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venerdì, marzo 30, 2007 Maggio 1981 Il mio vicino di casa mi chiese di dargli una mano a gestire i cani in un esposizione speciale qui a Reggio. Praticamente dovevo preparargli i cani, toglierli dal trasportino (aveva un carrello rimorchio con quattro gabbie) e farglieli trovare pronti per il giudizio ad ogni cambio di classe. Così mi ritrovai a fare l’handler di pastori tedeschi quando ancora gli handler non esistevano. Il maschio in classe giovani lo lasciò presentare a me. Che responsabilità... e poi con i pastori tedeschi... c’era da correre. Vinsi il primo premio. Alla fine della giornata mi lasciò la coppa. Devo averla ancora da qualche parte. Ovviamente merito soprattutto del cane che era bellissimo. Secondo i canoni di allora. Ricordo che prima di ritornare a casa passammo dal suo amico allevatore.. quello che gli aveva dato i primi cani. Che brutta impressione però. Tanti recinti piccoli, vecchi con delle cucce in legno tutte sgangherate. Un recinto addirittura in garage dove c’era una fattrice di undici anni con una sola cucciola. Sapevo che alcune fattrici non erano mai uscite del loro box. Il mio vicino di casa lo giustificava: vive ancora con la mamma, la mamma ha paura dei cani.... per la cronaca, avrà avuto quasi cinquant’anni. Forse quaranta. All’epoca i quarantenni mi sembravano vecchissimi visto che erano più vecchi di mio padre. Mamma mia. Vabbeh... al ritorno da questa giornata memorabile, ricordo che andai da mia nonna. Come consueto andai dalla Pina, la cagnolina di casa per farle fare un giretto e... sorpresa! Non c’era. Per un momento mi spaventai e temetti il peggio. Poi seppi che mio nonno l’aveva portata da un vicino di casa perché si accoppiasse con un volpino. Doveva essere un volpino italiano bianco. Puro. O presumibilmente puro. Mio nonno voleva ripetere l’esperienza avuta per caso l’anno precedente, sperando di avere un altro cucciolo come Pinot, il piccolo rubato. O magari anche più bello. Se era venuto così con banale meticcio a pelo lungo, chessà che cosa sarebbe nato da un volpino vero! Mio bisonno preannunciò che se fosse nato un maschio l’avrebbe chiamato Alì, come l’attentatore del Papa. “Speriamo siano tutte femmine”- pensai. Pensai anche che avrei potuto chiedere di prendere uno di quei cuccioli a casa mia a Buco del Signore postato da deniz |
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mercoledì, marzo 28, 2007 Aprile 1981
Ricordo il funerale d mio bisnonno, il padre di mia nonna materna. Aveva ottantacinque anni ed era infermo già da diversi mesi. Cosciente però. Era il fisico che aveva ceduto. Negli ultimi mesi era accudito pressoché esclusivamente da mia nonna. Voleva solo lei, come i bambini che vogliono solo la mamma. Eppure aveva otto figli. Ma lei era la preferita. E l’unica femmina, o meglio l’unica vicino a casa. L’altra figlia abitava a Bologna. Chiedere l’aiuto dei figli maschi avrebbe significato farsi curare da una nuora. Nella cultura dei fratelli di mia nonna (e dei loro coetanei) certi lavori li fanno solo le donne. Che si tratti di bambini o di anziani cambia poco. “Meglio così “– dicevano tutti. “Ha finito di soffrire. Col carattere orgoglioso che aveva non sopportava di vedersi ridotto così. Il funerale di mio bisnonno è stato probabilmente il primo di cui sono stato pienamente cosciente. Mio nonno paterno è morto quando ero piccolissimo. Non ricordo niente. Poi c’è stato mio zio A. nel 77… qualcosa già capivo. Ma non andai al funerale. Andarono solo i miei genitori. Questo comunque era il terzo. La prima parte della mia vita è stata fortunatamente