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lunedì, novembre 28, 2005
Tra le cose buffe, ma a tratti tragiche, che ricordo della casa di Montecavolo, le interruzioni di erogazione dell’acqua dovuti alla gestione balzana del sistema idraulico da parte degli zii/cugini taccagni di mio padre nonché nostri padroni di casa. Come in molte case (per esempio quella di mia nonna di Due Maestà), il pozzo alimentava un serbatoio in solaio che lasciava che l’acqua arrivasse ai piani inferiori a caduta libera. Questo era quello che avrebbe dovuto essere. Ma i padroni di casa ritenevano che fosse uno spreco tenere un serbatoio costantemente pieno d’acqua, così chiusero i tubi facendo in modo che l’acqua andasse direttamente dal pozzo ai rubinetti. Questo comportava, di fatto, l’impossibilità di avere acqua ai piani superiori, se qualcuno apriva qualche rubinetto ai piani di sotto. Abitando al secondo piano noi eravamo quelli messi peggio. Rimanere tutto insaponato con l’acqua che finiva per tornare chissà quando era all’ordine del giorno. E in quelle condizioni non è che potevi urlare a quello di sotto di chiudere. Ma noi eravamo abbastanza tolleranti. Mia zia A. lo era meno e urlava veramente qualche bestemmia ai cognati padroni di casa. “Alooooora!!!! Dio e pó ##@@# , vriiv sarèer l’aqua?!!”. Ma non c’era modo di sistemare la cosa. La casa era loro e qualcuno non andava bene, liberissimo di andare da un’altra parte. Mia nonna invece non si lamentava mai, però una volta si stancò, prese il cesto della biancheria sporca e andò a fare bucato a casa della R., una vicina di casa. Era il più grande affronto potesse fare. Una delle principali preoccupazioni degli zii taccagni era infatti quello che potevano dire “gli altri”. Non volevano che si parlasse di loro, che si spettegolasse che il paese venisse a sapere cose che potevano metterli in cattiva luce. Il tutto a Montecavolo, uno dei paesi più pettegoli che abbia mai conosciuto, dove l’80% della popolazione era costantemente impegnata a spettegolare e mettere in cattiva luce gli altri.
Mia nonna fu richiamata a rapporto dai nipoti/cognati che le dissero che il suo era stato un gesto eccessivo e cercarono un accomodamento della cosa con promesse che poco avevano a che fare con i problemi di fondo. Infatti, nella realtà, il problema dell’acqua non fu risolto.
Ad avere la peggio fu la nostra povera lavatrice salterina Zoppas. Si bruciò il motore e perì. Fu sostituita da una superlavatrice S.Giorgio di nuovissima concezione. Aveva pure un programma che faceva in modo che si spegnesse se veniva a meno l’acqua. Tanto per mettere le mani avanti. Poi aveva ben 18 programmi. 4 vaschette… era una roba veramente bella. Mi imparai il libretto di istruzioni a memoria. A quell'epoca avevo un po' il "trip" delle lavatrici. Mi piaceva quel tipo di tecnologia. Pensavo che da grande mi sarebbe piaciuto fare il rivenditore di elettrodomestici. Lavatrici, lavastoviglie, televisori, tutti gli accessori nuovi di ogni genere che nascevano in quegli anni. Mi piace ancora adesso andare nei negozioni tipo expert/unieuro (Giaaannniiii) ecc. Anche se ormai non ho più bisogno di niente. In realtà la S.Giorgio all’inizio non mi piaceva molto. Cioè io avrei voluto l’ignis carica dall’alto, che era come quella di mia nonna N. Non la mitica bólo-bólo di cui ho già parlato, che fu data in dote a mia zia quando si sposò. Sto parlando della sua erede, sempre un ingis ma più moderna, con 14 programmi a manopola e il programma dell'ammollo temporizzato, che adesso non stupidamente non ce l'hanno nemmeno le lavatrici nuove e invece è un ottimo metodo per risparmiare. A quel tempo tutto quello che era di mia nonna N. era automaticamente eletto come il migliore sulla fiducia. I parenti di Montecavolo un po’ erano gelosi di questa cosa: “Bēsgh al cûl (non traduciamo che è meglio) a la nonna N. !” – mi dicevano. Alla nonna M. volevo ovviamente un gran bene. Non mi trovavo neanche male con gli altri zii e cugini vari. Con qualcuno andava benissimo, con altri meno, ma in generale stavo bene. Però avevo tantissima nostalgia della nonna con cui avevo trascorso i primi 5 anni della mia vita. Una nonna più moderna. Una nonna un po’ speciale… una nonna diversa da tutti gli altri.
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venerdì, novembre 25, 2005
Ottobre 1977
Ripresi la scuola… Quell’anno iniziò pure prima del solito. Il 22 settembre mi sembra. Ci dissero che da allora in avanti sarebbe iniziata ogni anno prima perché dovevamo arrivare ad adeguarci agli alunni degli altri paesi europei che iniziavano il primo settembre e finivano il 30 giugno. Che tristezza!! Che ingiustizia. Che colpa ne avevo io se ero nato dopo? Tra le novità della riforma, anche l’abolizione dei voti, sostituiti dai giudizi. La pagella non si chiamò più pagella, ma scheda. Fu tolto l'esame di seconda elementare... ma ormai a noi non interessava più. E poi l’introduzione di due quadrimestri che sostituivano i tre trimestri. Ma due quadrimestri non fanno otto mesi? E allora perché non ci davano un mese di vacanze in più anziché toglierlo? In terza avevamo anche il sussidiario. "Crescere insieme", editrice "la Scuola". Sussidiario… faceva paura solo il nome. Pensavo che fossero finiti i tempi del “tutto facile”. Bisognava iniziare a fare le cose seriamente. I quaderni con le righe molto più piccole (di terza) sembravano testimoniare che niente era più come prima. Poi però di fatto non ci fu tutto questo cambiamento. Anziché avere la media dell'otto, avevo la media del “bene”. Qualche “benino” per disordine e errori di distrazione e pochissimi “molto bene” che erano riservati alle solite bambine secchione ordinatine e cocche del maestro. Una volta presi “bravo”. Solo per non darmi la soddisfazione del “molto bene”. Ma "bravo" è più o meno di "molto bene"? Pareri discordi. E quello fu solo l'inizio dell'epoca della grande indeterminatezza. Le diatribe sul maggior valore dello "scarso" rispetto all'"insufficiente". E il molto scarso? Il "male"? Un "impreparato" che cos'è? Gravemente insufficiente? Teoricamente non dovrebbe esserci niente di più grave del non essere