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Avete scritto:
chaitanya in Giugno 1985Non arr...


lunedì, aprile 23, 2007
 

Settembre 1981

 

Il 13 settembre portai a casa l’Isi. Aveva 52 giorni. Questo quando su tutti i libri ci si raccomandava che i cuccioli dovessero rimanere con la mamma per almeno 45 giorni... poi il limite si è spostato a 50 e poi di nuovo a 60. Le teorie cambiano anche se i cani sono sempre gli stessi di prima.

All’epoca, tra le altre cose, avevo letto che il periodo tra l’ottava e la decima settimana era il periodo più aperto all’impronta della paura e si sconsigliava di trasferire i cuccioli in questo periodo. O lo si faceva tra la settima e l’ottava settimana oppure si attendeva oltre i due mesi e mezzo.

Considerando che il maschietto era finito sotto un’auto nel cortile del vicino, pensai che la cosa migliore fosse portare a casa il mio cane al più presto. E fu una buona scelta. I miei genitori avrebbero voluto rimandare il più possibile. Non c’è ancora niente di pronto. Dobbiamo ancora costruire la cuccia. Non c’è un recinto e in giardino passa tra la rete. Può cadere dalla scala a chiocciola” Era vero. Però sapevo che se no ci fosse stata l’urgenza, non si sarebbero mai attivati a per rendere la casa a misura di cane.

Il distacco dalla mamma e la sorellina in ogni caso no fu così drastico come nella normalità dei casi. La Pina e la Jenny restavano le cagnoline di mia nonna... e affezionatissime a me. Forse più a me che non ai padroni veri. LIsi ebbe frequentissimi contatti con loro anche nelle settimane successive al suo arrivo a casa. La prima volta che incontrò la sorella dopo appena una settimana ci fu però un violentissimo litigio. Forse per gelosia nei confronti della mamma (la Isi in un momento di nostalgia corse ancora a carecae il latte). Quando le cucciole erano insieme era evidente che la Isi era dominante e la Jenny sottomessa. I loro giochi erano molto improntati alla lotta e alla gerarchia... sembravano dei boxerini. Probabilmente con la partenza della Isi, la Jenny si è sentita la padrona di casa e non ha più accettato la sua supremazia. Certo che .... a soli due mesi... un bel caratterino.

In seguito le cose migliorarono... ci furono un paio di episodi sedati senza difficolatà. Poi ritornarono amiche.

La prima notte nella casa nuova la Isi la trascorse sul balcone della mia camera, in una scataola arredata a cuccia vicino alla porta. Le avevo messo uno straccio della vecchia cuccia, un giocattolo e una sveglia, come da manuale. Quella notte mio padre non dormì a casa. Putroppo lo zio V. era ricoverato all’ospedale in gravi condizioni e doveva essere vegliato giorno e notte. Era il turno di papà.

Per non indurre la cagnolina a cercare di entrare e per lasciarla tranquilla il più possibile quella notte dormii con mia madre. L’Isi dormì tutta notte. Al mattino però fui svegliato alle sei dalla cucciola uggiolante che picchieva contro il vetro... o meglio dalla cucciola già entrata perché quando aprii gli occhi mia madre le aveva già aperto la porta. “Ma che felicità, che felicità” – diceva mia madre.

La Isi era talmente felice di rivederci che aveva fatto la pipì sul pavimento della sala... vabbeh era un cucciolo, può capitare. Nel manifestare la sua contentezza la isi compiva rapidi giri su se stessa come una trottola...  continuò a farlo per tutta la vita. Era una sua peculiarità. Negli anni mi è capitato raramente di vederlo fare da altri cani.

Lo zio V. morì  il 27 settembre. Io e mia cugina rimanemmo a casa da scuola per assistere al suo funerale. Un altro. Il secondo in breve tempo. Il secondo di una lunga serie... Ma non posso appallare il blog raccontando la morte di tutti i mie parente, anche se fu un evento tristissimo che ricordo come fosse ieri.

Quindi torniamo a parlare ... di cani. La Jenny rimase invece a casa di mia nonna. Fu messa alla catena di fianco alla Pina per evitare che faceesse la fine del fratello. Veniva liberata spesso a dire il vero... ma per lei iniziò la classica vita “da cane”.

