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Avete scritto:
chaitanya in Giugno 1985Non arr...


mercoledì, maggio 24, 2006
 

Ottobre 1979


Al piano sopra al nostro appartamento abitava una coppia di coniugi anziani. Anziani sui 70 anni... all’epoca sembravano proprio vecchi. Lui era un tipo piuttosto scorbutico... ma in fondo buono.

Lei una chiacchierona, senza pari. Aveva un sacco di cose da raccontare sulla sua vita. Parlava del suo precedente matrimonio con un uomo ricco, del periodo di vedovanza, di come aveva conosciuto il suo secondo marito. Raccontava del suo passato... un po’ spettegolava di altre persone, ma parlava soprattutto di sé. Sempre tutto in dialetto. Era la cosa più fascinosa di tutta la faccenda.

“Am fêrom ché da la Mirna a fēr dòu ciâcer” (mi fermo dalla Mirna a fare due chiacchiere) diceva al marito. Mia madre non si chiama Mirna, ma Miriam. Però lei la chiamava così. Un po’ mi dava fastidio..

Quindi in pratica, tra un caffè e un pasticcino, tra una sigaretta e una fetta di torta, passava interi pomeriggi (o mattine, a seconda del turno di lavoro di mia madre) a chiacchierare in casa mia. Era simpatica ma io ero arrivato a sopportarla poco... mi mancava la libertà di essere in casa da solo e fare quello che mi pareva senza la presenza di un’estranea, seppure tanto amichevole. A mia madre invece stava bene così.

Un giorno, tornando da scuola a piedi, non trovai la tavola apparecchiata come al solito. La cucina era vuota e i miei genitori non erano a casa. C’era l’ambulanza davanti alla casa, un sacco di gente che saliva e scendeva. Dottori, infermieri... gente estranea. Poco dopo scese mia madre sconvolta. Mi servì velocemente un piatto di “cipollata” che era già pronta sul fornello,  apparecchiando velocemente su un asciugapiatti messo in un angolo del tavolo. Mise solo il mio piatto. Mi disse “torno di sopra.... è morta l’Orietta**... stai qui buono, mi raccomando”.

L’Orietta** era tornata a casa poco prima in compagnia del marito. Mia madre l’aveva sentita entrare. “Sèint, ch’ä gh’ê la Mirna ch’la fà la sigůlēda” – disse con voce deliziata fiutando il profumo che dalla mia cucina si diffondeva fin sulla scala. Poi salì nel suo miniappartamento. Si sdraiò sul letto e non si alzò più. Un infarto. Fu sepolta a Fogliano nella tomba di famiglia con il suo primo marito. Questo a me sembrava una cosa stranissima, considerando il fatto che si era risposata. Penso che per il marito vedovo doveva essere come perderla due volte anziché una...
All’epoca ancora non c’era Beautiful e a certe cose non si era abituati.

 

postato da deniz | 21:35 | commenti


lunedì, maggio 15, 2006
 

 

Settembre 1979

 

Dopo la dipartita del setter E (o forse ci furono pochi giorni di coopresenza) arrivò a casa dei vicini il pastore tedesco maschio N. Ebbe una grandissima accoglienza. Lo adoravano, malgrado si fosse rivelato displasico e quindi precluso alla carriera agonistica. Arrivò con una zampa fasciata. Dissero che dove lo tenevano prima, aveva combattuto con un mastino napoletano.... e che lo aveva ucciso. Mah... ripensandoci ora penso non fosse vero. Un'altra cosa che raccontarono fu un episodio in cui N. sventò uno scippo rincorrendo lo scippatore in motorino. Dissero che lo fermò addettando la ruota...  io non so con che testa si possa pensare che un possa mordere la ruota di un motorino in corsa senza spaccarsi il muso. Mah..

Tra le varie novità cinofile introdotte dai vicini, la regola che i cani maschi non potevano andare d’accordo con altri cani maschi. E lo stesso facevano le femmine. Strano.... e pensare che a Gavasseto, Montecavolo e Due Maestà il mio cane e quelli dei nonni e dei vicini sono sempre andati d’accordo. “Se crescono cuccioli insieme” – mi dissero – “ma non c’è mai da fidarsi”. Intanto l’adorato N. non sopportava nemmeno la cocker femmina di Matteo* Provarono diverse volte a farli avvicinare. Niente da fare, sembrava volersela mangiare. Inveve viveva tranquillamente con l’A., l’altra pastore tedesco. E più avanti con la nuova arrivata F. A. e F. Invece vissero sempre separate.