preparato affatto. Però si diceva che impreparato era quattro e gravemente insufficiente tre, forse due. Quattro meno. Mah! Non si è mai capito. Tra le novità a casa, il matrimonio di un cugino di mio padre. Uno di quei tre fratelli che tutti consideravano irrimediabilmente scapoli. B.G. detto M. era un po' più vecchio di mio padre… avrà avuto già 36/37 anni. Che all’epoca erano tantissimi. Quasi un’età da nonni. Invece trovò la fidandzata e in pochi mesi si sposò. La sposina, il cui nome era N, era più giovane … avrà avuto 26-27 anni. Molto benevola e disponibile. Non particolarmente bella e soprattutto non intelligentissima. Anzi probabilmente un po'...potremmo dire "ritardata". Andarono ad abitare nell’appartamento al primo piano con i genitori e i fratelli. La grande famiglia patriarcale, come una volta. Mia zia A. in effetti era una donna un po’ all’antica in quel senso. Ricordo che trovai molto triste il fatto che decisero di non fare il viaggio di nozze. Taccagni. Taccagni all'iverosimile. La nuora fu accolta secondo antica tradizione: prova bucato a mano (malgrado avessero la lavatrice), sfoglia, pulizie e lavori domestici che non andavano mai bene. Probabilmente mia zia A. non era contenta della nuora. Non la riteneva all’altezza del figlio. Avrebbe sperato meglio. Non accettava che il figlio avesse sposato una specie di “macchietta” che suscitava l’ilarità dei vicini con le sue uscite da “carabiniere”. Un giorno il venditore ambulante che ci riforniva di alimentari le chiese se avesse potuto cambiargli 50.000 lire. “sì, sì, sì… s-s-subito!”. Servizievole come sempre, prese la banconota andò in camera (probabilmente sotto il materasso, conoscendo le bestie) e tornò con un’altra banconota da 50.000. L’aveva cambiata! Un’altra volta con tanta buona volontà iniziò a fare la calza ai ferri. Calzini invernali per il marito. A un certo punto del lavoro chiese a mia nonna “S-s-secondo lei, è ora di g-g-girare (balbettava pure, povera) il c-c-alcagno?”. Aveva fatto un piede di circa 50 cm. Altri esploit furono le dosi esageratissime di cibo. A forza di aggiungere acqua e farina acqua e farina acqua e farina alla ricerca della consistenza giusta, fece il gnocco per l’intero paese. Orli ai calzoni del marito che lo trasformavano in un satimbanco. E ogni giorno una “comica” nuova. Quando mia nonna raccontava questi aneddoti a figli e nuore, ci facevamo grassissime risate. Però con lei mia nonna è sempre stata molto materna. L’ha sempre aiutata senza deriderla. Non si può dire altrettanto della di lei suocera, nonché mia zia A. e dei di lei cognati. Le sue mancanze erano sempre meno tollerate, i rimproveri divennero sempre più duri e ben presto nella famiglia si arrivò a un clima di fortissima tensione. La suocera le rimproverava la lentezza e il poco buonsenso nei lavori domestici. I cognati grezzoni e antiquati avevano da ridire persino sulle cose normalissime per una donna delle sua età, come la messa in piega o il fatto che passasse qualche minuto a truccarsi. La chiamavano “la Bigodina” “ma guardatela… la bigodina! Sta li davanti allo specchio che ci sono ancora le uova da raccogliere nel pollaio!”. Le cose degenerarono presto e di quei periodi ho ricordi della N. che veniva a piangere al piano di sopra con mia nonna che la consolava. Quando saliva mia zia A. lei scendeva. E allora si sentiva l’altra campana: le lamentele della vegliarda sulla nuora irresponsabile e a suo dire sfaticata. E pensare che se solo l’avesse accolta meglio avrebbe potuto chiederle qualsiasi cosa. Perché al di là dell’intelligenza, la N. aveva proprio un cuore d’oro.
martedì, novembre 22, 2005 Settembre 1977
Beh, visto che sapevo tutto sulle macchine… che sarà mai guidare un trattore? I effetti è molto più semplice che guidare una macchina, ma un bambino può tirarsela molto di più: “ho guidato il trattore!”. Una roba che solo i veri uomini. Quell’autunno fummo impegnati nella vendemmia nel podere di un collega di mio padre, che aveva bisogno di manodopera. Era lo stesso che ci aveva venduto la 500, era scapolo e grande amico dei bambini. Durante quelle settimane io fui l’addetto alla guida del trattore. Bastava sollevare il piede dalla frizione e il trattore avanzava. La vigna era tutta dritta, non c’era troppo da scasinare col volante. Così mentre i “vidmadori” vuotavano i “cavagni” nelle “cassette da l’uva” che stavano sul carro trainato dal trattore, io li seguivo man mano che si spostavano. Dopo la vendemmia, mio padre poté farsi una settimana di vacanza. Lui solo. Cioè lui con alcuni suoi amici, che però avevano 90 anni per gamba… anzi di uno possiamo dire 180, visto che di gambe ne aveva una sola. Insomma la mamma era abbastanza tranquilla. Andarono in Abruzzo, nei dintorni di Scanno, nei pascoli più sperduti e dimenticati da Dio. Era la seconda volta che si recava in quei luoghi. Un suo amico aveva delle conoscenze da quelle parti. Furono accolti con la lupara puntata, della serie “chi siete, dove andate, cosa volete, un fiorino”. Ma poi una volta riconosciuti fu una festa generale, che neanche il papa sarebbe stato accolto così. “Sono arrivati li buoni cristiani da Rooooma” “Hanno portato le fotografiiiie”. Avevano infatti portato le foto scattate qualche anno prima. Per la popolazione locale erano una cosa fuori dal comune. Mio padre mi raccontò tante cose interessantissime di quei posti dove il tempo sembrava esseri fermato. Mi raccontò della miseria, dei bambini pastori, della mancanza di tecnologia, ma anche di tradizioni molto belle, arti e mestieri. Portò a casa un sacco di souvenir. Un flauto fatto a mano anzi un piffero… non aveva il do. Solo sei buchi: re mi fa sol la si… poi andando vero l’alto le note stonavano molto. Poi portò dei bambolotti pastorelli con i vestiti tradizionali del luogo che usai anche come amici di big jim. E poi vestiti e generi alimentari. Per fare uno scherzo a mia zia A. mi infilai nella valigia. Rannicchiato ci stato tutto e si chiudeva. “Ti ho portato un regalo dall’Abruzzo” – le disse mio padre. Aprì la valigia e sbucai io come il coniglio dal cappello. Che divertente! Certo che da bambini ci si diverte proprio con poco.
