| Il mio blog | ||||
about Il mio blog altri link 46 emmecù anotherme (Da) Billo Brina Chaitanya Dianaedesi Dimples Diomede Gorgoglio e la piccola Emma Il blog di Beppegrillo Il gatto Jazz il mignolo col prof kristalla la Beffy la Bi e le sue bestie La Laura La Lilli Lemming Matteo B. Muffola Rincoceronte blog archivio novembre 2008 settembre 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 novembre 2007 ottobre 2007 settembre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 aprile 2007 marzo 2007 febbraio 2007 dicembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 agosto 2006 luglio 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 counter visitato *loading* volte Avete scritto: chaitanya in Giugno 1985Non arr... |
martedì, luglio 18, 2006 Febbraio 1980
Il mio vicino di casa Matteo*, che ha un anno meno di me, era un fan dei Kiss. Aveva comprato il disco (era uno dei fortunati che avevano lo “stereo”) e lo faceva suonare a palla in taverna. “I was made for loving you baby, you were made for loving me....” Anche a me piaceva la canzone. Anche se era in inglese e non si capiva niente di quel che dicesse... però non mi piacevano i Kiss. Mi piaceva solo la canzone. E non lo ammettevo neanche perché era come dire che mi piacevano i Kiss. Come dimentcarli i Kiss! Ricordo i passaggi al telegiornale che mostravano il pubblico in delirio con commenti molto critici in quanto rivolti a un target adulto... Ricordo le immagini di quando tiravano fuori la lingua e i fans che allungavano le mani per toccarla (che schifo!). Ricordo i capelli lunghi, il trucco... il loro modo di vestire eccentrico. Ricordo anche i commenti negativi stereotipati dei miei genitori: “drogati.. perversi ...omosessuali... come fa a piacere gente simile?!”. I commenti più negativi erano per i ragazzi che seguivano i concerti. Io comunque ero dalla parte degli adulti... come la maggior parte dei bambini della mia età. Matteo* era un eccezione. A lui piaceva trasgredire. I “kiss” infatti erano in voga tra i ragazzi un po’ più grandi di me. I drogati : - ) Ricordo che proprio in quel periodo mi era venuta la paura vera dei drogati. Erano già diversi anni che i miei genitori e i miei nonni mi mettevano in quardia sui pericoli della droga. Cioè su tutte quelle situazioni irreali di cui parlava solitamente chi non sapeva assolutamente niente di quel mondo. Non accettare caramelle... non prendere niente da nessuno. Quelli che ti drogavano a tua insaputa.... Da bambino li ascoltavo e credevo loro, ma senza preoccuparmi più di tanto. Io ne stavo ben lontano. A dieci anni invece iniziai a temere per la mia incolumità. In particolare ero preoccupato perché l’anno dopo sarei andato alle medie. Per raggiungere le scuole medie della Rosta, quando ancora la Pappagnocca era un piccolissimo quartiere con una casa coloinica e quattro palazzoni, si doveva attraversare un lungo sentiero alberato tra i campi. Adesso c’è il parco e la pista ciclabile che scorre tra i da palazzoni giganteschi di dieci piani. Tutti in fila, senza interruzione. Non c'è più lo stacco dei campi tra un paese e l'altro. Ci sono bambini, nonni, passeggiatori di cani. Allora non c’era niente. Solo al mattino lo percorrevano gli studenti delle medie per andare a scuola. Di pomeriggio avevo paura a passarci. Avevo sentito diverse storie di ragazzi più grandi che fermavano gli studenti undicenni e minacciandoli si facevano dare i soldi della merenda. Una volta avevo visto una siringa. Ne ero rimasto molto impressionato. Poi avevo paura dei bocciati... non so perché, ma facevo un’associazione del tipo “bocciato”= “delinquente”, cattiva compagnia, candidato al riformatorio.... insomma pensavo ai classici tipacci con cicatrice in faccia tatuaggio sul braccio e serramanico in tasca. E poi correva voce che "quelli della Rosta".... beh, non erano certo i “bravi ragazzi” di Buco del Signore. La Rosta era un quartieraccio a quanto si diceva. Anche mia madre era preoccupata del fatto che io dovessi andare a scuola alla Rosta da solo. Gli altri ragazzi la prendevano con molta più leggerezza, invece. Anche le altre mamme. Mia madre è sempre stata molto apprensiva. I miei amici mi prendevano in giro.... “Sono un drogaaaaaato.....” mi dicevano con voce da fantasma. Un’altra