“La sorella ricca e la sorella povera” – dicevano i miei nonni quando andavo da loro con lIsi e le due sorelle si ritrovavano. LIsi aveva degli atteggiamenti snob... non si sedeva per terra, ma solo sui cuscini. Schifava il pane, la pasta troppo scondita e gli altri “avanzi” (a cui pensava la Jenny). Faceva le scale senza scivolare, amava salire sulla macchina e voleva andare sempre in giro. Capiva tutto quello che si diceva. Col tempo il divario aumentò. La Jenny rimase a fare il cane.. la Isi diventò una “persona” di casa. Volevo molto bene anche alla Jenny e  a volta mi prendevano degli strani sensi di colpa... A volte non potevo fare a meno di pensare che se avessi fatto altre valutazioni o avessi seguito i consigli di quelli che dicevano che la Jenny era più bella, il loro destino si sarebbe invertito. La Jenny poteva essere a casa mia a giocare a fare i cane di razza e l’Isi legata nel cortile. Non ce la vedevo proprio l’Isi legata nel cortile che si gettava a pancia all’aria nella ghiaia per sottomettersi e farsi slegare. Lei con la sua dignità... non riuscivo a pensare che avesse potuto maturare un carattere simile. Forse sarebbe diventata il classico cane ringhioso e territoriale che attacca i polpacci ai visitatori. L’Isi sottomessa era un immagine che non riuscivo a figurarmi.

In ogni caso la Jenny non stava male... faceva la sua vita,  non aveva mai conosciuto tutto quello a cui l’Isi ora non poteva più rinunciare. Erano due modi di vivere... diversi.

Penso che se l’Isi si fosse ritrovata al posto della Jenny avrebbe sofferto. Ma la Jenny non sapeva che cosa si perdeva e  tutto sommato stava bene così.

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martedì, aprile 17, 2007
 

Agosto 1981


 Per tutto il mese, mi recai a casa di mia nonna praticamente tutti i giorni. Pensavo solo ai cuccioli, passavo ore e ore con loro a osservarli e a guardare i loro progressi.

Al pomeriggio portavo la madre e i cuccioli nell’angolo più ombreggiato del cortile dove sedevano mio bisnonno e le vicine di casa a chiacchierare e spettegolare. “Sei venuto a trovare la nonna o i cani?” chiedevano le befane della casa di fianco, lasciando intendere che prestare troppa attenzione alle bestie significava non voler bene alla nonna. Ben presto i cuccioli divennero frequente motivo di contrasto con i nonni, i genitori e il mondo degli adulti. “Lasciali stare, dai che possono avere le pulci",  "vatti a lavare le mani", "...e non portarli sempre in mezzo alle persone", "..e basta sempre con quei cani", "e fai questo",  "e fai quello" ...un sacco di pretesti per allontanarmi dai cani e indirizzarmi a attività più meritorie.

In più, ogni volta che i miei genitori mi rimproveravano a causa dei cani, mio nonno si sentiva chiamato in causa e sgridava pure la cangnolina Pina, mandandolo a cuccia come se fosse colpa sua se io lo portavo tra la gente. Io ovviamente ci stavo malissimo.

A un mese di età i cuccioli erano molto poco volpini.. Erano tutti a pelo corto, quasi raso. La coda era portata ad anello ma non proprio arrotolata sul dorso,  per il resto.... da cuccioli si capisce poco, ma non sembravano dei volpini. Erano dei comuni meticci. Molto meno belli rispetto ai gomitoloni pelosoni della cucciolata precedente. Così mio nonno chiese spiegazioni al proprietario del maschio a cui l’aveva lasciata per ben due giorni e  scoprì l’inghippo...

Il cane volpino scelto per l’accoppiamento era molto vecchio. Aveva dodici anni. Forse era un po’ imbranato, forse era solo la femmina che non lo gradiva... insomma per farla breve, dopo mezza giornata di inutili tentativi, il proprietario del volpino ebbe l’idea di chiedere a un altro vicino. Anche lui aveva un volpino. Rosso. Solo che questo aveva quattordici anni... e nemmeno questo risultò di gradimento della Pina. “Ma perché volete accoppiarla col vecchio che non è neanche un cane di prima qualità?” disse allora l'ultraottantenne signor Comelli* proprietario del volpino rosso. Abbiamo anche il “giovane” (di soli otto anni!!) che è più sveglio e inoltre è intelligentissimo e bravissimo a prendere i topi. Un gran cane, proprio un gran cane. Infatti riuscì subito ad accoppiarsi e ad assicurarsi una progenie. Quando lo vidi  per la prima volta per poco non mi sentii male. Era uno dei cani più brutti che avessi mai visto. Pelo corto, con una zampa bianca e una rossa, macchie asimmetriche, gambe storte, doppi speroni deformi  e occhi fuori dalle orbite. Però prendeva i topi. I cuccioli furono una via di mezzo. Io all'epoca preferivo il colore rosso uniforme. Quelli erano pezzati ma molto simmetrici. Caddero invece tutte le mie speranze per il pelo lungo. Ma ormai erano i miei cani, che avevo visto crescere. E avevo giù scelto la cucciola con meno bianco. Se non aveva l’aspetto di un volpino ... pazienza.