Tra i racconti più affascinanti di papà, riguardo alla misteriosa terra d’Abruzzo, c’erano quelli che riguardavano i cani pastori abruzzesi. Papà ne era rimasto affascinato. Un misto di ammirazione e soggezione. Dei bellissimi cani bianchi col pelo abbondante come quello di un collie, più grandi di un cane lupo, intelligentissimi, guardiani incorruttibili, capaci di ragionare. Ma anche capaci di incutere timore. Mi raccontò della dura vita dei pastori, del modo in cui lavorano, del loro sbucare dal nulla per inscenare agguati a chi si avvicina al gregge. Della spietata tradizione dell’abbandono invernale, dopo la transumanza effettuata con i camion su cui i cani non vogliono salire. E della loro capacità di sopravvivere all’abbandono per ritrovare il gregge l’anno successivo. Tutte cose che ritrovai documentate pari pari anni dopo su libri di cui non conoscevo neppure l’esistenza. E poi tanti aneddoti. Le storie raccontate dai pastori e le avventure del pastore abruzzese che il suo amico aveva portato a Reggio una quindicina di anni prima, purtroppo morto tragicamente.
“Quando non ci sarà più Dick, prenderemo anche noi un pastore abruzzese”, mi disse papà. Io da un lato speravo che quell’evento succedesse il più tardi possibile. Dall’altro morivo dalla curiosità di conoscere quel cane eccezionale, intelligente quanto Dick ma più temibile di tutti i pastori tedeschi dei miei amici gradassi messi insieme.
All’epoca avevo una conoscenza sommaria delle razze di cani. Tanto per rendere l’idea, distinguevo i setter dai pointer guardando se avevano la coda frangiata. Però queste conoscenze mi interessavano. Avevo il vocabolario Zingarelli con la copertina rossa che ormai si apriva automaticamente sulla pagina con la voce “cane”, dove c’erano le illustrazioni di una ventina di razze raggruppate secondo la funzione utilitaria. In seguito trovai un manualetto (chissà che fine ha fatto) che aveva illustrazioni a colori. Non foto, ma disegni. Comunque più verosimili dei disegnino sullo Zingarelli. L’alano era chiamato “Grande Danese”. Si diceva misurasse 80 cm alla spalla. Il pastore tedesco da 60 a 65. Chissà quant’era Dick. Lo misurai. 60 cm. E il pastore abruzzese? Niente. Non vi era traccia di questo cane. Per poterlo vedere in foto dovetti attendere di essere sotto Natale. Mia madre trovò alla Standa “il Piccolo Fiorone” un manualetto che riassumeva gli standard (precisissimi e attendibili) di ben 201 razze. Duecentouno! Mamma mia. Lo lessi e lo rilessi e lo imparai a memoria. Al pari del vocabolario Zingarelli anche questo libro prese presto una piega che lo faceva aprire alla pagina del pastore abruzzese il cui nome ufficiale scoprii essere “pastore maremmano-abruzzese”. Era veramente bello come diceva mio padre. Sarebbe sicuramente andato d’accordo anche con Dick. Penavo che non c’era bisogno di attendere che Dick non ci fosse più. Pero per il momento dovevo accontentarmi di guardare la foto su quel libro. Pomona delle Grandes Murailles. Imparai a memoria anche tutti i nomi ritratti. Questo libro lo conservo ancora. Vissutissimo ma c'è.
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sabato, novembre 19, 2005 Agosto 1977
Anche quell’anno, tanto per cambiare, invece di andare in vacanza… cambiammo la una macchina. Questa volta fu la 600 di mia madre a tirare le cuoia. Era ormai molto vecchia e sempre dal meccanico. Ormai non conveniva più farla rimettere a posto. Però che bel momento aveva scelto… poco più di un anno dopo che si era speso tutto per l’altra macchina. Ovviamente cercavamo una macchina usata… anche vecchia, ma che tirasse ancora qualche anno. Perché la macchina ci voleva. Trovammo una 500 bianca. La vendeva il padre di un collega di mio padre. Le fregature più grosse si prendono degli amici, no? Era il modello F, quello con la scritta in corsivo “nuova 500” e il contachilometri piccolo e rotondo. Come quella di mia nonna, cioè. Io ero contentissimo della 500. Un po’perché mi piaceva, un po’ perché ce l’avevano tutti e i bambini per certe cose sono molto conformisti. Ce l’aveva mia nonna, ce l’aveva la sorella di mia madre, ce l’avevano tutti i fratelli di mio padre. Cioè le loro mogli. All’epoca però pensavo che la 500 fosse una macchina da donna. Quando un mio amico mi disse che suo padre aveva la 500 rimasi stupito. Nelle famiglie normali il papà aveva la macchina grossa e la mamma quella piccola, spesso usata. All’epoca a me piacevano tantissimo le automobili. Non pensavo che in fondo non erano altro che ferraglie infernali che assorbono tutto il tuo stipendio, che ti costringono a lavorare quasi solo per mantenerle e per ringraziarti di tanto in tanto falciano via zii, amici e cugini così… di punto in bianco. No, non ci pensavo al fatto che fossero la parte peggiore del nostro secolo. Mi piacevano. Conoscevo tante marche… tutte quelle dei miei parenti, alle quali ero pure affezionato. Mia cugina aveva la 128 blu. Quando era parcheggiata in cortile ci salivamo e fingevamo di guidarla. Giocavamo alla famiglia in viaggio e immaginavamo di andare nei posti più disparati. Oppure facevamo fina che fosse un camper e organizzavamo tutto all’interno. Si mangiava, si dormiva… ovviamente si faceva finta. L’altro mio zio aveva una citroën Gs, che si alzava quando partiva. Meravigliosa. Un altro aveva la golf… la mia preferita restava comunque la mia Ford Escort. Conoscevo anche tutti i comandi. Le frecce, le luci,i tergicristalli, il riscaldamento con la ventola, il clacson, i pedali: frizione, freno e acceleratore. Il cambio. Sapevo dove erano le singole marce, che nella ford entravano benissimo anche da ferma. Flop, flop.. morbidissimo. Teoricamente avrei saputo guidare. La teoria la sapevo tutta. La cosa più bella della 500 era il tettuccio apribile. D’estate esigevo sempre che si aprisse. Era una cosa che non tutti avevano ed era fichissimo girare col tettuccio aperto. La macchina fu chiamata “speranza”, ovvero “speransa cla vaga”. Il nome di buon auspicio non fu sufficiente, ma questo non lo sapevamo ancora.
