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chaitanya in Giugno 1985Non arr...


domenica, gennaio 08, 2006
 


Luglio 1978

Nel giro di poco tempo, tutte le villette e appartamenti del complesso dove ero andato ad abitare si popolarono.

Due piani sopra di me venne ad abitare una famiglia di tre persone, di cui un bambino della mia stessa età. Si chiamava C. I genitori socializzarono subito. Sembravano simpatici. In realtà C. era figlio di genitori separati e quello non era il suo vero padre… comunque poco importa. Al piano di mezzo due coniugi anziani. La moglie, la signora O. era praticamente sempre a casa nostra a chiacchierare con mia madre. Non era antipatica, però un po’ mi dava fastidio… insomma io a casa mia volevo sentirmi anche un po’ “libero”… non volevo sempre sentirmi osservato. Poche villette più in là un altro bambino della mia età. Si chiamava D. E nella villetta di fianco le sue due cugine. Una della nostra età (C.) e l’altra quattro anni più grande…

Una bambina/ragazzina (alle medie li chiamano già “i ragazzi”) di due anni più grande abitava nella casa più vicina già preesistente. Insomma… la compagnia non mancava. E c’era una prevalenza di maschi. Io feci subito amicizia con M. e C.  Conobbi anche un altro bambino che abitava in un'altra via. Il primo giorno mi disse di essere fratello di M e di avere un anno in più. In realtà non era vero… chissà perché si inventarono quella storia.

D. arrivò un po’ di tempo dopo e all’inizio non sembrò molto simpatico. Era sempre critico su tutto. Quando si presentò M. e C. stavano costruendo una specie di skateboard di legno con le ruote di un carrello industriale. Ed arrivò subito a criticare. In effetti aveva ragione, quello skateboard faceva schifo e io invece mi lasciai convincere e lo comprai… pagandolo poche lire. Però le ruote si staccarono subito, mio padre si rifiutò di metterci le mani e io non riuscii mai a farne niente.

Tutto il mese comunque lo passai a giocare con questi nuovi amici. Andavamo abbastanza d’accordo anche se difficilmente giocavamo tutti e quattro insieme. In genere c’erano piccole rivalità che ci spingevano a dividerci due “contro” due.

In genere, se per qualche motivo si era in tre, perché uno di noi era via con i genitori o altrove, finiva che due si coalizzavano contro uno e finivano per litigare. Quello rimasto solo poi andava a chiamare l’assente e insieme sparlavano dell’altra coppia. Finché un altro non rimaneva da solo e si riuniva ancora il trio per litigare.

In pratica comunque eravamo amici. Niente a che vedere con l’atmosfera che mi lasciavo alle spalle a Montecavolo. In fondo da bambini è anche normale litigare qualche volta.

M. aveva una bicicletta uguale identica alla mia. La sua era verde e la mia arancione. Ma erano lo stesso modello. HD 2000, una bici da cross. Anche solo per questo ci fu da subito una certa complicità. C. e D. invece avevano le bici da corsa. Quando eravamo in coppia noi due andavamo alla Pappagnocca… dove allora c’era solo una casa e l’inizio del cantiere dal quale sarebbe partito l’intero paese attuale. Gli scavi erano iniziati e c’erano delle enormi montagne di terra. Noi con le bici da cross ci lanciavamo giù da quelle discese ripidissime per salire sull’altra montagna aiutati dalla spinta. Pedalando normalmente senza la spinta non ci si sarebbe mai arrivati. Lo stesso gioco si poteva fare in Bazzarola, lanciandosi giù dalle rive del fiume. Buco del Signore era il quartiere ideale per un bambino della mia età. Avevo già un minimo di indipendenza. Mia madre aveva fiducia sul fatto che non andassi sulla strada grande. Ma per le vie all’interno del quartiere, si girava tranquillamente… mi sentivo abbastanza grande.

 

Quasi ogni giorno andavo a trovare mia cugina, che abitava in un’altra via, poco distante. Oppure lei veniva da me. Anche lei veniva in bicicletta. Anche lei aveva un gruppo di amiche vicine di casa. Là da lei erano quasi tutte femmine. Io ogni tanto mi univo al gruppo delle sue amiche accettando di partecipare ai giochi da bambina… in particolare l’elastico e gli esercizi di ginnastica artistica. Verticale, ruota (non sono mai riuscito) ecc. Oppure alla settimana. Quando veniva lei da me, al gruppo dei maschi si univano anche la I e la C. le uniche due femmine del cortile. Alla sera in genere si giocava a nascondino. Tutti insieme. A volte coinvolgendo anche i più piccoli che avevano quattro o cinque anni. In luglio si poteva uscire anche dopo cena. Che bello!