"Hai scelto la femmina più brutta" - diceva mio nonno. E' lunga, è sproporzionata. L'altra è più piccolina, più benfattina...  Forse aveva ragione. Ma ormai avevo deciso da tempo... è difficile cambiare idea. In realtà poi l'altra diventò un comunissimo bastardino. Benfattina, piccolina, ma tutto sommato più anonima. La tenne mio nonno e la chiamò (cioè la chiamai) Jenny. L'Isi invece era più strana..... più originale. Più pezzo unico. Molti chiedevano che razza fosse... non aveva l'aria del comune meticcio. Forse anche a causa del mio rapporto con lei.  I comuni meticci in genere erano in mano o a gente che "tanto è solo un cane" o da persone che "pucci pucci il mio tesorino, mettiamo il cappottino e la pettorina". Io invece la trattavo... come un cane di razza... è difficile da spiegare.

Per ferragosto lasciai i cani ai nonni per il weekend e andai con i miei genitori al lago di Ledro, dove  fummo ospitati in tenda da una coppia di amici. Era la prima esperienza in campeggio. Negli anni precedenti mia madre si era sempre dichiarata contraria. Più che altro per paura dei topi, dei serpenti e di altri animali che potrebbero entrare mentre si dorme. “In roulotte forse potrei provare” – diceva – “ma in tenda no”.

Invece quando ci si trovò, si accorse che non era niente di drammatico.... anzi.. l'esperienza piacque così tanto che prima di tornare a casa ci fu l’evento che diede una svolta a tutte le nostre estati successive: comprammo una tenda. Una tenda usata. Usata una sola volta. Ci fu venduta da una coppia di olandesi che erano proprietari di una fabbrica di tende. Non avevano interesse a riportarsela in olanda. Preferivano viaggiare leggeri al ritorno e l’anno successivo ne avrebbero comprata un altra. In vendita in realtà ce n’erano due. Entrambe a casetta, a quattro posti (teorici). Una era un po’ più grande, ma la più carina era la più piccola. Scegliemmo quella. Era a forma di casetta asimmetrica. Nella parte bassa c’erano le camere: due cuccette divise da un telo di stoffa. Nela parte alta la cucina. Ci si stava in piedi. Contro la parete c’era il fornello e il mobiletto dei piatti e al centro in extremis poteva stare un tavolo quadrato. C’era una picccola veranda scoperta (una tettoia in pratica) e una grande porta grande come un’intera parete della zona giorno.Mio padre rimase affascinato dal lago di Ledro. L’anno successivo saremmo tornati lì. E anche l'anno dopo. E quello dopo ancora. Indovinate dove sono adesso i miei genitori?


postato da deniz | 22:29 | commenti (6)


mercoledì, aprile 11, 2007
 

Luglio 1981

 

 

 