cosa di cui avevo paura erano i ragazzi del “Simonini”. Il Simonini è un centro d’addestramento professionale che si trova nella civilissima Buco del Signore. In pratica è un biennio dopo le medie dove generalmente venivano mandati i ragazzi che proprio non volevano proseguire gli studi, in attesa che compissero 15 anni per poter lavorare in regola. In teoria imparavano a usare gli utensili dell’officina, gli attrezzi da falegname... e un minimo di cultura generale. In pratica, la maggior parte di loro non faceva niente perché essere promossi o bocciati era quasi irrilevante. Tiravano a compiere 15 anni. Gli studenti si dividevano in a) semi-ritardati mentali b) ribelli a ogni tipo di disciplina. La categoria c) “bravi ragazzi intellettualmente normodotati ma con genitori che non si potevano permettere gli studi” ai miei tempi era già estinta. Roba della generazione precedente. Ormai tutti i genitori potevano (e avrebbero voluto) pagare gli studi ai propri figli. Il Simonini era diventato una caricatura di scuola da telefilm americano. Quelle scuole dove i ragazzi saltano sui banchi, fanno quello che vogliono e i prof. non hanno il minimo potere su di loro. I ragazzi del Simonini li incontravamo a volte tornando a piedi dalle elementari. Alcuni ervano veramente inquietanti. Ricordo che cercavo di farmi piccolissimo... per non attirare assolutamente l’attenzione. Qualche volta infatti quel branco di scapestrati se la prendeva con qualche malcapitato delle elementari. Sceglievano quelli più timidi per sentirsi grandi spaventandoli. Ricordo una volta che se la presero con una mia compagna di classe. La prendevano in giro perché era grassa. “Vai a magiare la pappa?” – battutine, niente di grave... noi piccoli però proseguivamo a testa bassa, senza avere il coraggio di ribattere. In altre occasioni, ricordo il “gioco” in cui qualcuno provava a seguirti a brevissima distanza. Senza dire niente... solo ti veniva dietro e iniziava a seguirti. D’istinto prendevi ad andare più veloce, sforzandoti di non girarti e quello ce l’avevi sempre dietro. A un certo punto non sapevi più che cosa fare.... io cercavo disperatamente di non rimanere solo, ma di avere sempre altri coetanei vicino. Oppure la presenza di qualche adulto. L’esperienza coi ragazzi del Simonini comunque non mi aveva temprato a sufficienza da farmi vincere la paura della scuola media. Là era ... l’ignoto. Fortunatamente in quegli anni fu istitutito l’autobus n. 9. Finalmente un tram che arrivava a Fogliano, gioiva mia nonna che non si sentiva più tagliata fuori dal mondo. L’autobus n. 9 arrivava alla scuola media e mia madre decise che per il primo anno sarei andato a scuola in tram, seppure fossero solo tre fermate e si poteva fare benissimo a piedi. postato da deniz |
23:35 | commenti (3)
venerdì, luglio 14, 2006 Gennaio 1980
E così compii 10 anni ed entrai definitivamente nell’era delle due cifre. Quindi l’ingresso nell’età adulta. Il tempo dell’ “ormai sei grande”. “Eri più bravo quando eri piccolo”. “Eri così carino quando eri piccolo, poi...” “Nemmeno un bambino di tre anni si comporta così....”. Gli adulti si aspettavano ormai che io mi comportassi da adulto. Però a loro volta non si rapportavano a me come se io fossi un adulto. I genitori, gli insegnanti, i vicini... nessuno si sarebbe mai permesso di trattare un adulto come trattavano noi ragazzi. Però ci si aspettava un comportamendo adulto... perché ormai non eravamo più bambini e dovevamo capire. E’ stato un periodo duro. Tutti sembrano dimenticarlo. Anche adesso i miei coetanei pensano che i ragazzini tra i dieci e quindici anni (e anche di più) siano insopportabili. Sembra che non ci sia passato nessuno... Nessuno si ricorda. Oppure diventando adulto ti ricordi che eri cattivo, stronzo e maleducato per colpa tua? A parte che io non sono mai stato cattivo, stronzo e maleducato... mi ricordo però benissimo di quel periodo in cui dal mondo sei considerato come una nullità. Per il mio decimo compleanno ricevetti come al solito molti regali. Una sciarpa e un maglione da parte dei miei cugini. Un libro, una penna stilografica. Persino un completino con la mia prima cravatta. Era unc cravatta di stoffa tipo lana. Verde oliveggiante, con un pullover senza maniche