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domenica, gennaio 01, 2006
 

Giugno 1978

 

La varicella passò e negli ultimissimi giorni di scuola entrai in classe in mezzo agli altri. L’ultimo giorno, il maestro ci preannunciò che eravamo stati tutti promossi e lesse alcuni dei temi assegnati per la valutazione finale, come era solito fare. Il mio tema era il migliore e fu letto a tutta la classe come l’esempio di ciò che si sarebbe dovuto fare e che invece quei somaroni non avevano fatto. Questo da un lato mi faceva piacere, ma dall’altro mi metteva in grande imbarazzo. Anche perché il maestro usò il mio tema proprio in quei termini, cioè per “cazziare” gli altri alunni in generale. “Lui ha specificato anche i mesi!” – diceva. “Voi che cosa avete scritto? Mah… forse vado al mare… due righe e poi basta!”

Il tema era un banalissimo “descrivi ciò che farai durante le vacanze”. Io effettivamente ero avvantaggiato rispetto ai compagni, per avere molte cose da raccontare. Scrissi che sarei andato ad abitare in una casa nuova, che avrei trovato nuovi amici. Nel mese di agosto sarei andato al mare (finalmente!) con i miei genitori, i miei zii e i miei nonni. Poi parlai del rientro a scuola in un’altra classe con nuovi compagni e un nuovo insegnante e della mia speranza trovarmi bene con loro. Non è che fosse tutto questo capolavoro di fantasia… probabilmente spiccava anche per il corretto utilizzo dei verbi e per un lessico particolarmente ricco. In mezzo a una maggioranza di “se sono promosso, vado al campo estivo di don Ennio”, le mie espressioni “In agosto, andrò al mare”, “in settembre inizierò a frequentare una nuova scuola e vorrei che i nuovi compagni mi trovassero simpatico” suonavano come *quel qualcosa in più”.

Ricordo comunque che il maestro fu colpito dal fatto che avessi citato i singoli mesi, facendo quindi un lavoro triplo rispetto agli altri. “Lui ha specificato i mesi!” – mi sembra di sentire ancora la sua voce. E io tra me e me pensavo di avere avuto un gran culo ad avere l’idea di parlare dei singoli mesi.

Non so se fu per l’invidia del tema migliore… forse no, perché a lui del tema fregava ben poco. Forse contribuì. Comunque, durante l’intervallo finii con l’avere un piccolo battibecco con il famoso capobanda E. Non ricordo bene per quale motivo o con che pretesto. Forse ribattei a una sua frecciatina riguardo al miglior tema mentre ricevevo i complimenti dalle mie compagne che mi salutavano per l’ultima volta. Forse feci io una battuta che lo mise in ridicolo. Fatto sta che il diverbio si concluse con la classica frase “ti aspetto fuori”. Pronunciata da lui, ovviamente. Dopo il lungo intervallo, passò l’ultima ora, ovviamente di cazzeggio, a quel punto del programma scolastico. Poi la terza elementare si poté dire conclusa per sempre.

All’uscita di scuola, di parola come sempre, E. mi raggiunse mentre stavo incamminandomi verso casa assieme ai bambini che abitavano sullo stesso lato del paese. Sgambetto da dietro, sfilza di pugni nella pancia, qualche calcio… io incassai con rassegnazione e quasi rallegrandomi al pensiero che quella sarebbe stata l’ultima volta e poi non l’avrei più rivisto quel cretino. Forse è vero che i migliori vengono sempre premiati. E il premio l’avevo io che andavo via, mentre lui quel suo carattere di merda se lo sarebbe tenuto per tutta la vita. E prima o poi avrebbe raccolto ciò che aveva seminato.  Intervennero alcuni ragazzi più grandi… credo di quinta. Mi aiutarono a rialzarmi e mi rincuorarono dicendo che E. era sempre il solito deficiente, lo conoscevano pure loro. A metà del cammino, quando le strade per raggiungere le rispettive case si separavano, la mia compagna E. mi salutò per l’ultima volta e volle lasciarmi un regalo come ricordo. Aprì il quaderno e staccò un foglio bianco. Un foglio a righe. Ma con le righe di terza, non come quello della foto. Era un regalo preziosissimo… a scuola c’era da pregare in sette lingue per farti anche solo prestare un foglio. “Ne ho pochi!” “Dtanno quasi finendo” “Io l’ho già prestato a XXX , chiedilo a qualcun altro”.  Lei invece me lo regalava. E. non era tanto brava a scuola… leggeva a fatica, aveva difficoltà a ricordarsi le cose. Era un po’ indietro rispetto agli altri. Ricordo che aveva tantissimi fratelli più grandi. Anche molto più grandi, quasi dell'età di mio padre. Suo padre si era risposato e lei era figlia della seconda moglie. Suo padre aveva una macchina col cambio vicino al volante. Più o meno dove nelle macchine moderne ci sono le frecce. Credo fosse una Fiat 1300 o qualcosa di simile. Buffa. Sembrava di mille anni prima. Anche suo padre sembrava mio nonno... ovviamente. Quel giorno comunque veniva a casa a piedi, perché suo padre non era venuto a prenderla. Anche lei non l’ho mai più rivista.

 

postato da deniz | 12:28 | commenti