Secondo il bilancio finanziario familiare, quell’estate saremmo rimasti a casa. E tutto sommato per me era fantastico. A quell’età mi divertivo molto più a casa con i miei amici. A undici anni avevo una discreta indipendenza dai miei genitori. Con la bicicletta si girava per tutto il quartiere... certo non è che si andasse chissà dove. Ma non si era più costantemente sorvegliati. Una delle nostre mete preferite era il “busone”. I bolognesi si sganasceranno dalle risate... ma a Reggio quel termine non ha lo stesso significato. Significa solamente grossa buca. Il Busone era appunto una grossa buca, una specie di laghetto che si formava (e si forma tuttora) sotto una grande cascata del torrente Acqua Chiara. E' uno dei pochi punti un po' profondi... ma credo che un adulto tocchi comunque. Non si può sapere dal momento che nessuno faceva il bagno in quella specie di fogna. C’era chi pescava, molti con canne improvvisate e attrezzature messe insieme riciclando gli scarti di genitori e parenti pescatori. Il fiume era principalemnte popolato di “gobbi bastardi”. C’erano anche dei pesci rossi, qualche pesca gatto. Tanto si ributtava tutto in acqua. Nessuno si azzardava a mangiare quelle schifezze... oltretutto il fiume allora era molto più inquinato di quanto non lo sia adesso. E' migliorato tantissimo negli ultimi anni. E poi ci hanno fatto anche un bel vialetto, con lo seccato, i lampioncini... allora si procedeva lungo gli argini tra le ortiche, le razze e i residui depositati dalla corrente. Ovviamente i genitori  non dovevano sapere che andavamo là. Quando eravamo a casa evitavamo di nominare quel posto (conosciuto anche da loro che erano stati bambini prima di  noi). Oppure lo chiamavamo “il laghetto” per non destare sospetti. I genitori infatti temevano che potessimo cadere in acqua... e comunque qualsiasi cosa ci capitasse, si era lontani dalle case e dalle zone abitate... sperduti tra i campi. Nessuno sarebbe venuto in nostro soccorso.  Il busone era come una zona franca. Un rifugio. Un mondo nostro da cui erano esclusi i grandi. E anche i troppo piccoli che almeno lì non rompevano. Vi si accedeva grazie a un lunghissimo e strettissimo vialetto sterrato che correva lungo gli argini. Ci voleva la bici...o il motorino, ad avercelo. A piedi era piuttosto lungo. Portavamo là tutte le cose “proibite”. Dalle acrobazie in bicicletta ai fumetti porno. Dai giri sul motorino truccato fregato al fratello più grande alle prime sigarette. I più grandi a volte portavano qualche ragazza per “imboscarsi”. Le ragazze più facili e più cesse, ovviamente. Non era un posto molto romantico..
Noi piccoli li sbirciavamo da lontano e   Andavamo soprattutto noi maschi, ma quelche volta venivano anche l’Ivonne*, la Clelia* e la Beatrice, l’ultima arrivata nel nstro cortile. Mia cugina e le sue amiche invece non venivano mai. Lungo la strada che da casa nostra portava al Busone c’era il frutteto della “brugnaröla”  che ci divertivamo a depredare per farci delle grandi scorpacciate di prugne. Ovviamente bisognava stare molto attenti a non farsi beccare dalla “brugnaröla” era cattivissima... ma non è andata sempre bene. Un suo litigio con l’Ivonne è divenuto leggendario. Per poco non si menavano.

L’evento clou del mese però per me  fu la nascita dei cagnolini aspiranti volpini del nonno. Nacquero mercoledì 23 luglio alle undici di sera, me lo annunciò mio padre tornando dal bar. “Un maschio e due femmine. Sono tutti bianchei e rossi” – mi disse. Il giorno dopo alle sette del mattino ero già dai nonni.  Che peccato quel colore... non era un colore da *volpino*”. D’altronde da una mamma rossa e un padre bianco... poteva starci un misto tra i due. Nessuno era risultato essere come Pinot, il cucciolo rubato della cucciolata precedente. Comunuque erano pezzati bene. Il maschio era completamente rosso con un collare bianco completo, muso bianco con leggera lista sulla testa, zampette bianche e punta della coda bianca. Solo una piccola asimmetria nella zampa davani e nella lista bianca tra gli occhi. La femmina più piccola era come il maschio ma senza lista in testa e perfettamente simmetrica. L’altra senza collare bianco. Solo muso,  petto zampette e punta della coda.  Sembrava disegnata. Essendo quella con meno bianco che ricordava più la mamma (e Pinot) fu da subito la mia preferita. Anche se questa storia del volpino non mi convinceva molto.

postato da deniz | 22:09 | commenti


lunedì, aprile 02, 2007
 
Giugno 1981



Anche la prima media finì. Per me l’esito fu la promozione. Con una pagella tutto sommato abbastanza buona. Non voti eccezionali, ma potevo andare a testa alta. Nella mia classe furono promossi tutti. C’erano almeno quattro soggetti che avevano penato fino all’ultimo. Alla fine comunque ci aspettavamo solo un bocciato. Però lo graziarono. Era il mio storico vicino di banco puzzone e sornacchione. Sperai che l’anno successivo almento cambiasse posto.

Erano poche le classi senza nemmeno un bocciato. Nelle altre sezioni ce n’erano sempre almeno due o tre. Tra i miei ex compagni delle elementari bocciarono Fabrizio Bellini*  che era in G, la Romana Vezzani* in F e la Nadia Rota* che però faceva la scuola d’arte. Essere promossi era tutto sommato facile, ma non così scontato. Anche se sapevo benissimo che sarei stato promosso, ricordo che leggendolo sui tabelloni ebbi un emozione  come ... un effetto “goal”. Avevo vinto. Sentivo di dover esultare. Allo stesso tempo ero un po’ sconcertato per i bocciati. Quelli delle altre sezioni erano un po’ una sorpresa... non sapevo i voti di tutti.