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venerdì, novembre 18, 2005 Luglio 1977
Tanto per cambiare mi nacque un altro cuginetto. Questa volta figlio della sorella di mia madre… che si era sposata un anno prima!! Come ho fatto a non sbloggare l’evento che ricordo benissimissimissimo. Questo mese, vale la pena di fare un breve riepilogo delle puntate precedenti… ovvero di tutto quello che non è stato detto nelle puntate precedenti. Allora, ritorniamo indietro fino al 14 marzo 1976 quando partecipai al primo matrimonio della mia vita in veste di “invitato”. Tutto vestito a festa, col vestitino primaverile e… cosa accade? Nevica!
Fantastico. Tantissima neve. Ma tanta tanta tanta. Con parenti che dovevano arrivare da lontano, la sposa con i brividi, le nonne che scivolavano sul ghiaccio. Però questo rese l’evento indimenticabile. Anzi a quell’età era il genere di festa che mi piaceva. Si annoiavano di più i grandi. Al matrimonio c’era pure un bobtail sotto il tavolo. Era il cane di alcuni parenti di mio zio. E per me fu l’inizio di un grande amore verso tutti i cani pelosoni baffoni. Che bello che era!
Mia zia andò ad abitare al piano di mezzo nella casa di mia nonna… cioè nell’appartamento dove abito io adesso, lasciato libero dalla prozia sorella di mio nonno che nel frattempo si costruì una casa di proprietà.
Subito dopo il lieto evento, un evento meno lieto. Il cane Bingo, di proprietà di mia nonna, ma che era stato anche di mia madre prima che si sposasse, sparì. A tredici anni e mezzo. Mi dissero che i cani quando sentono che è giunta la loro ora se ne vanno a morire lontano per non dare dispiacere al padrone… mah… Comunque non fu mai trovato. E io non ebbi un dispiacere grandissimo, effettivamente. Fu molto più traumatica la morte di Tupi… forse aveva fatto veramente la cosa giusta. Almeno per me che ero solo un bambino. Non piansi per Bingo. Mi rattristai un po’ ma non piansi.
Ah... come regalo di promozione (e io non volevo regali), mi arrivò una splendida "bicicletta da cross" arancione. Con la sella luuunga a righe gialle e arancioni. Modello HD 2000. Così i miei amici non mi prendevano più in giro perché avevo la "biciclettina da donna". Era grossa, la bici da cross. Toccavo appena.
Del mio ricovero all’ospedale ne ho già parlato… ma non ho detto cosa successe durante la mia assenza da casa, sempre parlando di cani. Arrivò a casa dei miei nonni il secondo cane! Un cucciolo. Tex. Il nome lo scelsi io. Ricordo avevo paura che mia nonna se lo dimenticasse e glielo scrissi in un bigliettino grande come un francobollo che misi nel suo borsellino. “Mi raccomando”, non dimenticarti!. Quando tornai a casa che camminavo ancora maluccio, trovai il cane nel “cantinino”. Era nero, con un ciuffo di peli bianchi al petto e il pelo ondulato. Di giorno mettevano un asse da bucato contro la porta per impedire che uscisse. Era piccolo e non la saltava, ma si alzava in piedi e stava alla finestra. Quando usciva cercava il latte dalla Pina. Poi giocavano. Giocavano tantissimo. Lui poteva stare anche libero. Era più gestibile e obbediente. La Pina la tenevamo al guinzaglio. In seguito comunque fu messo alla catena pure lui, vicino alla Pina. Fu un estate bellissima. Ma durò poco. La presenza di Tex fu motivo di litigio tra i miei nonni e i miei bisnonni che già litigavano comunque. Il cane con un istinto guardiano particolarmente accentuato, abbaiava ogni volta che i vicini sconfinavano nel nostro cortile per curiosare. Con grande approvazione di mia nonna. Finalmente non la passano liscia. E grande disapprovazione di mio bisnonno che accoglieva le lamentele della vicina “non si può uscire di casa che il cane abbaia” e invece di dirle “se stai dalla tua parte non abbaia”, se la prendeva con il cane. In più c’era mia bisnonna che lo maltrattava per fare dispetto a mia nonna. Una roba tristissima.
Per cui mio nonno prese la saggia decisione di affidarlo a un amico che gliel’aveva chiesto. Una domenica arrivai a casa dei nonni… e Tex non c’era più. Non c’erano nemmeno loro. Lo avevano portato via - dissero quelle brutte befane della bisnonna e della prozia.
Lì sì che piansi. Piansi tantissimissimo, mi arrabbiai con mio nonno che definii cattivo e senza cuore perché l’aveva portato via. Mi dissero che c’era già la Pina, che due cani erano troppi… io dentro di me sentivo che piuttosto avrei preferito che fosse la Pina ad essere allontanata. All’epoca sì. Tex era il mio cucciolo giocherellone, la Pina si faceva i fatti suoi. In realtà invece fu giusto allontanare Tex che era ancora cucciolone (avrà avuto quattro mesi), si affezionò al nuovo padrone e dimenticò la sua triste infanzia. Io invece non lo dimenticai mai. Il nuovo padrone era fratello di un collega di mio padre. Chiedevo sempre sue notizie e rimasi sempre aggiornato.
L. nacque un sabato sera. Da cui “la febbre del sabato sera”, che usciva proprio in quel periodo. Ricordo ancora quando mi alzai la domenica mattina (sul tardi) e entrai nel tinello in pigiama. Mio zio era venuto ad annunciarci il lieto evento.
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martedì, novembre 15, 2005 Giugno 1977
E infine arrivò. Puntuale. Ineluttabile. Da un anno lo usavano come pretesto per spaventarci e richiamarci all’impegno negli studi. E tutti avevamo un po’ paura. Ma alla fine il tempo non lo ferma nessuno ed eccolo lì. L’ESAME!!!!
L’esame di seconda elementare. Lo eliminarono l’anno dopo giusto per prenderci in giro. In realtà l’esame, dal punto di vista della difficoltà fu una sciocchezza. Un dettato, un disegno e un paio di operazioni alla lavagna. Però affrontare la prova davanti alla commissione di maestre di altre classi era una cosa impegnativa psicologicamente. Una delle tante “prove” da affrontare nella vita. Ricordo ancora la faccia severa e impassibile delle maestre di “quarta” che mi guardavano mentre alla lavagna facevo somme e sottrazioni. Poi mi girai e vidi le facce sorridenti che approvavano. Sì era una prova semplice… ma solo perché si chiedevano cose che sapevamo fare. In realtà era una prova vera e propria.
