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martedì, dicembre 12, 2006 Agosto 1980
![]() Le vacanze in Sicilia furono piuttosto brevi. Due settimane. Durante uno degli ultimi giorni della nostra permanenza assistemmo alla festa del santo patrono del paese. Una festa di dimensioni incredibili. Fu un evento che mi lasciò scioccato. Carri, fuochi artificiali, petardi…. Che cosa c’entravano poi i petardi col santo?? Ricordo la statua del santo col suo baldacchino portata a spalla per le strade della città. Ho visto persone togliersi orologi d’oro e anelli e depositarli nella cassa delle offerte. In una terra che doveva essere “povera”, paragonata a quella in cui vivevo io. Un'altra cosa che mi impressionò molto fu la devozione di alcuni fedeli che percorsero scalzi un cammino lunghissimo per seguire la processione. Ricordo una parente della famiglia che mi ospitava, che aveva fatto un voto: siccome la figlia era in crisi col fidanzato, fece voto che se i due si fossero sposati avrebbe accompagnato scalza il Santo Patrono durante la processione. Ricordo che alla sera aveva i piedi sanguinati, cotti sull’asfalto bollente di quel caldo luglio siciliano. I siciliani che ci ospitavano erano orgogliosissimi delle loro tradizioni e della loro cultura e avevano un gran piacere a renderci partecipi della loro festa. Tant’è che anche gli altri loro parenti che abitavano nel paese vicino avrebbero voluto che assistessimo alla festa del loro patrono che si sarebbe tenuta una settimana più tardi e che a loro dire sarebbe stata ancora più bella e spettacolare. Mio padre però doveva rientrare al lavoro. “Non c’è problema” disse uno dei diecimila cugini di cui non ricordo il nome “mio genero è un medico, io ti faccio fare il certificato è resti quanto vuoi.” Facciamo che prendi il treno della settimana prossima e prolunghi la vacanza fino al due agosto.” Mio padre con un impeto d’orgoglio rifiutò e con un pelino di razzismo disse che queste cose non erano parte delle nostre tradizioni e della nostra cultura. In realtà anche lui si era un po’ stancato. Solo mia madre, apprezzò appieno quella vacanza e sarebbe rimasta ancora. Ritornammo in treno, in quanto il collega di mio padre che ci aveva accompagnato in macchina, si fermò per altre due settimane. Fu un viaggio allucinante, durato quasi un giorno intero. Partimmo nel tardo pomeriggio con un treno locale che fermava in tutte le stazioni. Mi ricordo il suggestivo tramonto sullo stretto di Messina con Scilla e Cariddi all’orizzonte. Però ricordo anche il caldo mostruoso e soffocante del traghetto… e la puzza di piedi e di sudore di tutti i passeggeri che come noi affrontavano la notte in treno. Io per fortuna mi addormentai, mentre i miei genitori godettero della compagnia di un compagno di viaggio che passò tutto il tempo a sputare e tirare su col naso. Fino a Roma. Poi, fortunatamente scese. Arrivammo a Bologna verso le 10 e mezza, poi cambiammo treno. Per ora di pranzo eravamo a già a casa della nonna che venne a prenderci in macchina e ci portò a mangiare a casa sua: finalmente un bel piatto di tagliatelle al ragù dopo quindici giorni di pietanze stomachevoli che non sapevo apprezzare. Così quel fatidico due agosto alle 10,25 ero a letto nella mia casetta… Che bello quando riuscivo a dormire così tanto! Seppi della bomba grazie alla tv, accesa da mia madre dopo che aveva sentito alcune voci in giro. Ero già abbastanza grande per capire… In quell’inferno avremmo potuto esserci noi. Sarebbe stata una coincidenza perfetta. Le dieci e venticinque. Saremmo stati proprio là. Possiamo ringraziare l’onestà di mio padre, che quella volta ci salvò la vita. Ogni volta ci penso ancora. postato da deniz |
