed eravamo nella prima fila, lui vicino alla finestra, io al centro vicino alla cattedra. Il posto più sfigato, insomma. Il primo giorno,  le mamme ci accompagnarono fino in classe. Diversi bambini piangevano. Probabilmente quelli che non erano mai andati all’asilo. Io non piansi. Tuttavia non ero nemmeno particolarmente felice. E quando la mamma mi salutò per andarsene sentii salire le lacrime che però riuscii a trattenere. Probabilmente ero anche suggestionato dall’atmosfera di piagnisteo generale.

“Ho parlato con la maestra. Sembra buona” – mi rassicurò la mamma “Fai a modo  e vedrai che ti piacerà”.

La maestra sembrava buona anche a me. Alla mamma invece no. Riuscì a mentire molto bene, quindi. La maestra era un iceberg umano a quanto pare. Al ricevimento genitori, parlando in piedi, si teneva a tre metri di distanza. Se la mamma avanzava un passo, lei indietreggiava.  Parlava con voce bassissima e non guardava mai negli occhi. “Il bambino… siii… è intelligente…  Legge bene, è un po’ disordinato nello scrivere, ma conosce l’ortografia… ma è troppo distratto. E troppo indisciplinato…. No no… non è che sia un teppista…. Non mi fraintenda. Anzi è obbediente ed educato…. Però… insomma… Canta in classe !!….. fischia mentre fa i compiti!”

Embeh? Anche mio nonno fischiettava mentre aggiustava i trattori. E mia madre cantava mentre faceva il bucato. Perché io non potevo fischiare facendo il mio noiosissimo lavoro che di ricopiatura di lettere che conoscevo benissimo? Non mi sono mai lamentato. Se era da fare… lo facevo. Però pretendere un ossequioso silenzio, solo per fare quella roba lì… mi sembrava un po’ esagerato!

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lunedì, ottobre 03, 2005
 

Settembre 1975

 

A Montecavolo mi ritrovai in un quartiere pieno di bambini della mia età. Nella casa di fianco alla mia abitava M: che aveva un anno più di me e una sorella 4 anni più vecchia. Quattro anni a quell’età erano tanti.

Dalla parte opposta, nell’altra casa confinante… anzi due case dopo (nella confinante abitavano i nonni), c’era W. che aveva due anni più di me. In fondo alla strada, che era una via poco trafficata , c’era una palazzina di sei appartamenti in cui abitavano G.F. e G rispettivamente un anno in più di me e due anni in meno di me. E dall’altra parte della strada c’era la R. Anche lei un anno più di me.

W. era uno sbruffone sena pari. Lui e tutta la sua famiglia. G.F. nella classifica degli sbruffoni prepotenti arrivava subito dopo… lui però si faceva gasare dal gruppo. Da solo era tollerabile. M. era molto più simpatico. Era gentile ed educatissimo. Anche sua sorella. Gli adulti lo citavano sempre come bambino da prendere ad esempio. In realtà era educatissimo sì… ma con gli adulti. Con G. mi trovavo bene. Anche con la R. che come carattere assomigliava un po’ a mia cugina.

Ma io stavo bene anche da solo… anzi a volte sentivo anche il bisogno di stare un po’ da solo. Da solo o col cane Dick. E poi mi trovavo bene anche con gli adulti. Con mia nonna, con mio zio V, con mia zia A. Finché c’era caldo andavamo spesso a Rubbianino trovare l’altra zia (la proprietaria della casa, che sarebbe venuta ad abitare a pian terreno). Mi piaceva andare là perché avevano un cucciolo di pastore tedesco. Anzi una cucciola. Lara, si chiamava. Ricordo che le insegnai a dare la zampa. A Rubbianino ci andavamo in bicicletta attraverso i campi. Io avevo ancora la mia prima bici piccolissima, con le ruotine minuscole e la sella alzata al massimo. Facevo fatica a starle dietro. “Dai sgògna”, mi incitava la zia A. E per fare pressione psicologica non mi aspettava. Una faticaccia!