Nella mia classe fummo tutti promossi, ma nell’intera scuola ci furono due bocciate. Sul tabellone non c’era scritto “bocciata” c’era scritto “respinta”. Erano due sorelle, la più grande faceva la seconda nella sezione A. La più piccola era in prima. Effettivamente, dal punto di vista intellettivo, erano “indietro”. Soprattutto la più piccola che in seguito fu bocciata un’altra volta alle elementari e a nove anni, faceva la seconda e sapeva contare fino a cinque. Il mio compagno E. , il bulletto della classe, le chiamava “le puzzolenti”. Anche in classe con loro c’era chi le prendeva in giro e chi non le voleva. Io sentivo di non avere niente in comune con loro, però un po’ mi facevano compassione. Non per la loro ignoranza, ma per il fatto che erano rifiutate dagli altri. La mamma delle … oddio non mi ricordo come si chiamavano! Mi toccherà chiamarle “le puzzolenti”… comunque la loro mamma era molto anziana… dell’età di mia nonna. O forse era solo il modo di presentarsi, mille anni lontano da quello di mia madre.
La incrociavamo tutte le mattine che accompagnava le figlie a scuola spingendo la bicicletta a mano su cui stava la più piccola. La più grande camminava a piedi. “Perché prende la bici, se poi cammina a piedi?” – domandavo a mia madre. “Perché così, quando ha portato a scuola le figlie, monta su e viene torna a casa in bicicletta!” Allora non era poi così stupida! Io non ci avrei mai pensato.
Era una famiglia contadina, ma di quei contadini come cento anni prima. Una volta mia nonna mi raccontò di averla incrociata che accompagnava a scuola le figlie in ritardo, perché avevano dovuto aiutare il marito a portare una mucca al toro e tenerla ferma. Questo prima della barzelletta di Pierino. Comunque anche mia nonna, al pari della maestra di Pierino, si scandalizzò non tanto per l’oscenità di far assistere due bambine a una monta, ma soprattutto per l’inopportunità di far perdere la scuola alle bambine per questi motivi. Il padre se la poteva tener fermo da solo la mucca. La nonna e le sue amiche sparlavano spesso di questa famiglia. Le parole erano un po’ di compassione verso tanta ignoranza e un po’ di condanna. Grande scandalo quando si seppe che il padre aveva deciso di comprare la tv a colori, quando la madre non aveva ancora la lavatrice in casa e lavava ancora tutto a mano.
Si chiamava A. la bambina puzzolente. Me ne sono ricordato adesso scrivendo. La notizia della bocciatura fu accolta dalla madre in modo tragico. Piangeva poveretta. “Della più piccola me lo aspettavo” – diceva – “ma mi hanno bocciato pure la grande”. Si vergognava tantissimo soprattutto vendendo tutti gli altri bambini che festeggiavano felici la fine della scuola. Pensava che le sue figliole fossero peggio degli altri. Non ebbi occasione di vedere le bimbe nei giorni successivi la fine della scuola. Per qualche giorno non uscirono da casa. Probabilmente anche per loro deve essere stata una mazzata. Lo è stata pure per me che non ero coinvolto direttamente. Leggere “respinto” sul tabellone della scuola fa sentire qualcosa nello stomaco, anche se non sei tu. Le rividi durante l’estate invece. Vennero a giocare con gli altri bambini e fu più facile fare finta di niente. Al contrario di chi le prendeva in giro, io ero molto comprensivo con loro. Quando si giocava a nascondino, siccome non sapevano contare, mi cercavo di agevolarle contando io per loro a voce alta per poi dare il “via” e precludendomi in questo modo la scelta dei nascondigli migliori.
A parte i giochi di gruppo, in generale non giocavo volentieri con loro… sentivo che non avevamo niente in comune. Ma escluderle come taluni facevano mi sembrava crudele. E io preferisco l’ignoranza alla cattiveria.
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lunedì, novembre 14, 2005 Maggio 1977
Nel maggio del ’77 ricevetti la prima comunione. Verso fine mese. Forse era già giugno. Non ricordo la data, ma ricordo molto bene l’evento, malgrado non lo “sentissi” particolarmente dal punto di vista religioso. Ricordo il vestito bianco fatto a tunica. Ricordo il mio vicino di posto. Si chiamava E. e lo incontravo solo a dottrina. Non faceva la mia scuola. Era uno dei pochi bambini simpatici. Con lui parlavo molto… non facevamo giochi dinamici. Parlavamo insieme, quasi come due adulti. Non l’ho più rivisto.
Ricordo anche che l’ostia mi si era appiccicata al palato e i genitori e la nonna non volevano che mettessi le mani in bocca e mi facevano segnali intimidatori da dietro i banconi. Fu la suora che si accorse di tutto il trambusto che mi si avvicinò e capita tutta la storia mi tranquillizzò parlandomi a bassa voce e dicendomi che si sarebbe sciolta da sola in breve tempo.
Un’amica di mia nonna mi regalò un puzzle che ritraeva un pastore tedesco. Mi piaceva quel regalo, ma dovetti attendere l’occasione per farlo… In casa non c’era mai spazio e non era un puzzle che si potesse fare in un giorno.
Quando mi venne in mente, parecchi anni dopo… non lo trovai più. Una delle poche cose che mia madre è riuscita a buttare senza passare sul mio cadavere. Perché poi buttarlo?
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venerdì, novembre 11, 2005 Aprile 1977
Dopo la nascita dell’ultimo cuginetto, anche gli zii giovani si trasferirono a casa di mia nonna per la consueta quarantena in cui la puerpera non poteva assolutamente fare lavori domestici. A maggior ragione dopo un parto cesareo. Mia nonna lasciò quindi la sua camera ai neogenitori e si trasferì a dormire nella cameretta di suo figlio più giovane che a sua volta andò a dormire con lo zio V. che aveva un letto matrimoniale. La casa della nonna si trasformò in una sorta di “casa del neonato” dove tutti entravano camminando in punta di piedi, parlando a voce sommessa… sssssh che svegli il bambino. Sempre luci basse, sempre questa atmosfera dove sentivi i carillon anche se non c’erano.
Soprattutto la domenica, c’era un continuo via vai di parenti. Tutti dicevano che A. era bellissimo, che non si era mai visto un bimbo così bello. Il parto cesareo gli aveva lasciato dei bellissimi lineamenti. A me come bimbo piaceva più il cuginetto più grande che d’ora in poi chiameremo col diminuivo T. Era più “ciccio bello”. Col testone tondo, poi era più grande e più “bimbo”… ma a me piaceva di più anche da piccolo.
Mia madre mi disse però che non era carino dirlo all’altra mamma… Vabbeh. Non era carino nemmeno che tutti guardassero solamente il bimbo nuovo e l’altro cuginetto che veniva lì alla domenica, non lo guardava più nessuno.