Per molte altre cose, però era cinofilia "più avanti". Ho imparato molte cose da loro.

Con settembre ripresi anche la scuola. La quinta elementare. E ancora una volta lo spettro dell’esame incombeva. Avevo superato l’esame di seconda e sapevo più o meno ciò che mi attendeva. Ma l’esame di quinta era pur sempre l’esame di quinta!
In classe con me arrivò una bambina nuova. Beatrice*.  Arrivammo così a essere 22 e le femmine furono numericamente pari ai maschi.

Tra le altre novità ricordo la nascita di Mara* la figlia di un amico di mio padre. Ricordo la telefonata una domenica di settembre, in cui il padre raccontava della figlia nata e diceva di non averla ancora vista perché era di servizio” e il suo collega più anziano nonché “capetto” gli aveva negato il permesso di lasciare il posto di lavoro. Altri tempi.

postato da deniz | 22:16 | commenti


mercoledì, maggio 10, 2006
 

 

Agosto 1979


 

Dopo più di un anno dal mio arrivo a Buco del Signore, quasi tutte le villette del cortile furono abitate. Fui particolarmente contento di apprendere che di fianco a casa mia sarebbe venuta ad abitare una famiglia con ben tre pastori tedeschi! Mio padre mi disse che li addestravano e che facevano le “gare” di bellezza. Il nuovo vicino sembrava molto ricco. Aveva un Alfetta 2000 e sembrava ostentare uno stile di vita dispendioso. I suoi due figli, maschio e femmina di quattro e sette sette anni avevano una mansarda piena di giocattoli. Li chiameremo Anselmo* e Gisella*. Tutto quello che passava la pubblicità di “antenna nord” (che ancora non si chiamava Italia 1) loro l’avaevano. Dalla più piccola stupidaggine al gioco pià costoso. Dalla stazione dei pompieri Playmobyl al Dolceforno. Dalla casa di barbie a tre piani alla macchinina radiocomandata. Dal fuoristrada di Big Jim all'organo Bontempi.

A breve la loro casa divenne un punto di grande interesse per tutti i coetanei. Ad Anselmo* (e ai suoi genitori) piaceva invitare gli nella loro mandarda e in un certo modo ostentare i giochi che possedevano.

Anslmo* non aveva grande considerazione dei suoi giochi, che spesso bistrattava o rompeva. Ma poteva anche regalarli... così, come se niente fosse. Era un brillante! Almeno quel pregio l'aveva ereditato dal padre. Per il resto, sembrava una caricatura del modello negativo di bambino viziatissimo da telefilm. Aveva già la faccia da fascista a otto anni. Un’espressione malvagia... e non solo l’epressione. Da un momento all’altro poteva avere un impeto di rabbia e prenderti a botte. Con i coetanei del quartiere era buffissimo. Prima li invitava a casa lusingandoli con i giocattoli all’ultimo grido e poi li massacrava. Li massacrava nel vero senso della parola. Mica scaramucce da niente. Calci e pugni con tutta la forza che può avere un bambino di quell'età. A Matteo* con un ceffone staccò l’apparecchio fisso per i denti . Oltre al male, un danno economico non indifferente. Ma chi subiva di più questa situazione era proprio la sua sorellina di quattro anni. Lei c’era sempre, non poteva sfuggirgli. Credo che per i primi quattordici anni della sua vita non abbia passato un solo giorno senza prenderle dal fratello e senza piangere. Una volta la spinse giù per la scala a chiocciola a testa in giù. Era sempre piena di bernoccoli, graffi e lividi. Quando smise di picchiare la sorella iniziò a picchiare chi la importunava, spesso su specifica richiesta della stessa. Perché in fondo era sempre sua sorella.

