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mercoledì, aprile 26, 2006
Maggio 1979
Avevo poco più di nove anni quando mi regalarono la prima canna da pesca. Mio padre andava abitualmente a pesca da quando era adolescente e già da bambino molto spesso l’accompagnavo. Pensavo che uno come me “doveva” proprio andare a pesca. Film libri e TV dell’epoca proponevano tantissimi modelli di bravi ragazzi che andavano a pescare. Tutti i ragazzini di Walt Disney, i ragazzi della casa nella prateria, il padroncino di Furia e pure quello di Rin-tin tin....le giovani marmotte, Topolino, Pippo e anche il figlioletto buono di Ezechiele Lupo. Io ormai mi ero creato l’immagine del giovane naturalista, dall’amico del verde e dei giuochi all’aria aperta... Anche a scuola, se qualcuno faceva domande su nomi di uccelli o di altri animali, o chiedeva informazioni che si riconducevano in qualche modo alla zoologia, il maestro li indirizzava a me, ritenendomi l’esperto in materia. Insomma… non ero il tipo da stadio o da videogames. Dovevo per forza andare a pescare. E poi la pesca era forse l’unica attività che potevo fare insieme al mio papà, dal momento che non mi portava a giocare a calcio, né a nuoto, né a tennis.... non è mai stato presente in nessuna attività che potevo fare da piccolo. Tra tutti i posti che frequentavamo ce n’era uno che mi piaceva particolarmente. Il mulino del tasso. Già il nome che presupponeva l’esistenza di un ipotetico tasso era proprio l’ideale per le avventure del giovane ragazzino uscito da un telefilm. Era un lago di montagna che sorgeva sotto una cascata naturale stupenda. Era circondato da boschi e sentieri.... quando mi stancavo di pescare a volte seguivo mia madre alla ricerca di fiori, bacche strane e radici magiche. Nel lago c’erano trote d’allevamento :-| ... ma per un principiante comunque andava bene. Purtroppo però appresi ben presto che il mondo della pesca non era come quello dei cartoni animati e dei telefilm americani. A cominciare da mio padre che non era proprio esattamente il signor Bradford... ma questo era il problema minore. Il fatto è che la mia sensibilità non mi permetteva di non vedere i pesci agonizzanti nei retini, i lombrichi infilzati... per non parlare della pesca col “vivo” ovvero simpatici pesciolini localmente chiamati “sghette” che venivano atrocemente trafitti con l’amo e ancora in vita fungevano da esca per i pesci più grossi. Mi sono sempre rifiutato di fare questo tipo di pesca, da subito. Ben presto non ne volli più sapere nemmeno di lombrichi e “begatini” (larve di mosca) eleggendo i chicchi di granoturco a esca ideale. Per le trote usavo uova di salmone. Un’altra cosa che mi imponevo di fare era la cattura del pesce al labbro, cioè con il minimo impatto possibile. Occorreva una particolare prontezza nel tirare la canna al momento giusto, non appena il galleggiante andava di sotto. Qualche volta però a causa della mia inesperienza, mi capitò che il pesce ingoiasse di brutto l’esca con l’amo attaccato e che questi si conficcasse nello stomaco. In questi casi si doveva usare lo “slamatore”, un aggeggio di plastica con un tondo in punta che andava conficcato in gola al pesce fino in fondo alla pancia. Io stavo veramente male a fare certe cose. Ma anche se evitavo di farle io, non potevo evitare di vedere quello che facevano gli altri. Ben presto, elessi il granoturco alla mia esca ideale. E per le trote, le uova di salmone. Non ho mai pescato col “vivo” e smisi quasi subito di usare lombrichi e vermi di ogni genere. Pativo più per loro che per il pesce. A parte la “crudezza” dello sport… c’era comunque tutta la parte circostante. Gli altri pescatori… quelli che ti stavano di fianco al lago o alla vasca di Corbelli… o quelli che incontravi nei negozi di articoli per la pesca… quelli con cui si dovrebbe condividere un hobby… e con cui io sentivo di non condividere niente. Non solo per la loro più cieca insensibilità al dolore che infliggevano degli animali… anche per la loro rudezza… le loro bestemmie, i loro discorsi volgari, il loro umorismo di pessimo gusto… praticamente erano l’esatto contrario della reputazione che avrei voluto fare mia… postato da deniz |
23:13 | commenti (4)
martedì, aprile 11, 2006 Aprile 1979