Non sono mai stato geloso dei mie cugini… se lo sono stato più che altro lo ero per conto del cuginetto già di nove mesi. Soprattutto mi risentivo per lui… io mi sentivo giù abbastanza grande da non avere bisogno dell’attenzione degli adulti… o quasi.. ecco… una cosa che mi dava da fare è il fatto che tutti andavano fuori a fumare “perché c’è il bimbo piccolo” E io??? Io potevo morire di cancro ai polmoni, tanto non faceva niente. Ecco, da quel punto di vista mi sono sentito trascurato. Perché tutti sapevano che detestavo il fumo e mi dava fastidio, ma nessuno si è mai preoccupato di andare fuori a fumare perché c’ero io. In macchina si limitavano ad abbassare due dita i finestrino. E avevamo macchine a due porte senza finestrini dietro. Ricordo ancora la sofferenza di quei viaggi. Una volta che andavamo a Carpineti a trovare un collega di mio papà, vomitai e sporcai la macchina nuova. Al ritorno mi fecero stare davanti, perché si sentivano meno le curve. A me sarebbe bastato che non fumassero, ma questo evidentemente era chiedere troppo.
La gelosi a nei confronti del cuginetto ebbe comunque breve durata. Dopo pochi giorni gli zii si trasferirono a casa loro a Bagnolo. Il cuginetto peraltro crebbe simpaticissimo e buono. Ma io comunque mica ce l’avevo con lui. Lo sapevo che non aveva alcuna colpa delle ingiustizie che lo circondavano. Ce l’avevo solo con i grandi.
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giovedì, novembre 10, 2005 Marzo 1977
Altro mese altro cuginetto. Il giorno 22 marzo 1977 il mondo vide una nuova luce. Il cuginetto A. … argh. Bisogna fare un flash-back.
Un flash back di quattro-cinque mesi. Era il 24 novembre ovvero S. Prospero, la festa del patrono di Reggio Emilia. I miei genitori perciò non erano andati a lavorare. Anche mio zio che lavorava a Reggio era a casa. Anche i cugini di mio padre. A me invece era toccato andare lo stesso a scuola, perché Montecavolo si trova nel comune di Quattro Castella e ha un altro patrono che però non si è mai saputo quale fosse. Sarà stato in piena estate forse. Ovviamente io non vedevo l’ora di tornare a casa a quella “domenica” infrasettimanale dalla quale mi avevano escluso. Durante l’intervallo mi misi casualmente alla finestra. Guardavo in direzione di casa mia, anche se non si vedeva fin là. Ad un tratto sentii un rumore delle sirene dell’autoambulanza, che sembravano più forti che mai. Non capii se fosse successo un incidente o cosa. Però pensai istintivamente a qualcosa di grave. Poco dopo riconobbi la macchina dei miei genitori all’incrocio di fronte alla scuola. Era impossibile confondere. Bella come il sole, scintillante, nuova… e ce n’erano poche in circolazione. Ce l’avevamo solo noi. Svoltava verso Reggio ed era seguita dalla macchina di mio zio. Dietro ancora quella del cugino di mio padre. Tutti andavano verso Reggio. Non poteva essere una combinazione. Pensai subito a qualcosa di grave, anche se non sapevo cosa. Forse si era sentita male mia zia A. , diabetica e cagionevole di salute. Forse… boh, chissà. Aspettai la fine delle lezioni in uno stato di lieve inquietudine e tristezza. Un po’ per tutto l’insieme di cose: la preoccupazione, il mancato S.Prospero, la sensazione di non fare parte del mondo in cui mi trovavo. All’uscita della scuola non c’era mia madre ad aspettarmi. Generalmente veniva a prendermi mio zio in vespa. Però quel giorno mia madre era a casa Sarebbe potuta venire lei. Tanti bambini andavano a casa a piedi da soli. Anch’io avrei voluto andare da solo. Mi sarei sentito uguale agli altri. Invece con la scusa che tanto lo zio passa di lì… Comunque capivo che era una scusa e che mia madre non si fidava. L’assurdo è che al pomeriggio a dottrina ci andavo da solo ed era più lontano e sulla stessa strada. Vabbeh… quel giorno comunque non c’era nessuno. Vidi il cugino di mio padre M. che parlava con un altro signore. Lui conosceva tutti… non gli dissi niente. Aspettai. Dopo un po’ però l’altro non restò quasi più nessuno. L’altro signore recuperò suo figlio o chi per lui. Allora M. mi vide. “Ah, sei qua! Perché non hai detto niente?”. “Non ti avevo riconosciuto con gli occhiali da sole” mentii (però che prontezza nel rispondere!). Salìi sulla vespa con lui e andai a casa. Anche lui aveva una vespa. La mia famiglia è un grande vespaio. A casa mi dissero che mio zio A. aveva avuto un incidente grave ed era all’ospedale. L’autoambulanza che avevo sentito al mattino veniva per lui. All’ospedale fu seguito malissimo. Ancora oggi i miei sono convinti che siano stati fatti degli errori gravi e grandi negligenze. Non gli avevano tolto la dentiera e si stava affogando. Mio padre lo ha trovato più volte con i tubi staccati senza che nessuno gli prestasse soccorso. Era un paziente difficile, si agitava non stava fermo e aveva una forza incredibile.Era un uomo di più di cento chili. Per tenerlo fermo ci volevano in quattro. Il ventisette di dicembre dopo tre giorni in rianimazione morì. Ancora una volta la tristezza piombava in casa. I miei la presero con rassegnazione… poteva vivere ancora per molto, ma aveva comunque già quasi settantasette anni. Mia zia rimasta vedova invece la prese molto male. Non era credente, lei. Passava i giorni a stramaledire e a bestemmiare. Ce l’aveva con l’automobilista che lo aveva investito, ce l’aveva con il destino, ce l’aveva con la vita e col mondo intero. Siccome il primo cuginetto A. nato un anno prima porta il nome di mio nonno al cuginetto nato a marzo, figlio del fratello terzogenito di mio padre fu chiamato A. in ricordo di mio zio A. Però non proprio con lo stesso nome…. un nome somigliante un po’ più moderno.