stabile da questo punto di vista. Avevo ben cinque bisnonni e i nonni erano giovani. Avevo tanti zii tutti sotto i settant’anni. Da quel momento in poi però iniziarono a mancare pian piano. Quasi tutti gli anni c’era qualcuno. E questo è purtroppo il nostro triste destino. Veder morire una alla volta tutte le persone che ci hanno voluto bene. E dover pensare che in fondo “è giusto così”. Basta andare in fila. Ai funerali di mio nonno c’era un sacco di gente. Essendo il primo della “serie” aveva tutti i parenti vivi. Otto figli in vita (uno morto prematuramente ma con moglie e figli), sedici nipoti e già molti bisnipoti. Più i vicini, i conoscenti e gli amici. Che erano tantissimi: praticamente tutti i contadini del paese, anche per via del lavoro di norcino che aveva svolto da giovane. E poi c’erano gli amici dei figli e dei nipoti Quelli che devono fare presenza non tanto per il defuntoi ma per “riguardo” nei confronti dei parenti. Era una giornata di sole. Un sole non troppo caldo.. un sole primaverile. C’erano così tante persone che persino il cortile di casa non bastava a ospitarle tutte. C’era la banda… Era un funerale all’antica. Quando suonarono “il Piave” ci fu il piagnisteo generale. Era “la sua canzone”. Lui che era così vecchio da aver combattuto la prima guerra mondiale. Mia madre si gettò in lacrime contro il muro. Anch’io sentii una grande commozione salire, anche se riuscii a trattenermi. Stavo male soprattutto a veder soffrire di mia madre e mia nonna. Di mio bisnonno conservo un ricordo positivo, anche se non era il tipo che raccontava favole o prendeva i bambini in braccio. Più spesso si limitava a fare il “cane da guardia” e a tenerci d’occhio dicendoci quello che non dovevamo fare. La parte più bella della sua personalità emerge dai racconti di mia nonna, non dai miei ricordi. lunedì, marzo 26, 2007 Marzo 1981 Con l’arrivo dei primi giorni di sole che annunciavano l’imminente primavera e con l’allungarsi delle giornate, ripresi a uscire al pomeriggio e a vedere i miei vecchi amici. “Rieccolo, il secchione!!”, “sempre in casa a studiare, secchionazzo!”… tutti davano per scontato che se rimanevo in casa ero per forza sempre sui libri… già… sui libri di cani! E poi c’era la TV. Che aveva sempre più canali e nelle reti locali non trasmettevano solo televendite come adesso. C’era Antenna Nord (la futura Italia Uno) che era una vera miniera di programmi interessanti. Hazzard, l’uomo da seimilioni di dollari e in seguito la donna bionica… vabbeh, poi c’erano i cartoni che comunque si guardavano ancora. Compresi quelli pensati per le bambine, tipo “Candy Candy, Peline Story, ecc.” che comunque guardavano tutti, pur senza ammetterlo. In ogni caso, almeno un pochino studiavo. Non ero solito andare a scuola senza fare i compiti e almeno una sfogliata approssimativa al libro la davo, anche se tendevo a sfruttare il più possibile il ricordo delle spiegazioni in classe per evitare di studiare a casa. Quasi tutti i miei amici però non facevano nemmeno il minimo indispensabile. E quindi, finito di guardare Hazzard e la donna bionica, uscivano a giocare a pallone. Anche d’inverno. Paragonato a loro ero un secchione persino io. Ricordo che rimasi sconvolto nell’apprendere, dopo qualche mese che non li vedevo, che quasi tutti i miei ex compagni delle elementari rischiavano la bocciatura. Anche quelli che l’anno prima erano tra i più bravi. Persino Rubens* che reputavo intelligentissimo. Si salvava solo Demetrio* i cui genitori erano severissimi. E poi c’era Cristoforo*… ma lui non veniva con noi alle elementari. Faceva il tempo lungo. E ora la rinomata “Manzoni”. Poi era uno scout… insomma giocava con noi al pomeriggio, ma aveva una vita parallela. Non era proprio uguale... era di un’altra estrazione. C’era da aspettarselo che andasse bene a scuola. Comunque, alla fine dell’anno furono quasi tutti promossi, anche se con appena sufficiente e calcio nel culo. Odiavamo tutti la scuola. Anch’io pensavo che finite le scuole medie sarei andato a lavorare. Magari avrei potuto aprire un pet shop. Ma ci volevano diciotto anni per avere la licenza… e nel frattempo? Vabbeh, avevo ancora due anni per pensarci. martedì, marzo 20, 2007 Febbraio 1981
![]() Dopo la riforma del 77, l’anno scolastico era diviso in quadrimestri e non più in trimestri. E non c’erano più voti, ma giudizi. Anche quell’anno quindi a febbraio, arrivò puntuale come le tasse, la pagella. Anzi la scheda. Non più pagella ma “scheda”. Rispetto alle elementari c’era una sostanziale differenza: si faceva sul serio. Se c’erano tante insufficienze, alla fine dell’anno si era bocciati. Mediamente c’erano due o tre bocciati per classe. Con record di cinque nelle classi più somare e di zero nelle classi secchione. Erano comunque tanti. Non erano solo i casi disperati da servizi sociali come avveniva alle elementari. Io fortunatamente non rischiavo di essere bocciato. Non ero nemmeno bravissimo. Sul discreto. Con alti e bassi. Andavo bene nelle materie “importanti”, che poi erano le più temunte. In matematica ero abbonato al “buono +”. In inglese ero tra i più bravi. Poi, paradossalmente mi tiravano verso il basso le materie considerate “facili”.... quelle che tutti amavano e consideravano come un diversivo. In educazione artistica e in educazione fisica raggiungevo la sufficienza per pietà. La prof. di applicazioni tecniche rischiava un infarto ogni volta che vedeva i miei disegni: imprecisissimi, con segnacci neri e pesanti e tracce di cancellature che non volevano sparire. Era già certo che non avrei fatto il geometra. In educazione musicale invece ero bravissimo: avevo ottimo. Il metodo dei giudizi lasciava spazio a molte interpretazioni personali: ogni professore aveva un modo proprio di dare i voti. I giudizi della professoressa di matematica erano praticamente dei voti camuffati in giudizio: ottimo, distinto, buono, discreto, sufficiente, insufficiente, scarso.... ricordo però la diatriba sulla gerarchia tra insufficiente e scarso. Alcuni di noi erano convinti che scarso fosse 5 e insufficiente 4. Altri dicevano all’opposto che insufficiente era meglio di scarso. Poi restava da stabilire dove si collocassero i “molto scarso” e i “gravemente insufficiente”. Ma tanto importava davvero poco, dal momento che chi prendeva quei voti aveva ben poche speranze di ripararli “matematicamente” con degli ottimo o con dei distinto. Il peggiore tra tutti i giudizi invece era senza ombra di dubbio l’”inclassificabile”. Ma sotto certi aspetti, in fondo... era quasi meglio di insufficiente. Incalssificabile era quasi un motivo di vanto. Non era da tutti. Se proprio insufficiente doveva essere.... almeno si era dei campioni di insufficienza. I campioni di insufficienza avevano sempre un certo fascino. Il fascino dei ribelli. Alle ragazzine piacevano o i geni che avevano ottimo in tutte le materie, educazione fisica compresa. Altrimenti piacevano i “maledetti” sprezzanti del giudizio degli adulti, che non temevano né genitori né prof. Chi prendeva discreto era decisamente poco interessante. Anche chi prendeva buono +. La prof di matematica non si dilungava in commenti e spiegazioni. I giudizi erano sintetici e quasi inequivocabili . Ogni piccola perfezione era un meno. E gli errori