![]() Toh, ci sarebbe il tema sul tempo libero. Ma non lo riportiamo, altrimenti il blog diventa monotematico. E altrimenti si scopre che i miei interessi non sono molto cambiati nel corso di ventisette anni. Ventisette. Mamma mia. Ed ero già grande. 1 metro e 45, come si legge nell’altro tema: descrivi te stesso. Ho aggiunto solo altri 40 cm quindi il più era fatto. A mia cugina regalarono il registratore. Che era un passo avanti rispetto al mangianastri che avevo io, che peralstro non funzionava più e all’epoca sentivo solo i dischi con il giradischi veeeechio. Era un cimelio che non so dove fosse stato ripescato da mia madre. Si apriva a scatola (l’esterno era di legno) e bisognava infilare i dischi sul piatto, togliendo eventualmente il riduttore per i dischi che avevano solo un forellino piccolo al centro. La puntina si collocava a mano, come negli stereo dei grandi. E c’erano quattro tasti per regolare, 16. 33, 45 o 78 giri. Il divertimento era ovviamente sentire i dischi con la velocità sbalgiata. A sedici giri sembrava che i cantanti ruttassero. A 78 giri era velocissimo. Il registratore di mia cugina invece permetteva un gioco in più: quello di registrare. Addirittura senza bisogno del microvono perché era incorporato nel registratore stesso. Un registratore piccolo e nero. Con i tasti tipo pianoforte. Avantissimo. La prima cassetta che ricevette allegata al registratore stesso, conteneva i successi del momento: capitan Harlok, Paperita, Dolce Remì ....Capito... CAPITTTO??? Capito dei gatti di vicolo miracoli era diventato un tormentone. Lo si ripeteva per qualsisasi cosa si dicesse, anche a scuola. Capitttoooo??? L’altro tormentone era il saluto Ciaaaao sempre con la voce da idiota che imitava Jerry Calà. Ciaaaao! postato da deniz |
21:05 | commenti (3)
giovedì, aprile 06, 2006 Marzo 1979
Visto che ho trovato il quaderno... andiamo avanti. Tema
“Primavera nei campi, nei prati, negli orti, nei giardini e nelle strade”
Svolgimento
La primavera è giù arrivata e si vede! Gli alberi hano già le prime piccolissime foglie e qualcuno è coperto di fiori. VV Le rondini stanno tornando ai loro nidi: le farfalle volteggiano nel cielo… e non dimentichiamoci del sole, il tiepido sole primaverile! La Betulla nel mio giardino quasi improvvisamente si è coperta di foglie e amenti penduli e tremolanti ad ogni soffio di vento. L’erba sembra un tappeto di mochet e qua e la’ fioriscono margherite e denti di leone. VV L’orto del mio vicino di casa comincia a dare i suoi primi frutti: tenere insalatine, i primi spinaci cipolline e ravanelli. VVV Nei cortili delle case molti bambini stanno giocando, chi a nascondino chi a calcio. Un gruppo di bambine lungo la via si sta divertendo a saltare la corda mentre un distinto signore passa fischiettando allegramente tra se’ La primavera è bella dappertutto ma specialmente in campagna: li’ si nota di più iil cambiamento gli uccellini si fanno vedere più spesso le oche e le galline comincano ad andare nei campi a cercarsi il cibo. Lungo le vigne ancora spoglie si scovano i didi degli uccellini che in questo periodo sono pronti a fare le uova. Da_per_tutto c’è un aria di rinnovo anche nelle case si lustra e si pulisce con maggiore cura, quasi a volersi scrollare di dosso l’inverno
V A quanto pare ho preso "V". Forse voleva dire Vorzuglich. A scuola tutto sommato continuavo a trovarmi bene. Avevo ripreso ad andare a catechismo per prepararmi alla Cresima. Ci trovavamo a casa della Clelia* che aveva la tavernetta. Eravamo un gruppetto di 5. Compreso uno che non è mai venuto. Di lui sapevamo solo il nome. Lo ritrovai alle medie, scoprendo che esisteva veramente. Il catechista era un ragazzo giovane... che però a noi sembrava grandissimo quasi adulto. Molto disinvolto che si lasciava scappare un sacco di parolacce, suscitando l'ilarità generale. "Adesso mi avete rotto i maroni!!!" Però era simpatico. Alla fine del catechismo c'era sempre una gara per chi gli accendeva il motorino. Io ero capace, ce l'aveva mia nonna uguale. Aveva un ciao bianco. Al sabato pomeriggio invece si andava tutti insieme in chiesa per la lezione comune tenuta dal don Paride* a tutti i ragazzi insieme. Dopo al solito si giocava a calcio o altro e ci si fiondava dal tabacchino del buco a comprare le liquerizie, i limoncini e altre ghiottonerie.