lunedì, novembre 07, 2005 Febbraio 1977
Chi indovina da che cosa mi sono vestito per carnevale? Da Robin Hood. Per una sorta di magia ancora inspiegata, il costume continuò ad essere della mia misura per anni. Dall’asilo fino alla terza elementare. Niente di nuovo quindi. Sarebbe bastato azzeccare il giorno giusto per avere uno dei soliti carnevali. Di quelli che poi si dimenticano perché sono uguali a quelli degli altri anni. Invece quell’anno ebbi la bella pensata di dire a mia madre che ci si vestiva giovedì, perché mi sembrava di avere sentito che carnevale era giovedì (o iniziava giovedì… non è la stessa cosa?). Così la mamma al mattino mi preparò il mio bel vestito verde, mi fece i baffi col sughero bruciacchiato, mi diede le stelle filanti (i coriandoli a scuola erano vietati), mi caricò in macchina e mi lasciò davanti alla scuola. Casualmente passavano alcuni bambini vestiti più o meno da carnevale. Cioè, avevano delle maschere… non proprio dei costumi completi. Altri bambini erano col grembiule normale. Da qui i primi sospetti… Appena entrato chiesi al bidello. “E’ oggi carnevale?”. “No” – rispose quest’ultimo “Carnevale è martedì”. Panico. Interviene la bidella: “Ma no, lo fanno anche oggi. Ho visto dei bambini vestiti”. Ma il bidello non è convinto: “forse lo fa la tua classe, se hai il permesso del maestro. Ma il carnevale generale è martedì”. Con il cuore in gola salii le scale e mi avvicinai silenziosamente alla mia classe. Alcuni bambini erano già entrati. Erano tutti vestiti normalmente con grembiule e fiocco azzurro. Ri-panico. Prima che qualcuno mi vedesse, corsi via e mi precipitai al piano di sotto. “E adesso come faccio?” – iniziai a piangere - “Che vergogna! Che figura!”. Alla fine, il bidello mi venne con me in bagno e mi aiutò a togliermi il costume. Per togliermi i baffi di carbone, dovetti lavarmi la faccia con l’acqua fredda nell’orribile bagno della scuola con orrore e raccapriccio (avevo un senso di schifo per i bagni che non erano il mio bagno di casa). Il costume fu messo in una borsina di plastica e raggiunsi gli altri in classe come un cane bastonato. Ovviamente non avevo il grembiule come gli altri, così dovetti comunque giustificare la cosa ammettendo di essere andato a scuola col vestito di carnevale. Fu una giornata di grande disagio. Ero comunque diverso da tutti gli altri, anche se non era così imbarazzante come essere vestito da Robin Hood.
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sabato, novembre 05, 2005 Gennaio 1977
Una fortuna che abbiamo avuto noi che abbiamo vissuto l'infanzia in quegli anni è stata la grande qualità di musica per bambini. Johnny Bassotto! O babaluba! Sei forte papà di Gianni Morandi. Chi non la ricorda? "Gli animali non han l'ombrello, e non portano mai il cappello... " Bellissima. Poi le sigle dei programmi tv. Sandokan, Furia. Sì lo so, ci sono sempre state... Ma quelle sono diventate dei miti e sono state in testa alle classifiche scavalcando talvolta i brani di musica tradizionale pensati per gli adulti. A ogni canzone è legato un ricordo. Le sere davanti alla TV a casa di mia nonna aspettando il rientro di mia madre, le discussioni con mia zia A. sulla presunta parentela padre/figlio di Jim e Joey. Le prime domeniche davanti a Domenica In sempre a casa di mia nonna in una confusione incredibile di parenti. Un'altra trasmissione che mi piaceva era quella "contestatissima" di Dario Fo. Le scenette di Franca Rame quando faceva l'operaia... Non capivo il perché di tutta quella polemica. Proponenvano cose che sembravano divertenti. A scuola iniziai ad avere i primi problemucci. E qualche incompatibilità di carattere col maestro. Ormai erano finiti i bei tempi in cui, sapendo già leggere e scrivere me la tiravo a essere tra i più bravi con poco sforzo. In seconda elementare ormai avevano imparato tutti (o quasi :-/). Molti erano più bravi di me. Quasi tutti erano più veloci. A scrivere intendo. A leggere ero bravo, ma a scrivere... dovevano aspettarmi. Ricordo ancora l'angoscia dei "dettati" in cui il maestro andava a ritmo velocissimo e non aspettava, non volendo assolutamente essere interrotto. Io restavo perennemente indietro e facevo una fatica incredibile. Ripetevo dentro me frasi chilometriche cercando di sfruttare la memoria all'indicibile per arrivare a recuperare fino a mezza pagina dopo che il maestro si era fermato. A volte non ce la facevo e cercavo di sbirciare nel quaderno di qualche compagno/a (purtroppo quello che avevo di fianco era peggio di me) col risultato di far rimanere indietro anche lui/lei e di essere sgridato dal maestro se questi protestavano. Nella fretta ovviamente scrivevo anche molto peggio, facevo più errori e più scarabocchi. I mei quaderni erano sempre più spesso pieni di cancellature che a volte diventavano buchi. Poi ovviavo rattopandoli incollando un altro foglio sotto. Quando saltavo una pagina ne incollavo due insieme. Se sbagliavo all'inizio invece strappavo pagina. Alla fine il quaderno era alto la metà. I voti, pur sempre più che sufficienti, si abbassarono decisamente. Non furono mai più così bassi in tutta la mia carriera scolastica. Ancor peggio del dettato erano gli esercizi di ricopiatura. Il maestro scriveva alla lavagna e noi si doveva ricopiare. Velocissimamente, prima che cancellasse. Ma appena arrivato in fondo cancellava. E iniziava a cancellare dal basso anzichè dall'alto, così anche qui finivo un po' a intuito cercando di indovinare il senso delle ultime parole. Oppure come al solito copiavo da qualche compagno più veloce. Per di più ero in una posizione molto sfigata, all'angolo della classe. Il maestro mi era sempre davanti e non mi copriva col corpo quello che scriveva. Una volta gli dissi "maestro, lei è bello ma non è trasparente". Era una frase fatta che avevo sentito a casa... me la diceva mia zia A. quando se mi fermavo davanti alla TV in piedi impedendole la vista. Pensavo fosse un modo di dire, lo dissi in buona fede... forse pensando di essere un po' spiritoso e sdrammatizzare. Il maestro invece si arrabbiò moltissimo, mi offese davanti alla classe, mi disse che "non era mio fratello", che non dovevo più permettermi di mancargli di rispetto e mi diede pure una nota. Da portare firmata dai genitori. La prima nota della mia vita. Gli alunni più indisciplianti e/o "asini" ci erano abituati, ma io no. Non riuscii a trattenere le lacrime, malgrado avessi voluto con tutte le mie forze. Come avrei fatto a dirlo a casa? Già si lamentavano un po' del mio rendimento diminuito. Sarebbe stata una delusione per loro. Oltretutto da quello che aveva scritto il maestro sembrava che avessi fatto chissà cosa. Sembrava che gli avessi detto che so... "stronzo figlio di puttana" (come si sarebbe