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domenica, marzo 12, 2006
 

Novembre 1978

 

 

 

Ricordo quell’autunno come l’autunno delle castagne. Mai più ne raccogliemmo così tante. Ricordo che una domenica d’ottobre andai con i miei nonni e i loro amici: la storica congrega di quattro coppie che uscivano insieme da trent’anni. Mi piaceva raccogliere le castagna. Era facile, riuscivo anch’io a fare quello che facevano i grandi. Bastava pestare i ricci, prenderle e metterle nel sacco. In quell’occasione imparai anche a distinguere le castagne dai marroni. I grandi cercavano di raccogliere prevalentemente marroni. Anch’io, ma con scarso successo….

 

 

-             “Nonna, nonna… guarda, sono marroni!”. La nonna li guardava…

-         “ma no, sono castagne. vedi qui che è tondo?”.

-         “Ma questa è ancora più tonda… non è un po’ più quadratina?”   

-         “si… non sono proprio tutte uguali, ma anche quella è una castagna. I marroni sono così”

 

 

La nonna poi mi mostrava quelli che aveva raccolto lei, che effettivamente erano marroni…. però uffa.. che ingiustizie.

 

 

Con i miei genitori ci andai un altro paio di volte. Un po’ le mangiammo subito, ma ne mettemmo anche una gran quantità in cantina ad asciugarsi su un platò, rischiando di dimenticarcene.

 

 

Un pomeriggio dopo scuola, con il solito gruppo di amici vicini di casa, in un campo incolto dietro casa pieno di rottami e cianfrusaglie rimaste dal cantiere delle nostre case appena costruite, trovammo un pezzo di rete metallica rigida ripiegato in tre… come una U con gli spigoli. Decidemmo di farne un forno e accendere un fuoco. Damiano* che era uno scout cercava di pilotare i nostri giochi sempre su attività giovanimarmottesche. Ma che cosa ne facciamo di un fuoco? Mi ricordai delle castagne in cantina e proposi di fare le caldarroste. Cioè le calde arrosto, così come le chiamiamo nel nostro lessico famigliare. Ebbi un attimo di titubanza perché mi prendevo la responsabilità di usufruire delle castagne senza averlo chiesto ai miei genitori che erano al lavoro. Ma in epoca in cui mancava il cellulare…. anzi non avevamo nemmeno il telefono…. beh a una certa età bisogna pur crescere no?

Così ci facemmo una grandissima scorpacciata di castagne/marroni quello che erano. Con noi c’era anche Ludovico Tambroni* un ragazzo molto più grande di noi. Altissimo. Sembrava un bambino in un corpo da grande. Quando scoprimmo che era stato un alunno del nostro stesso maestro ci disse di salutarglielo… dunque aveva cinque anni più di noi, se dopo la quinta il maestro era ripartito dalla prima. Era un tipo molto strano… la sua stranezza comunque divenne più evidente negli anni successivi. Finche era quasi un bambino non era così diverso dagli altri. Morì giovanissimo. A diciannove anni…. ricordo ancora quando lo appresi leggendo gli avvisi funebri. Dicono avesse una malattia tanto rara quanto letale… fu un colpo per tutti.

Con i compagni di classe mi trovavo abbastanza bene. In realtà molti atteggiamenti che non condividevo e già affrontati a Montecavolo c’erano anche nei ragazzi del Buco. In molti, non in tutti. Fortunatamente quelli più insopportabili e arroganti erano tutti un anno più vecchi di me. E alcuni un anno più giovani. Nella mia classe (ma anche in B) eravamo quasi tutti sulla stessa lunghezza d’onda. Dev’essere l’oroscopo cinese.

Nell’intervallo si diffuse un gioco molto idiota. “L’ultimo è un finocchio!!!” e tutti a correre per entrare in classe. Io ero abbastanza svantaggiato perché correvo piano, quindi, ricordando Montecavolo e quanto potesse essere brutto essere preso in giro e considerato diverso, stavo sempre molto vicino alla classe. Che cosa volesse dire finocchio lo imparai in quell’occasione. Non capivo però perché dovesse essere considerato un offesa… insomma… uno che colpa ne aveva? Non è una cosa che si possa decidere… ovviamente però non parlai mai con nessuno di queste mie convinzioni, onde evitare fraintendimenti. La maggior parte dei compagni considerava l’essere finocchio come una cosa infamante. Pensando ai finocchi pensavano tutti in modo stereotipato ai travestiti comunque. A Reggio in quegli anni c’erano due personaggi noti a tutta la città che riempivano le pagine scandalistiche dei giornali locali: la Gianna e la Lola. Il primo si chiamava all’anagrafe “Gianni” e si diceva fosse operato. Uno dei primi. C’erano molte leggende metropolitane… nei discorsi degli adulti avevo sentito che ogni giorno doveva farsi “siringare” per poter fare la pipì… La Lola era un *prostituto* non operato. Oggi è un frate… ma anche questa è un’altra storia. Molti miei coetanei, tra cui Demetrio* che era uno dei più omofobi impazziva però per la musica di Renato Zero… io no. A me quello sembrava veramente una cosa perversa… Lui mi assicurava che non era finocchio. Aveva letto che aveva la fidanzata donna. Per me invece questo era un esempio negativo… al di là della musica, lo consideravo troppo trasgressivo… troppo diverso… insomma perché doveva fare tutta questa messa in scena? Perché? A che scopo? Non poteva cantare normalmente?  E poi non capivo come mai tutta questa gente che era pronta a schernire e schifare personaggi come la Lola e la Gianna, potesse idolatrare un personaggio come Renato Zero, assolvendolo dalla “finocchiaggine” perché aveva la ragazza.

* i nomi sono tutti fittizi

postato da deniz | 23:49 | commenti (2)