gravi abbassavano di un’intera classe di giudizio, trsformando gli ottimo in distinto, i discreto in sufficiente e così via. Buono +. I giudizi della prof di italiano, all’opposto erano quanto di più misterioso e inafferrabile. Giudizi lunghissimi e articolati alla fine dei quali non si sapeva mai se si dovevia essere contenti o no. A meno che non si trattasse di un giudizio completamente positivo o negativo sotto tutti gli aspetti. “Bene la lezione del giorno, ma devi ripassare meglio!” Quindi? Cioè... basta la puntuale ottemperanza nella lezione del giorno a giustificare qualche lacuna sul ripasso? In sostanza che cos’ho preso? Discreto? Più che sufficiente? Suff +? Mah! “Ricorda alla perfezione la parte spiegata in classe, ma tutto lascia pensare che il libro di testo non sia stato nemmeno letto. Come al solito deve curare di più il ripasso. Ottime capacità di analisi logica e grammaticale per le quali dimostra una particolare predisposizione. Esposizione corretta con linguaggio appropriato e buona sintassi. Corretta l’analisi del brano di Omero, ma preferirei un’esposizione più sicura.” Vabbeh... in sostanza? Quanto conta la sicurezza rispetto alla preparazione effettiva? E’ meglio uno che risponde a quattro domande tentennando un po’ o uno che spara sicuro e ne azzecca tre? Fino a che punto posso permettermi di non leggere il libro di testo sfruttando la mia capacità di ricordare le cose spiegate in classe? Se le cose comunque le so, quanto è importante dove e come le ho imparate? e.... in sostanza che cos’ho preso? Il dubbio era sempre lo stesso. Nei temi l’incertezza era ancora maggiore, perché nel giudizio quasi sempre si contrapponevano apprezzamenti e lamentele. Apprezzamenti per la correttezza grammaticale, per lo stile e per il lessico ampio. Critiche per l’eccessiva prolissità, per il disordine e per gli errori di distrazione che rischiavano di sembrare brutti errori di ortografia. Difficilmente c’erano commenti sui contenuti. Da quel punto di vista era una prof molto “avanti”. Molto di più di quelli che ho incontrato più avanti alle superiori. Era una professoressa molto in gamba. Putroppo l’ho rivalutata solo dopo. A quel tempo vedevo solo il suo lato “rompicoglioni”. Solo in seguito mi sono reso conto di quanto mi abbia insegnato. Poi c’era la prof d’inglese con i suoi giudizi fantasiosi: “più che soddisfacente”; “hai fatto un compito encomiabile!”; “da te mi aspetto di più”; “bravo somaro!”. Quella volta del “bravo somaro” però la presi piuttosto male. In realtà erano giudizi chiari, anche se era difficile fare paragoni con i voti degli altri e medie con i giudizi precedenti. E probabilmente era questo il senso della riforma che aveva messo al bando i voti e introdotto i giudizi. Per non far sentire i ragazzi “a cottimo”, continuamente giudicati e soppesati come fossero merce o schiavi al mercato. Questo vale 10, questo vale 9, questo vale 6. Le prof di italiano e inglese lo avevano capito. I loro giudizi (quelli di italiano soprattutto) davano sicuramente molte più informazioni ai genitori, sia in merito all’attività svolta che alla reale preparazione degli alunni. Paradossalmente però tutti gli alunni preferivano comunque i voti ai giudizi. E tra i giudizi quelli chiari sintetici e inequivocabili, rispetto a quelli minuziosi e dettagliati. Anch’io tutto sommato, malgrado il mio spirito anticompetitivo. Perché poi in sostanza si veniva promossi o bocciati comunque. E alla fine della scuola ci sarebbe stato un giudizio E allora tanto valeva era dire le cose come stavano. Anche i genitori, in generale, non avevano capito lo spirito della riforma e preferivano i giudizi “standard” della prof di matematica ai piccoli resconti della prof di italiano. A tutti continuava a interessare che cosa avessero preso i propri figli, non certo che cosa avessero imparato. martedì, marzo 13, 2007 Gennaio 1981