Gli amici coetanei dopo un po’ capirono l’antifona. Ma di fatto, a turno, ci ricascavano sempre. Passavano una settimana o due da “litigati”, ma tanto nel frattempo erano altri ad essere picchiati. La prospettiva entrare nel “paese dei balocchi” faceva dimenticare molto facilmente. Io invece non ero particolarmente interessato ai giocattoli e alle “meraviglie” di quella mansarda. E poi ero orgogliosissimo.... comunque qualche volta  andai anch’io. E le presi anch’io, non solo in mansarda ma anche fuori nel cortile. La mia attenzione non era comunque rivolta ai giochi, ma i cani. Non mi interessava giocare cin Anselmo* ma amavo parlare con i suoi genitori. Parlare di cani e fare mille domande. Sull’addestemento, sulla riproduzone, sugli standard. Per la prima volta avevo un confronto diretto su un modo di vivere la cinfilia che fino a quel momento avevo visto solo sui libri. Termini diversi... fattrici, box, sguinzagliamenti,  brevetti, classe giovani, gioanissimi e cuccioloni... la displasia, la temunta gastroenterite...i certificati d’origine (pedigree) le genealogie...

Un mondo diverso... per certi versi finalmente vedevo qualcuno con una passione uguale alla mia. Ma vedevo anche i difetti di quel mondo... il cane che finiva visto in modo astratto, le compravendite di cani adulti, i lunghi periodi in cui i cani stavano in “addestramento” o chissà dove, lontani dal padrone. Ma a questo ci sarebbero arrivati più avanti. All’inizio i pastori tedeschi di proprietà erano solo tre. E ne portarono una. La A. Aveva la mania della pallina. Una pallina di gomma rimbalzona delle dimensioni di una pallina da tennis. Si poteva tirargliela per tutto il giorno senza interruzione. Non pensava ad altro. All’inizio era simpaticissima a tutti. Poi iniziò a sembrarmi un po’ stupidotta... nel senso che... va bene tutto, ma non si può non pensare ad altro che alla palla. Solo a quello. Una fissazione.

Poco dopo arrivò anche un setter. Si chiamava E. Un bianco arancio molto bavoso di cui avevo paura.... aveva uno sguardo poco rassicurante. In realtà era innocuo e pensava solo a scappare. Saltava tutte le reti. Innalzarono la rete del recinto, ma la saltava comunque. Piegarono la parte finale verso l’interno ma riusciava uscire arrampicandosi come un gatto e saltava anche la rete del giardino. Dovevano tenerlo chiuso nel “box” piccolo, un gabbiotto che in realtà avrebbe dovuto fungere da cuccia. Lo picchiarono anche, ma non ci fu niente da fare. All’A. (che riusciva a saltare pure lei e la prima volta lo seguì) bastò una sgridata e non saltò più. Lui era selvaggio inside. Dopo poco fu ceduto a un amico cacciatore. Al padre di Anselmo passò anche la voglia di andare a caccia e preferì concentrarsi sui pastori tedeschi.

postato da deniz | 21:53 | commenti


lunedì, maggio 08, 2006
 

Luglio 1979


Fummo solo io e l’Ivonne* a rimanere a Reggio tutt’estate. Gli altri andarono tutti al mare. Chi in luglio chi in agosto. Quindi, bene o male, c’era sempre qualcuno in cortile con cui giocare... o stare in compagnia. Perché ormai si “giocava” sempre meno. O forse facevamo dei giochi “da grandi” che non ci sembravano giochi. Diciamo che si giocava senza dirlo. Alla sera, per esempio, c’era il rito del nascondino. E partecipavano tutti, dai più piccoli ai più grandi. Una della particolarità del nostro cortile era il ritrovo unico di tantissime fasce di età. Dai 5 anni ai 13-14... anche 15 anni. Ovviamente i più piccoli erano più legati tra loro e i più grandi idem. Non sono mai andato a suonare il campanello di un 5enne per chiedere se usciva. Ma il luogo del ritrovo era unico. E non di rado c’erano attività che coinvolgenano tutti, compresi i più piccoli. Giocando a nascondino eravamo molto indulgenti con loro e non li "tanavamo" subito, ma davamo qualche possibilità. Ma ogni tanto anche loro dovevano "stare sotto".