postato da deniz |
19:51 | commenti (5)
mercoledì, aprile 05, 2006 Febbraio 1979
O che bello, ho ripescato i miei quaderni delle elementari.... ih ih... Vediamo. Cronaca di come ho trascorso il carnevale
Svolgimento Sabato mattina, mi sono alzato alle ore 7,20, mi sono preparato e sono andato a scuola vestito da Samurai. Appena arrivato l’orario delle lezioni, cioè le otto e trenta, abbiamo corretto il compito, poi siamo andati a fare una sfilata che mi è piaciuta molto, non mi è piaciuta solo quando un cane pastore tedesco è corso verso di noi e se non c’era il suo padrone erano guai. Dopo siamo Quando siamo tornati in classe, il maestro ci ha fatto sentire musica fino alla mezza.
bene
il vestito da samurai in realtà era il kimono (si chiama kimono?.. boh, ho un vuoto) di mio zio che all'epoca faceva karate. Ricordo che il maestro, la cui cultura era un misto tra la dottrina di San Francesco e la teoria della società senza classi di Marx, si era raccomandato di non comprare vestiti di carnevale. Ci si poteva divertire anche senza, bastava un vestito vecchio dei nostri genitori, una costa improvvisata. L'importante era lo spirito. Alcuni non si erano nemmeno vestiti. Volevano fare i grandi. Ricordo che poi al pomeriggio andai con mia cugina e alcune sue amiche in giro per le vie del quartiere. Lei si era veramente messa il vestito vecchio di suo padre. Quello del matrimonio per la precisione. Della serie ce le cerchiamo. Infatti il rischio era quello di essere schiumati dai ragazzacci più grandi. Ma anche da quelli della mia età. Qualche teppistello c'era. Io che ero un bimbo per bene avevo molta disistima di chi spruzzava la schiuma da barba. Addirittura pensavo che fosse pericoloso. C'erano un sacco di leggende metropolitane. Dai vestiti costosissimi completamente rovinati (che poteva essere vero) al caso della bambina diventata cieca per la schiuma andata negli occhi. Poi c'erano i disegni osceni contro i muri. Sempre con la schiuma da barba, ovviamente. Ricordo che io e mia cugina andavamo a correggerli e li facevamo diventare dei bellissimi fiori.
martedì, aprile 04, 2006 Gennaio 1979
Subito dopo la tv colori, un oggetto del desiderio che iniziò a occupare tutte le case fu lo stereo. Uno dei primi a prenderlo fu lo zio L. il fratello più giovane di mio padre. Lo mise nella sua nuova camera matrimoniale, l’unica stanza che poteva accoglierlo. In quell’angolo. Quando in quella camera dormiva mia nonna, al suo posto c’era la macchina da cucire. Era uno degli stereo più belli che si vedevano in giro. Col mobilone bello alto, tutto a ripiani. Con l’equalizzatore (che ancora adesso non so che cosa sia) e un sacco di fili e di lucine che si accendevano e si spegnevano. Sul ripiano più in alto il piatto per i dischi. Tutti 33 giri. Venivano messi con una cura maniacale. C’era l’apposito affare di velluto per pulirli, con la puntina bisognava essere delicatissimi. Altro che mangiadischi arancione. Io infatti non ho mai avuto accesso a quell’apparecchio… boh… io se mi trovassi in una situazione analoga al giorno d’oggi, cioè se avessi un nipotino di dieci anni e qualcosa di molto allettante, probabilmente lo avrei usato impropriamente per diventare lo zio “mito”. Dài che ti faccio mettere un disco. Invece niente. A completare il grande impatto dello stereo degli italiani più avanti, le casse. Enooooormi. Grandissime e nere che ti guardavano minacciose. Più erano grandi più avevi lo stereo figo. E di conseguenze “eri” figo… perché poi non tutti sapevano usarlo. Mio padre non sapeva neanche da che parte accenderlo… era una cosa della generazione successiva. Quella intermedia tra me e lui.
A casa nostra per questo lo stereo di quel tipo non arrivò mai. Se non altro perché non c’era lo spazio dove metterlo. E poi, viste le nostre condizioni finanziarie non brillantissime, si preferì evitare una spesa non strettamente necessaria e tutte le spese conseguenti per l’acquisto dei dischi.
Nemmeno mia nonna, abituata a calibrare ogni spesa da una vita di ristrettezze, non fu particolarmente entusiasta dell’acquisto dello stereo da parte dello zio… ma d’altronde, seppure abitasse in casa con lei, ormai lavorava, era sposato e autonomo… Comunque si rasserenò alla grande con l’arrivo del regalo della Befana: l’LP di Julio Iglesias.