![]() “Ti ho preso una cosa nuova” – disse mia madre una sera mettendo in tavola la cena. “Dimmi se ti piace”. Erano i sofficini. Quelli con mozzarella e pomodoro. “Sono buoni “ - dissi. Mia madre fu molto contenta. Finalmente dopo un'infanzia di inappetenza e gusti difficili tornava ad avere qualche speranza di mettere in tavola qualche cosa di gradito. Così, anche il giorno seguente mi ripropose entusiasta i sofficini. “Ci sono anche altri gusti, sai?”. Nell’arco di poche settimane li sperimentammo tutti. Nei mesi seguenti mangiai sofficini più o meno tre/quattro volte la settimana. Un mattino guadandomi allo specchio mi accorsi che avevo gli occhi a forma di sofficino. Anche la bocca era a forma di sofficino. Forse anche le orecchie. Ero un sofficino umano. Per un po' non osai protestre. Per tutta l'infanzia ero stato rimproverato per i miei gusti difficili; mi accusavano di far tribolare la mamma che doveva cucinare apposta per me. In generale dicevano tutti che ero un bimbo bravo… bimbo… ormai un ometto! L'unico neo a detta di tutti quello di essere viziato nell’alimentazione. E qusto non mi piace. E questo non mi va. Se mangiavamo a casa di altri chi cucinava doveva sempre informarsi per non mettere in tavola cose che non mi piacessero. Ormai mi vergognavo un po’ di questo e quindi non mi sembrò il caso di fare il difficile per qualcosa che tutto sommato era buona. Così sopportai, per mesi e mesi. Forse anni. Poi un giorno crollai: “mamma, ti prego… basta sofficini!!” “Ma io credevo che ti piacessero!” – disse la mamma mortificata. Entro un certo limite mi piacciono, in effetti…. Ancora oggi, dopo essermi disintossicato, ogni tanto li apprezzo. E poi hanno un ottimo rapporto bontà/semplicità e velocità di preparazione. La storia dei sofficini comunque mi traumatizzò… per anni ho tremato di fronte alle domande del tipo “ti picciono di più le lasagne o la pasta al forno?”. “ti piacciono i torelli di castagna?”…. sapevo che avrei finito col pentirmi di qualsiasi risposta avessi dato. postato da deniz |
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lunedì, marzo 12, 2007 Dicembre 1980 Partì da quell’anno la tradizione di passare la Vigilia di Natale a casa di mia zia, la sorella di mia madre. Gli anni ’80 erano gli anni del consumismo. Ricordo quella prima cena esagerata. Con tantissima roba da mangiare. Tanto da stare male. Ricordo l’antipasto di salmone affumicato col burro. Anche quello divenne tradizione. All’epoca era carissimo. Adesso lo trovi al discount… o anche alla Coop che costa meno del prosciutto cotto. Poi, i cappelletti… poi il pesce, tantissimo pesce… lo stortino, i pesciolini puttanini. E ovviamente anche qualche portata di carne per chi non ama il pesce, tipo mio padre. Comunque apprezzai questo voler “strafare” una volta all’anno. Poi c’era il dopocena con tutti i regali sotto l’albero. Regali per tutti. Anche questo era abbastanza atipico fino a quel momento. Negli anni ‘70 i regali si facevano solo ai bambini. Regali semplici… un libro, un gioco. Quell’anno ci furono tantissimi regali. Non solo per me e per mio cugino, ma anche per il nonno, per la nonna, per i genitori… Mio cugino all’epoca aveva tre anni e per lui fu un momento magico. Ricordo ancora il dopocena, e l’attesa di spostarsi dalla sala da pranzo al salotto dove c’erano i regali. Ricordo l’impazienza di mio cugino: “Secondo