Un’altro gioco multigenerazionale era il gioco delle macchinine. Disegnavamo un circuito col gesso sull’asfalto su cui spingevamo i modellini di formula uno (senza accompagnarli) cercando di non farli uscire dalla pista. Bastava che almeno una ruota rimanesse dentro alla riga. Se si usciva ci si doveva riposizionare nella posizione esatta da cui si era partiti. Ovviamente c’era sempre chi cercava di barare. Era un gioco che piaceva a tutti anche ai grandi. Io essendo nella fascia di età intermedia ero sempre coinvolto in un sacco di attività. L’Ivonne* che aveva due anni più di me ed era già alle medie (aveva finito la prima) se la tirava un sacco da navigata conoscitrice del mondo... ricordo che in quel tempo sfoggiava il suo nuovissimo registratore che le aveva comprato suo fratello più grande (intenditore di stereo che lavorava nel settore). Faceva uscire il filo con la prolunga dalla finestra a pianterreno e stava sulla sedia davanti a casa ad ascoltare le canzoni dei Nomadi. “I Nomadi cantano Guccini” per la precisione. Attaccò la passione a tutti... lei in fondo era anche molto simpatica e finiva per avere un grandissimo ascendente su tutti. Quello che piaceva all’Ivonne finiva per diventare un culto per tutti. Era lei che lanciava le “mode” e finiva per influenzare le attività del gruppo.  Il cortile di casa sua  che era al centro del grande cortile comune, divenne un  punto di riferimento per tutti.  Se c'era lei, ci si trovava lì.

Da quel momento in poi iniziai ad ascoltare esclusivamente canzoni per adulti... Vabbeh, c'erano le sigle dei cartoni, che si ascoltavano e tutti le sapevano. Ma mai si sarebbe pensato di comprare il disco di quella roba. O di selezionarla in un Juke Box. Ormai era roba da bambini.

A proposito di Juke Box.... un ricordo indelebile che risale a quel periodo fu di quando andai con i miei genitori e i miei zii (e ovviamente mia cugina) a Castellarcuato. Al ritorno ci fermammo a mangiare in pizzeria... una pizzeria del posto trovata per caso. C’era un juke box che non si sa per quale motivo funzionava anche senza introdurre le monete. Premevi la lettera e il numero corrispondente alla canzone K 12 e trak, la canzone iniziava. Io e mia cugina ascoltammo Gloria di Tozzi per un numero imprecisato di volte.... tipo dodici o tredici. Dopo un po’ gli altri ospiti della pizzeria iniziarono a guardarci un po’ storto...

postato da deniz | 20:08 | commenti (2)


mercoledì, maggio 03, 2006
 


Giugno 1979



Ancora una volta mio papà invece di andare in villeggiatura usò tutte le ferie per il lavoro stagionale di trattorista. Tutto il periodo della mietitura, fino a luglio. Gli stipendi divorati dall’inflazione non permettevano di arrivare alla fine del mese. Non appena finita la scuola iniziai a seguirlo in questi lavori... ovviamente io non lavoravo anche perché non era il caso di mettermi a guidare il trattore a nove anni. Ne approfittavo per giocare col mio ex compagno d’asilo Stelvio*, nipote del datore di lavoro. A volte seguivamo mio padre nei campi seduti sui parafanghi del trattore. Andavamo nei campi tra Gavasseto e Due Maestà... verso la Bazzarola, lungo il Rodano. Era bellissimo... faticoso ma bellissimo, quel caldo fortissimo, secco secco.. il rumore delle cicale.... quell’odore inconfondibile.... ordore d’estate. Ricordo quando ci fermavamo a bere, nelle bottiglie di vetro di acqua “Ventasso” lasciate sotto un albero all’ombra. Com’era buona quell’acqua! 