22:11 | commenti (2)
martedì, dicembre 05, 2006 Luglio 1980
Dopo un mese di vacanza totale passato con gli amici in giro in bici per il quartiere, tra gavettoni, battaglie a chicchi di uva acerba con la cerebottana, maldestri tentativi di pesca nel “Busone” e tutte le altre piccole libertà che arrivavano ogni giorno a testimoniare che si stava diventando grandi, partii per le vacanze vere e proprie. Quindici giorni in Sicilia con i miei genitori. Le ricordo come le vacanze più pallose della mia vita. Probabilmente per colpa dell’età, in cui si è ancora troppo piccoli per andare da soli e troppo grandi per seguire i genitori senza nemmeno un coetaneo conosciuto con sé. Io poi ero particolarmente orso e lento nel fare amicizia. Durante la vecanza ebbi diverse occasioni di frequentare altri bambini o ragazzini di poco più grandi di me. “Dai, vai a giocare con gli altri!” – esortavano i miei. Ma il tempo per me non era sufficiente per una giusta socializzazione che mi facesse sentire a mio agio. Per me restavano degli estranei. Stavo più volentieri con i miei genitori. Durante la vacanza fummo ospiti di un collega di mio padre, comisano d’origine ed emigrato a Reggio per lavoro. Abitammo nella sua “casa di campagna”, che restava vuota tutto l’anno e aveva un certo odore di... muffa.... un odore atipico. Un odore che non si sente nelle nostre case. I figli del collega di mio padre erano un po’ più grandi di me. Erano in Sicilia, ma non abitavano con noi. Erano dagli zii, dove vivevano altri loro cugini più o meno coetanei. Loro si conoscevano già da tempo, facevano “squadra” e si divertivano molto. Noi viaggiammo tantissimo, visitammo tantissimi luoghi di interesse... ogni giorno un posto nuovo. Posti sicuramente bellissimi... per un adulto. Io mi sentivo un po’ come il terzo incomodo.... le cose che ho viste un po’ le ho apprezzate. Magari avrei apprezzato di più in un altra stagione. C’era un caldo insopportabile, io ho sempre odiatato il caldo, il troppo sole, la polvere... i continui viaggi in macchina, all’epoca senza aria condizionata e con i genitori che fumavano. Mi viene ancora il vomito a pensarci. Non potevo non pensare agli amici che erano andati nei luoghi di vacanza più tradizionali e mentre io ero in macchina sotto il sole martellante a respirare la puzza insopportabile delle città siciliane, i miei amici erano in spiaggia tra gelati, gare di biglie e bagni in mare. Al mare andammo un solo giorno. Non era il mare che avevo in mente io, cioè quello con gli ombrelloni, la paletta il secchiello il bar con i flipper e l'altoparlante che trasmetteva Casadei sovrapponendosi al juke box che suonava il tormentone dell'estate. Era invece una spiaggia quasi deserta tutta a dune, senza nemmeno un ombra con un caldo al limite della sopravvivenza già dal mattino presto. Mi beccai un’insolazione che mi provocò ustioni dolorosissime sulle spalle e sulla schiena e un prurito da piangere. Passai un giorno a letto avvolto in un lenzuolo bagnato. Quando tornai a casa avevo le croste sulle spalle alte un dito. Non ho bei ricordi di quella vacanza, a parte le granite e la cassata (compensate però dal mio sommo disgusto per tutto l’altro cibo, dalle pastasciutte con le sarde alla carne tirona e immangiabile). Ricordo che salivo spesso su un albero d’olivo che c’era in cortile. Andavo fin su in alto e restavo solo a pensare ai fatti miei. Pensavo a come sarebbe stato bello avere almeno il mio cane. Invece l’avevo lasciato con la nonna. I canarini e gli altri uccelli con l’altra nonna. Tutti insieme in una voliera nel solaio. Erano tredici. Adesso non ricordo più di preciso "chi" fossero. Però ricordo che erano tredici. |