me è già arrivato Babbo Natale”. Anche per me sono comunque bei ricordi. Il venticinque per par-condicio si passava dall’altra nonna. Un pranzo con menù per fortuna molto più contenuto. E poi c’era la concomitanza con il compleanno di mia cugina, nata per Santo Stefano. E l’appuntamento successivo era tradizionalmente il primo gennaio a casa di mia nonna materna. Ancora una volta con la parte materna della famiglia. L’ultimo dell’anno solitamente lo passavo a casa dei nonni, mentre i genitori trovavano andavano a qualche festa con gli amici e tiravano tardissimo. Mia nonna racconta che quando, prima io, poi mio cugino, eravamo piccoli sui 5/6 anni, alle dieci spostava avanti l’orologio di due ore. “E’ mezzanotte! Facciamo il brindisi!”. Poi si scoppiavano due petardi, si accedeva una girandola e si andava a letto contenti. Quell’anno c’era per casa anche il cucciolo della Pina. Le femminucce furono accasate poco dopo i due mesi di vita. Una la prese un contadino di Gavasseto. L’altra la affibbiò mio nonno in modo molto scorretto a un genitore che al mercato bestiame doveva gestire i capricci di un bambino per un cane che costava ben 50.000. “Se vuoi te ne do io uno gratis” –disse mio nonno tra le maledizioni del venditore cagnaro. Il padre acconsentì….. speriamo sia andato tutto bene. Non ho più avuto notizie di quella cucciola, purtroppo. Il piccolo Pinot, l’unico maschio, il più bello della cucciolata, tutto rosso con la faccia da volpe (in realtà sembrava un tervuerenino… ma piccolo piccolo… candidato a rimanere sui 6/7 kg) era promesso a un’amica di mia zia. Lo avrebbero chiamato “Kiss”. Come bacio. Come il complesso musicale. Che nome odioso. Io però dentro di me sentivo che mio nonno … anzi, mio bisnonno…alla fine avrebbe trovato scusa e si sarebbe rifiutato di darlo. Era talmente bello che restavano tutti a bocca aperta. Con tanto pelo morbido… Durante quelle vacanze natalizie me lo godetti tantissimo. Lo portavo sempre in casa e…. il gioco era lui. Sapevo che non avrei dovuto affezionarmi, ma era più forte di me. Pinot fu rubato nel gennaio dell’81. Un mattino mio nonno si accorse che i cani erano stati liberati entrambi. La Pina tornò all’ora della pappa. Pinot non fu più trovato. Eppure era un cane abituato a stare libero…. Qualche volta andava al bar, attirato dalla gente. Per un paio di volte ce lo avevano riportato. Per questo alla notte iniziarono a metterlo alla catena. Una catenina piccola… e lunghissima. I nonni pensavano stesse meglio così che in un recinto che peraltro non sapevano dove mettere. Anche la Pina aveva una catena… Stavano vicini ma entrambi legati. Non potevano essere scappati entrambi contemporaneamente. Sarebbe stata una combinazione improbabile. Sicuramente qualcuno li aveva liberati. Forse la Pina non si è lasciata prendere mentre il piccolino, da bravo cucciolo è saltato tra le braccia dei rapitori. Però... che strana cosa. Lo cercammo tantissimo in giro ovunque. Ricordo che una sera andammo a casa di un contadino che abitava poco distante per vedere un cucciolo che avevano ritrovato. domenica, marzo 04, 2007 Novembre 1980 La scuola diventava sempre più pesante. Non andavo male, ma neanche benissimo. Avevo un po’ di alti e bassi… in generale ero bravo ma incostante. Non studiavo sempre. I prof in generale erano degli spaccaballe senza pari. La prof di lettere ci riempiva di “ciclostili” che si sommavano a quello che già avrei dovuto studiare sui libri. La prof di matematica era severissima e faceva dei cicchetti a tutti non solo per cose relative alla scuola, ma per il comportamento, il modo di vestirsi , l’alimentazione, l’igiene… insomma