Mio zio V. invece, da montanaro d.o.c. quale era, non sapeva andare in bicicletta. Con lui andavamo a piedi. Passavamo in un sentiero sotto un filare di alberi, ai piedi dei quali c’erano dei fogli di giornale stesi. Bottiglie vuote, scatolette…. mosche. Lo zio V. mi disse che lì ci dormiva F. un cugino di mio padre, nonché figlio della zia di Rubbianino. Non andava d’accordo con la moglie e per questo si ubriacava e dormiva fuori come un barbone. Morì  di cirrosi epatica (o qualcosa di simile) dopo pochi mesi. Quella visione mi aveva impressionato. Avevo sempre penstato alle persone che dormivano all'aperto con la mente proiettata a Robin Hood e Little John nella foresta di Sherwood. Quella però era un'altra cosa. 

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domenica, ottobre 02, 2005
 

Agosto 1975

 

 

 

Intanto che i miei genitori finivano di sistemare la casa nuova, io andai al mare a Cesenatico con la nonna per dieci giorni. Facemmo il viaggio in treno e raggiungemmo la pensione con un calesse trainato dal cavallo. La nonna aveva sempre delle idee fantastiche. Basta poco per fare felice un bimbo e fare in modo che un giorno sia ricordato per tutta la vita. Alla pensione raggiungemmo due amiche di mia nonna che erano già lì da dieci giorni, perché loro facevano tre settimane. C’erano la già precedentemente citata J: col nipotino S. mio ex compagno d’asilo e la R. con sua figlia A. che ormai era una signorina e non giocava con noi bambini. Loro avevano una stanza da quattro. Le due nonne dormivano nel matrimoniale e a fianco c’erano due mezzi letti per i nipotini.Noi prendemmo una stanza tutta per noi e dormii con la nonna nel letto matrimoniale. Quando raccontai a S. che eravamo venuti col cavallo, ebbe un impeto di invidia: loro erano venuti con un banale taxi. Per tutto il giorno stressò sua nonna che voleva andare a fare un giro col cavallo. Forse mia nonna non aveva tutti i torti a dire che era invidioso… Di quelle vacanze ricordo soprattutto i suoi capricci. Alla sera, infatti si usciva e sul lungo mare c’erano le giostre e i negozi di giocattoli. Ogni sera le nonne ci facevano fare un giro sulle giostre.Io sceglievo quasi sempre il cavallo o la macchinina dove si poteva suonare l claxon salutando la nonna a ogni giro. A S. però un giro non bastava mai. Ne voleva sempre fare uno in più. Ogni negozio di giocattoli c’era qualcosa che voleva.Sua nonna poi era molto meno diplomatica e molto meno strategica della mia…era la classica nonna “no, adesso poi basta”. S. praticamente le prendeva tutti i giorni e rientrava sempre in camera in lacrime.Le amiche della nonna si stupivano perché io indossavo i calzoni lunghi bianchi (erano i miei preferiti). “Ma lo vesti * dalla festa * tutti i giorni?” chiedevano a mia nonna. S. dal canto suo non perdeva occasione per spingermi e farmi cadere in modo da sporcarmi. Ma tanto i calzoni bianchi sarebbero da lavare comunque. Però appena rientravamo, mia nonna tirava fuori dalla valigia l’immancabile sapone da bucato delle nonne. Con il caldo che c’era, la sera dopo erano già asciutti. Una stiratina e si indossavano di nuovo davanti agli occhi sbalorditi delle amiche befane. L’unico neo di quelle vacanze, come al solito, era il cibo… solito cibo di mensa. E io ormai ero abituato a mangiare poco. Mi rifacevo con il gelato a fine pasto. A me piaceva il cornetto Algida, mentre S. prendeva sempre il Motta.

Una volta fuori dall’orario del pasto passammo davanti a una pizzeria…”Mhhh… nonna senti che buon profumino!!” – “Ne vuoi una?” – propose la nonna. Sì, dai…. ci fermammo e ci prendemmo la pizza. E la mangiai tutta. La R. che in tutta la sua vita contadina avrà mangiato due mezze pizze  era esterrefatt: “una pizza intera a un bambino??!!- ma gli fa male! Ma tu sei matta!”

Mia nonna invece era contentissima che finalmente mi vedeva mangiare di gusto

In spiaggia si facevano i soliti giochi con secchiello e paletta. Ricordo che io e mia nonna avevamo delle ciabatte uguali. Davanti erano chiuse come le ciabatte classiche da camera. però erano di plastica e tutte traforate. Facendole scorrere nella sabbia, questa entrava nell’intercapedine che c’era sotto la suola e dopo usciva come una cascata.