dello stesso colore. Tra gli altri regali, anche “il cavallo di Big Jim”. Lo portò mia nonna. L’ultimo giocattolo. Fu accettato con un briciolo di vergogna, in tempi in cui tutti ti guardavano con disapprovazione se “a 10 anni compiuti" ancora ti fai comprare giocattoli.. Non ci giocai neanche tantissimo... Qualche volta con il mio amico Damiano* che aveva Big Jim anche lui.... Poi si ruppe una gamba quasi subito e io mi sentii tremendamente in colpa, come se fossi lo stereotipo del bimbo viziato. Quello che si fa riempire di giocattoli e poi li rompe subito. Lo aggiustai con un chiodo e un po’ di scotch. La gamba era come ingessata, on si piegava più nel gioncchio. Ma ci si poteva giocare lo stesso... tanto, per quello che si poteva fare con il cavallo di Big Jim! I giochi prevalenti comunque erano diversi. Macchinine, pallone, tennis... pattini. Continuai comunque a “giocare” ancora per qualche anno, ma con i giocattoli comprati prima. Negli anni successivi, mi regalarono giochi di società... la racchetta da tennis.... insomma, dei giocattoli impropri. Il cavallo di Big Jim fu la fine di un era. O l’inizio di una nuova era. A scelta. L’era dell’età con due cifre. Non possiamo neanche più indicare quanti anni abbiamo con le dita... E’ veramente triste. postato da deniz |
21:51 | commenti (4)
mercoledì, luglio 05, 2006 Dicembre 1979 Mia cugina la vedevo meno spesso rispetto all’anno prima. Era sempre piena di compiti... e non andava neanche benissimo. Cioè... non rischiava certo di essere bocciata, ma non aveva gli stessi risultati delle elementari. La prof di matematica consigliava di mandarla a lezione. Io ero un po’ preoccupato di quello che mi avrebbe aspettato di li’ a un anno. Le medie erano “veramente” difficili... Aveva un libro di storia che era più grande del mio sussidiario. Ed era solo uno. Poi c’erano tutti gli altri. In pratica ogni professore si comportava come se ci fosse solo la sua materia così la mole dei compiti a cui ero abituato io, lei se la ritrovava moltiplicata per ogni materia. Praticamente non usciva più. Una volta alla settimana andava a “ginnastica artistica”. C’era il boom di ginnastica artistica. Tutte le bambine/ragazzine delle elementari e medie facevano ginnastica artistica. Era l’effetto Heather Parisi. Dopo la verticale, la ruota, e la difficilissima “verticale ponte” che già si facevano alle elementari, la moda del momento tra le ragazzine di prima media era la spaccata. Mia cugina ci riusciva. Ci avevo provato anch’io, ma.... zero. Proprio non avevo colpa. Tra le amiche di mia cugina c’era una specie di gara a chi faceva le robe più acrobatiche. Erano sempre a gambe per aria, cera la Heather Parisi mania. Anche mio cugino di due anni si era innamorato di Heather Parisi. E di conseguenza di una bambina con i capelli lunghissimi e biondi che abitava poco lontano. Lei era più grande.... andava già a scuola. Ogni giorno voleva andare alla finestra per guardarla mentre aspettava il tram. Disco bambina, pappà... bambina, bambina, bambina-à.... Ormai mai cugina la vedevo quasi solo il sabato sera. Al pomeriggio solo quando andava a ginnastica artistica, cioè l’unico pomeriggio in cui non doveva studiare fino a sera. Andava alla palestra della Rosta... cioè la stessa della scuola media. Ancora però era troppo piccola per andare da sola in tram e tornare alle 5 quando non ci si vedeva più. Siccome mia zia lavorava, la portava una vicina di casa... una vecchia che si chiamava W. Era tipo la vecchia di Flashdance, quella che alla fine muore. No, non è quella nella foto. Anche la W è morta. Da anni. Quando lo appresi ci rimasi comunque malissimo... certe persone sono un istituzione. Non possono mai morire... boh, siccome faceva parte della mia infanzia, io la pensavo sempre uguale. Invece il tempo passò anche per lei. Ci sono andai anch’io tante volte a vedere mia cugina fare ginnastica artistica, quando non avevo altro da fare. Una noia mortale, comunque. Lo fece per un anno, poi smise. martedì, luglio 04, 2006 Novembre 1979