S'intitolava "Sono un Pirata e un Signore", credo. La sua canzone preferita però era “Pensami”. Prima della dipendenza dalle telenovele ci fu il periodo del trip per Julio Iglesias. Lui sì che è bravo. Altro che tutti quei cantanti moderni che non si capisce più niente quello che cantano. La nonna e le sue amiche lo ascoltavano estasiate e commosse. Quando salivano a fare la la maglia e chiacchierare in soggiorno, se c’era mio zio in casa, non la scampava. “Dài, mettici su Julio!” Con la porta aperta lo sentivano benissimo. Le prime note almeno. Perché dopo pochi secondi, il disco era sovrastato dal coro delle mondine: “Péeeensami, tanto tanto intensaménte, con il coorpo e con la ménte, come se io fossi lììììì Dicembre 1978
Non ho ancora raccontato della televisione a colori? Ebbene sì la prendemmo anche noi. Abbastanza tardi. Ormai ce l’avevano già tutti. Credo che l’unica che resisteva senza era la Dalia*, un’ “amica” di mia zia. Ogni volta che la vedevamo lanciava anatemi contro la tv a colori e i presunti danni alla vista. “A casa mia, mai!” – diceva. Ricordo comunque che l’opinione che la televisione a colori facesse male agli occhi era piuttosto diffusa. Anche i miei nonni si raccomandavano di tenere basso basso il colore. La pelle delle persone doveva essere appena appena rosa. Ricordo che all’inizio avevo difficoltà a distinguere se un film era a colori o in biano e nero. Erano quasi uguali.
Mio padre è sempre stato per natura contrario a tutte le innovazioni tecnologiche. E’ la classica persona del tipo “mia nonna è vissuta 80 anni senza questo, senza quello e senza quell’altro, e quindi si può far senza di questo quello e quell’altro”. Per quanto riguarda la televisione a colori stranamente si adeguò senza obiezioni. La diffidenza atavica era invece per il telecomando. Aggeggio infernale che non avrebbe mai voluto. Ce l’aveva suo fratello e si vedevano i funesti risultati. Gente che cambiava canale a tradimento... a casa sua non sarebbe mai successo.
Nel negozio dove lavorava mio zio L come commesso, io e mia madre trovammo un televisore di marca ITT che aveva un telecomando stranissimo, fatto a freccia, con una parte che si inseriva tipo autoradio in un buco dentro il televisore (ma nasccosto da uno sportellino) e la tastiera che rimaneva fuori. Quando era inserito nel televisore funzionava anche senza pile e sembrava la tastierina con i numeri che avevano tutti gli altri televisori senza telecomando. Ma estraendolo diventava un telecomando. All’inizio, io e mia madre pensammo di non dire a mio padre che quello era un telecomando che si poteva estrarre. Non se ne sarebbe mai accorto. Poi però, siccome non è nella cultura della nostra famiglia fare le cose di nascosto, abbiamo deciso di informarlo comunque della presenza dell’oggetto del crimine e decidemmo comunque di acquistare il televisore, con l’impegno scritto di non usare mai il telecomando. Questo all’inizio. Poi pian piano ci si adeguò e anche nella nostra famiglia si iniziò a fare un uso smodato del telecomando, con gare di zapping e record di cambiamento canale all’inizio della pubblicità.
Fu un televisore glorioso, bellissimo funzionalissimo che durò anni e anni e che ancora rimpiango. Uno degli elettrodomestici con un'anima. Un'anima buona. A casa mia, tutto finiva sempre con l'avere un'anima, persino le cose.
Chiudo il mese con una parentesi positiva. Il giorno 26 non ché S.Stefano assistemmo alla nascita dell’ultima cuginetta, figlia dello zio che si era sposato a Luglio. La chiameremo Savina con falso nome come sempre. Ricordo che tutti pensavano fosse un maschio, nella convinzione che nella nostra famiglia le femmine fossero rarissime. Dopo mia cugina erano nati tre maschi, me compreso. Invece arrivò la smentita. Quando nacque ero a casa di mia nonna materna. “Che bello che è femmina” – dichiarò l’altra mia zia, sorella di mia mamma. “Così non la chiamano A”. Effettivamente in caso fosse stato un maschio, avevano scelto un nome borgataro al cubbo, Ma forse non da meno del mio e di quello dell’altro mio cugino. In Emilia certi nomi possono anche stare, dài…
postato da deniz |
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