Stelvio*, figlio e nipote di trattoristi, dopo un’infanzia trascorsa sui trattori, a nove anni sapeva già guidare la macchina. Qualche volta salivamo sulla 126 di sua madre (che in quelle occasioni era portata lungo la carraia da suo nonno) per fare dei giretti lungo i viottoli di campagna. Ovviamente col consenso dei genitori, ai quali sembrava una cosa normalissima. Un po’ lo invidiavo, per questa “cosa da grandi” che lui faceva. Io potevo rivalermi quando restavamo nel cortile... nel capannone dove tenevano i trattori c’era la bicicletta di mio papà... ovvero bicicletta ereditata da mio nonno. Mio padre in bici non andava mai, tant’è che non l’aveva nemmeno portata a casa. La teneva là, non so perché... Era una bicicletta da uomo, con le ruote del 28. Grande grande. E col cambio! Bellissima! Mio nonno l’aveva trovata. L’avevano abbandonata davanti al bar ed rimase per più di una settimana senza che nessuno la venisse a prendere. Così se la portò a casa... ovviamente alla luce del sole. Lo sapevano tutti, ma nessuno si fece mai avanti per reclamare la bici. Poi mio nonno morì e la bici passò a mio padre... e poi a me. Siccome Stelvio* girava nel suo cortile in bicicletta, io stressai mio padre fino a convincerlo a mettermi a disposizione la bicicletta del nonno e farmi provare a usarla. Ci arrivavo a stento, ma ci riuscivo! Stelvio*, essendo più basso di me, non arrivava neanche ai pedali. In seguito volle provarci, ma non riusciva nemmeno a salire. Io ai pedali ci arrivavo, ma quando mi fermavo, per appoggiare i piedi per terra dovevo lanciarmi in avanti, sollevando un ginocchio per appoggiare la coscia piegata sulla canna. Una volta  mi tagliò la strada e, frenando di colpo, caddi a cavalcioni sulla canna. Un dolore incredibile... fortunatamente non ci furono conseguenze... a quanto pare.

Alla fine della “batdûra”, stressai mio padre finché non si convinse a portare la bicicletta a casa. Durante l’estate potei fare il grande con la bicicletta del papà. Tra i miei coetanei ero quasi l’unico che riusciva già a usare la bici da uomo. Più che altro per ragioni d’altezza. Quello sciroccato del mio amico Matteo* invece usava la bicicletta di suo fratello più piccolo che aveva cinque anni e andava con le rotelle. In seguito passò a quella di sua sorella ancora più piccola... era ridicolissimo. Soprattutto eravamo ridicoli quando andavamo via insieme, io piccolissimo sulla bici da gigante che arrivavo appena ai pedali e lui con le gambe piegate a ragno a pedalare su una bici microscopica.

Da quel momento in poi la bici del nonno divenne la “mia” bici. La bici definitiva e unica fino al compimento del 24° anno, quando fu affiancata dalla mitica Simonazzi bordeaux. Comunque la bici del nonno esiste ancora ed è sopravvissuta anche alla Simonazzi bordeaux ormai defunta.

La bici da cross arancione la tenni ancora per un anno. In quinta per andare a scuola usavo quella... era già dura strappare il permesso di andare a scuola in bici. Era necessaria intensissima opera di stressamento di padre.Non ce l'avrei mai fatta a ottenere il permesso di usare una bici non ritenuta sicura. Ma a casa in cortile nel pomeriggio prendevo sempre la bici grande. L’anno successivo bucai una gomma nella bici da cross. Rimase in garage per diverso tempo, ma non fu mai riparata. Dopo un po' la portarono a casa di mia nonna in attesa che crescesse mio cugino....tanto io non l'usavo più. Poi finè che nemmeno mio cugiono l'usò mai. Era troppo grossa. E quando ebbe le dimensioni giuste per usarla, era troppo  "grande" per usare una bici da corss. Oltretutto non  più di moda. Perché lui alla moda ci guardava.

Io invece un po’ mi sentivo in colpa per questa bici. Pensavo di averla sfruttata poco... in soli tre anni era passata di taglia. Pensavo che mia nonna aveva speso un sacco di soldi per regalarmela e io in pochissimo tempo ero passato dalla bici con le rotelle alla bici che uso ancora oggi... Pensavo che magari  potevano prendere una bici usata. Anche una bici  brutta. Io se avessi avuto una bici di un cugino più grande  anche brutta e non alla moda,  l'avrei usata per spirito antispreco.  Ero già così allora.

postato da deniz | 23:11 | commenti (3)