meritato) o roba del genere. Dopo quell'episodio i rapporti divennero sempre più tesi. C'è da dire però che per mia fortuna non ero l'unico ad avere problemi. Mal comune mezzo gaudio. E qualche problemuccio col maestro l'avevano un po' tutti. Erano in tanti a prendere note e sgridate. La mia compagna S. che fece cadre una seggiola fu mandata a bussare a tutte le porte e a chiedere scusa alle altre classi, a maestre che non conosceva. Io pensavo che al suo posto sarei morto per la vergogna. Lo so, adesso sembra niente, ma a quell'età avere per un attimo gli occhi di tutti puntati addosso e rivolgere la parola a una maestra che non era la tua era una "prova" dura. Il mio compagno di banco che (visto con gli occhi d'adesso) aveva un po' di problemi e non sapeva (voleva) leggere era il più bistrattato. Una volta il maestro gli tirò gli orecchi a tal punto da farglieli sanguinare. Anche mio padre a suo tempo aveva una maestra molto manesca e fetente. Molto peggio del mio. Per di più era fascista e se la prendeva "casualmente" con i figli delle famiglie note per essere "rosse". Mio padre ricorda di avere preso tante frustate sulle gambe. I bambini più somari venivano messi in ginocchio sul grano dietro la lavagna. Io pensavo "meno male che da noi la lavagna è appesa al muro". Purtroppo mia nonna era favorevole a questo comportamento. "Se non si comportano bene, li picchi pure!" "Cla drôva al me mân!"- si raccomandava. A quei tempi la moda era così. Però non per tutti. Mio padre mi raccontò infatti di un suo compagno il cui padre, dopo un episodio di violenza fisica da parte della maestra, si recò in classe e davati a tutti i bambini sollevò la maestra per gli stracci e l'appese al posto del crocifisso. "Non osi più mettere le mani su mio figlio" ingiunse. Da quel giorno *quel bambino* non fu più toccato dalla maestra. Gli altri, tra cui mio padre e mio zio, invece continuarono a prenderle regolarmente. Forse più di prima. Presero anche quelle che non poteva più dare all'altro scapestrato figlio di reazionari. Mio padre racconta di aver provato un po' di invidia per l'atteggiamento comprensivo di quel genitore e che si ripromise che per suo figlio avrebbe fatto lo stesso. Ma, cavoli, ma non poteva dirmelo prima? postato da deniz |
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martedì, novembre 01, 2005 Dicembre 1976
A metà del primo trimestre, ci fu annunciato che sarebbe arrivata una nuova bambina. Era una bambina ROM che allora si chiamavano semplicemente zingari. Il maestro li chiamava "nomadi". Siccome i suoi genitori si erano trasferiti, sarebbe dovuta venire a scuola da noi. All'inizio la reazione fu un po' di paura generale. Alcuni compagni sollevarono le questioni di cui probabilente avevano sentito parlare a casa: "porterà i pidocchi, ruberà..". Le mamme, a loro volta erano spaventate dai genitori della bambina. Molte non si sentivano tranquille sapendo che gruppi di nomadi adulti avvicinavano i loro bambini a scuola. Me li ricordo bene i suoi genitori. La mamma, con il foulard e la pelle grigia. Il papà con quei vestiti strani, che davano l'impressione di sporco. Facevano *veramente* paura. Mia madre cercò di sdrammatizzare. Mi disse che tanto ormai ero fuori target, troppo grande per essere rubato. Per intimorire i più piccoli e indurli a stare sempre vicino ai genitori, si diceva infatti che gli zingari rubassero i bambini. Malgrado le rassicurazioni della mamma, comunque capivo che in fondo non era contenta neppure lei. Di fatto poi la realtà si rivelò molto più soft di quanto temuto. I nostri sedici banchi erano disposti a coppie lungo due file. La bimba nuova fu piazzata in un banco in disparte, da sola. Accanto a lei, la maestra d'appoggio. Ci dissero infatti che per potersi integrare e raggiungere il nostro livello aveva bisogno di qualcuno che la seguisse e verificasse che cosa aveva appreso per metterla in pari con quello che sapevamo noi. Io avevo seri dubbi sul fatto che sapesse leggere... forse non sapeva nemmeno parlare la nostra lingua. Non lo so. Non le ho mai parlato. Non ricordo nemmeno come si chiamasse. Dopo pochi giorni di frequenza comunque iniziò a fare assenze su assenze. Si ammalò, tornò si ammalò ancora... Erano più i giorni in cui mancava che quelli in cui c'era. Al rientro delle vacanze di Natale, ci dissero che i genitori, che di mestiere facevano i giostrai, avevano cambiato di nuovo città e la piccola ROM sarebbe andata in una nuova scuola. Per il compleanno mi arrivò un regalo in più. Dall'arrivo del nuovo cuginetto, una nuova teoria di mia zia, infatti, fu quella per cui non era giusto che noi dovessimo fare due regali ai suoi due figli e io ne ricevessi solo uno. Quindi mi arrivò il regalo di mia cugina e pure quello di mio cugino. Mia zia ha sempre avuto un grandissimo senso della giustizia. Nel bene e nel male. Col tempo ho imparato anche che bisogna stare attentissimi al fatto che non si senta mai trascurata e che non pensi che si facciano delle differenze nemmeno nei suoi confronti. I due regali erano un maglione (bellissimo, ma piacque di più alla mamma) e un flipper!!! Wow!! Non era un gioco elettronico. Aveva cinque palline di plastica colorata (due bianche, una blu, una nera e una rossa), la molla per lanciarle e le pinne per parare. Però il gioco non consisteva nel colpire bersagli, ma disposti lungo il fipper c'erano tante nicchie a forma di U. Bisognava fare in modo che le palline finissero in queste nicchie. Sotto ogni nicchia c'era il punteggio. Quando si finiva, si capovolgeva il flipper e si facevano scendere le palline piegandolo. Era comunque bellissimo. Il caso volle che per Santa Lucia (ma valeva anche per Natale e per la Befana) mia nonna mi regalasse un altro flipper. Questo era veramente bellerrimo. Stupendissimo. Era proprio come quello del bar, elettronico, con due sfere di metallo che colpievano i bersagli facendo aumentare il punteggio visualizzato sul display. I miei genitori però dissero alla nonna che purtroppo il flipper mi era già stato regalato e che i miei zii vedendo che la nonna me ne aveva regalato uno più bello avrebbero potuto rimanerci male. Perciò il regalo della nonna fu restituito e cambiato con qualcos'altro che dal gran che era bello non me lo ricordo nemmeno più :-((. Io li avrei tenuti entrambi i flipper... non sarei nemmeno stato contento di restituire il flipper con le palline di plastica. Avrei giocato con tutti e due. Veramente. Erano giochi diversi. Però i genitori non vollero sentire ragioni... per loro erano lo stesso gioco. Col filpper della nonna ci giocai una sera intera. Una sera sola, stando bene attento a non romperlo perché l'indomani l'avrebbero restituito.
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