una vera e propria “educatrice”. I prof in generale avevano un modo di fare tale da far sentire gli alunni “dall’altra parte”. Loro contro di te. Erano lì per giudicare, per valutare, per bocciare, per renderti la vita difficile. D’altra parte molti dei miei coetanei erano ormai “feccia sociale”. Non eravamo più i “bambini” simbolo dell’innocenza e della purezza da prendere come esempio. Molti ragazzini (soprattutto i maschi) passavano la giornata a gironzolare per il quartiere, tra partite di caletto giri senza senso, qualche ragazzata e.. ozio. Tante parolacce, tanta maleducazione…. Ancora niente canne o simili. Sarebbero arrivate dopo. C’era qualche raro caso disperato che iniziava a fumare. Dalla seconda/terza media in poi. Ricordo Zurli** un tipo della F pluriripetente che a tredici anni aveva le dita gialle di nicotina. Era l’unico che si vedeva fumare in giro. Qualcun altro fumava di nascosto. Io ricordo che ero impressionatissimo da questa cosa. Ma fui ancora più sconcertato quando seppi che un’amica di mia cugina si era presa una cotta per questo tipo. Come poteva piacere uno così? Mah. Forse pensava fosse tipo Terence di Candy Candy. Era solo l’inizio del mio “non capire le donne”. Durante l’adolescenza mi resi sempre più conto che più erano stronzi e più piacevano. Io ero quello buono bravo e sfigato. Mio padre iniziò a cantare in un coro, invitato da un amico che cantava già da un anno. In seguito anche mio zio si unì a questa nuova attività. All’inizio ero contento di questo suo hobby. Lo seguivo volentieri quando si esibiva e mi piaceva. Poi mi piacque sempre meno e mi creava un po’ di imbarazzo… Cantavano canzoni vecchissime, motivetti popolari, canti partigiani dei tempi dei miei nonni. Poteva essere un bellissimo omaggio per loro (ogni volta che il coro si esibiva c’era sempre un ricco stuolo di vecchietti commossi ed entusiasti). Ma trovavo anacronistico che canzoni del genere monopolizzassero gli interessi musicali di mio padre. Lo vedevo fuori dal tempo. Quelli della sua età avevano vissuto gli anni 60 e 70. La rivoluzione della musica leggera, gli anni dei “complessi”, del rock, dei grandi cantautori… non poteva fermarsi al dopoguerra. I genitori dei miei amici si incontravano spesso tutti insieme. Andavano a mangiare la pizza, seguivano il calcio, andavano al mare e in montagna insieme… boh… forse era un “mio” problema, ma io li vedevo più … inseriti nel giusto contesto. Più normali. I miei genitori conoscevano molti di loro: da giovani avevano fatto “squadra” insieme. Io avrei preferito avessero continuato anche solo per essere “più uguale agli altri”. Mio padre cantava sempre… canta anche adesso. Ma non canta mica Mina, Celentano, Morandi e quelli dei suoi tempi. No… le canzoni partigiane, le canzoni degli anni trenta, il peggio della musica locale trash e altre canzoni che sa solo lui. A squarciagola, in giardino, nei campi, per strada… Qualche volta avevo notato che i miei amici sentendolo ridevano. E a un certo punto cominciò a crearmi grande imbarazzo. Ma dovevo stare zitto. Mio padre è permalosissimo, non avrebbe sicuramente capito e iniziato tutti i discorsi che “si devono vergognare i figli dei ladri” e che lui va a testa alta e canta come è capace ecc. ecc… facendoti sentire una merda, tu che “ti vergogni” di colui che ti mantiene. Vabbeh. Acqua passata. Tra l’altro anch’io canto sempre. Spessissimo. I vicini di casa mi sentono sicuramente. E canto le canzoni che piacciono a me… forse un giorno mio figlio si vergognerà allo stesso modo. Io però almeno potrò capirlo e magari fare in modo di non metterlo in imbarazzo. |