Di quella stagione ricordo anche la musica. Dagli altoparlanti piazzati sulla spiaggia si intervallavano annunci di bambini smarriti con costumino dei più svariati colori e le canzoni di Casadei. Ciao mare, Giramondo… belle. Quando partimmo, Ciao Mare la cantammo veramente. Sembrava fatta apposta!

 

Fu una bellissima vacanza, ma al ritorno non ero affatto triste. S. invece piangeva. Come al solito.Al ritorno in stazione andammo in taxi pure noi, perché c’erano anche gli altri e avevano tante valigie. Ricordo che il taxi lo chiamò mia nonna pure per loro, perché le sue amiche non sapevano parlare italiano e le chiesero se per favore glielo chiamava lei che sapeva parlare con la gente

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sabato, ottobre 01, 2005
 

Luglio 1975

 

 

Il trasloco lo ricordo ancora. Tutti i parenti e gli amici di mio papà erano venuti a dare una mano e a caricare le cose in macchina per portarle a Montecavolo. Io ero andato qualche volta a vedere. Però il giorno in cui portarono via tutti i mobili e li montarono io rimasi con la nonna. Poi vennero a prendermi. L’ultima cosa che era rimasta da portare nella nuova casa. “Dai vieni in macchina che c’è anche Dick, mi disse mio padre” Ricordo che entrai nella 125 dalle porte anteriori, scavalcando i sedili per andare dietro, perché aprendo la portiera sarebbe sceso il cane. Dick non era abituato alla macchina. Da quando l’avevano portato a casa ci sarà salito due o tre volte da cucciolo, quando mio padre nell’euforia del nuovo acquisto voleva farlo vedere a tutti. Poi era sempre rimasto a casa. Pianse disperatamente per tutto il viaggio. Il pianto del collie è una specie di sibilo… basta guardare un film di Lassie ed è riprodotto benissimo (anche se ho saputo che a farlo è un doppiatore uomo). Pianse anche nei giorni successivi… Era spaesato, non voleva stare solo. Ogni tanto mia madre si affacciava alla finestra per fare sentire che c’era e allora si calmava. Ma per poco. La sistemazione del cane nella casa nuova non era delle più felici in effetti. Fu messo alla catena, dietro al garage, che era una costruzione staccata dalla casa. Lontano dalla porta d’ingresso, lontano da dove eravamo noi, che oltretutto eravamo all’ultimo piano, Nella casa vecchia eravamo a pian terreno e poteva curiosare dalla finestra. Lì, riusciva a vedere la finestra della mia camera attraverso la porta del garage se era aperto. Tutto questo avvenne in buona fede… perché i miei genitori avevano una cultura cinofila un po’ carente… Il cane aveva spazio, la catena era lunga… entrando nel garage aveva un riparo…

Dick alla catena mi faceva una pena incredibile. “Lo liberiamo?” - domandai a mia madre dopo pochi giorni. “No, non possiamo più. Scapperebbe. Non è abituato”. “Ma se non lo liberiamo non imparerà mai!” ribattei. “Ormai è grande… non può più imparare. A stare a casa imparano da cuccioli… su, qua ha tanto spazio. Puoi venire quando vuoi a fargli le carezze e a portargli da mangiare…”.

-            “Ti prego, ti prego, ti prego… dobbiamo provare, vedrai che è buono, vedrai che non scappa”.

Non mi capacitavo che il cane potesse non imparare più. Dick era intelligentissimo. Capiva ogni singola parola... era superobbediente. Adesso sta a vedere che solo perché uno cambia casa....

-            “E se poi va in strada e finisce sotto una macchina?”

-            “vedrai che non ci va, vedrai che vuole stare con noi”

La mamma si lasciò convincere e sganciò la catena. Dick, euforico e contentissimo, partì di corsa alla velocità del suono fece due giri velocissimi del cortile intorno alla casa, poi si mise ad annusare tutto e a marcare il territorio e si avviò verso la strada… 

Diiiiiick!!! Chiamai io.

“avanti, vieni qui” disse mio zio V. che era seduto sulla *B*anca e stava chiacchierando con qualcuno dei soliti vicini in visita.

Il cane si fermò, e tornò da noi.

“Forza, mettiti giù lì tranquillo” – ripeté mio zio V. da cui ho ereditato il dono di parlare con gli animali. Dick si sedette di fianco allo zio e non si mosse più di lì. E da quel giorno quello fu il suo posto. Nel cortile di fianco allo zio ad ascoltare le chiacchiere dei vecchi.

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