A un certo punto mio padre smise pian piano di uscire la sera. Dopo una vita passata al bar iniziò a interressarsi di cose “da padre di famiglia”. Per prima cosa gli prese il “trip” dei lavori in legno. La cantina fu trasformata in “laboratorio”. Riciclò molti attrezzi di cui non si sospettava nemmeno più l’esistenza, appartenuti ai miei nonni. Martelli, pialle, seghe, morse.... un bancone da meccanico. Poi si comprò pian piano tutto il kit del “fai da te”. All’inizio solo il trapano... poi una pialla elettrica. Ma ricordo ancora quando gran parte del lavoro si faceva a mano. Tra le prime costruzioni, una voliera per uccellini.... già perché parallelamente al “trip” per il lavoro in legno, emerse il “trip” per gli uccellini... Devo aver già raccontato dei primi due canarini: Spennacchiotto e la Luli, ricevuti in regalo per compensare la rinuncia alla gatta nera trovatella chr fui costretto a collocare presso una vicina di casa. Vabbeh, nel giro di un poco tempo i canarini aumentarono e aumentarono ancora.... La Luli e Spennacchiotto non sembravano una coppia molto affiatata.... tanto da far dubitare, nei primi tempi che la Luli fosse un maschio. Spennacchiotto cantava.... lei faceva un trillo strano... mah.... Nel fattempo a mia cugina era motro Cip ed era rimasta solo la Ciap. Così provammo a scambiarceli. Le diedi la Luli che forse era maschio e provammo a mettere la Ciap con Spennacchiotto. Ma non divennero mai una vera coppia. Litigavano tanto anche loro. Alla fine poi mi ritornò indietro anche la Luli perché mio zio non voleva più canarini. E per non lasciarla sola le prendemmo un compagno: Hartz. Un giallo intenso. Almeno un colore compatibile. Poi successe che Biagio Cagossi* un vecchio amico di mio papà (vecchio nel vero senso della parola, aveva l’età di mio nonno) si stancasse a sua volta della sua coppia di canarini. E ce li regalò, gabbia compresa. Erano una coppia di gialli, il maschio intenso, la femmina brinata. Furono chiamati Sole e Luna. Quelli erano veri canarini! Sole fischiava divinamente.... furono anche ottimi riproduttori. Ci trovammo ben presto costretti a cercare nuove famiglie per i nuovi nati. Peccato, perché quelli erano canarini da tenere. Belli e canterini. Inizialmente i canarini furono messi nella mia stanza. Sopra al vecchio carrello porta tv. Due gabbie sopra e una sotto. Spennacchiotto e la Ciap, Hartz e la Luli, Sole e la Luna. Mi divertivo anche a liberarli e farli volare un po’... ma non erano domesticissimi. A mio padre però venne anche la mania degli uccellini “silvani”....cioè l’avifauna ancestale. Prese una coppia di cardellini, poi i friguelli, poi verdoni, poi i lucherini.... questi ultimi erano fantastici! Intelligentissimi! Mangiavano dalle mani e rientravano nella gabbia ovunque essa fosse. Poi però costruimmo una voliera, che in primavera sarebbe stata messa in giardino. All’epoca sembrava molto bella. Poi confrontata con tutti i lavori che ha fatto in seguito.... beh... faceva schifo. Poi il babbo costrui' anche un gabbione da merlo... no, non prendemmo un merlo... era per ridare il gabbione in prestito a mio nonno, il legittimo proprietario. Nel nostro gabbione ci mettemmo i fringuelli che in primavera divantavano molto litigiosi e picchiavano i verdoni. Ricordo la volta in cui mia madre si graffiò tutte le braccia per separarli, infilandosi negli sportelli della voliera costruita dal papà che aveva la rete tagliata con i tronchesni e fissata con i chiodi. Man mano rifacemmo tutto il “parco gabbie” (senza mai buttare le vecchie, ovviamente che tennero posto in cantina per anni e anni e anni). Quell’inverno quindi lo passai finalmente con mio padre, in cantina a misurare, disegnare e fare i punti con la matita sui legni da forare col trapano.... Era bello personalizzare e progettare le gabbie a seconda delle esisgenze... però c’erano anche tanti motivi di discussione. No’ così fa schifo... lo sportello mettilo qui, la rete sotto, no... voglio il divisorio, ci sono pochi pali... poi mio padre a lavorare è nervosissimo... un disastro. E' uno che deve lavorare da solo. Dopo le gabbie, mio padre continuò a fare tanti altri lavoretti in legno. Cestini per il lavoro a maglia per mia madre.... portagioielli, scatole portaspezie, mobiletti, scaffalini.... io persi interesse dopo un po’. Un conto era fare cose che per i miei animali, un altro fare mobili che non ritenevo indispensabili... e poi avevo anche altre cose da fare. Non potevo passare tutti i pomeriggi in cantina. |