Alcuni lo sapevano e non erano nemmeno andati a controllare. Altri se ne fregavano... ricordo che di questo un po’ scandalizzato. Anche nei giorni successivi quando li vedevo in giro.  Li vedevo in piscina...  li vedevo in bici... io se fossi stato bocciato mi sarei vergognato tantissimo. Avrei a vuto vergogna ad affrontare i parenti, i vicini di casa... la gente che “chiede”.  Pensavo ci dovesse essere almeno un periodo di .. boh... quasi di lutto...

Ricordo anche il pianto straziante della Romana Vezzani*  tra le braccia della madre nel cortile della scuola. Vicino a lei anche sua sorella Doriana* che la consolava. Lei era stata promossa. Era pure discretamente brava.

Io non sapevo che la Romana* andasse così male... era in classe con me alle elementari: aveva parecchie difficoltà ma non era l’ultima della classe. “Hanno deciso così  insieme ai genitori” – mi informò mia cugina che molto amica della sorella. “Magari ripetere un anno le farà bene. Meglio che faticare per tre anni a studiare cose che non si capiscono”. I genitori lo sapevano già, quindi. L’unica a non saperlo era lei.

I genitori della Romana* erano gli unici che alle elementari si lamentavano del maestro e dei suoi metodi. Lo paragonavano al maestro dell’altra figlia (in classe con mia cugina), che leggeva bene, faceva i compiti da sola senza problemi... insomma per loro il problema era il maestro. In realtà il problema era la figlia, che pure si impegnava, poveretta. Era solamente la classica zuccona. La prima figlia era intelligente e la seconda no. Può capitare. Capisco che per i genitori deve essere una cosa molto difficile da accettare.

La fine della scuola coincise anche con il pensionamento della Natalia, una bidella che passò alla storia, nota per i suoi urli, le sue scenate e le sue corse dietro agli alunni con lo spazzettone sollevato minacciosamente.

Era un personaggio inquietante... ovviamente matta come la strada. Veniva da Canali. Da giovane faceva la lattaia e si racconta girasse in bicicletta tirando il carrello del latte e gridando a gran voce “ä rîva la latarôlaaaa”. Una vecchia abitudine quindi quella di urlare. Ma se come venditrice ambulante era passabile... come bidella era un po’ strana. Era già un po’ svitata da giovane, ma da quando le era morto il marito in un incidente in moto era caduta in una gravissima depressione e aveva definitivamente fuso il cervello. Il posto da bidella le era stato assegnato con un collocamento privilegiato. Il cervello fuso dà molto punteggio.

L’altro bidello storico era “Vinavyl”, che noi chiamavamo così per un gioco di parole col suo cognome.  Lui era il custode. Gli avevano dato una casa piccolissima di due stanze tipo gabbiottino davanti alla scuola. Anche lui aveva ottenuto il posto grazie ai privilegi del collocamento, come quasi tutti i bidelli del resto. Lui era stato un partigiano e aveva avuto dei riconoscimenti che a quanto pare davano punti per  trovare un impiego pubblico E in quel caso anche una casa, con lo zampino del partito.

Vinavyl però era tutt’altro che matto. Era un uomo intelligente, molto bravo e diligente nel lavoro. Non era solo un bidello era... diciamo il  supervisore. Aveva la scuola in mano e qualsiasi problema di qualsiasi genere lui lo risolveva. Subito. Dalla lampadina bruciata al rubinetto che perdeva, dal serpente in palestra alla barriera architettonica per disabili. Sistemava tutto lui con grandissima efficienza in tempi rapidissimi.. Ma nemmeno della Natalia* si può dire male, malgrado le urla e il  folklore che portava con sé il suo personaggio. Il suo lavoro lo faceva. E bene. Quando penso a lei la ricordo sempre passare il corridoio con le sue enormi scope mentre cantava a squarciagola le canzoni delle mondine. Oppure con lo straccio e il secchio mentre urlava improperi agli alunni che passavano sul pavimento ancora bagnato.

I bidelli che vennero dopo (anche quelli delle scuole superiori) li ricordo seduti sulla panca a bere il caffè o a fumare. A quanto pare le liste di collocamento iniziarono a collocare con criteri diversi... più che altro arrivvano meridionali disposti a trasferirsi ovunque pur di avere un impiego statale. Oppure casi sociali disposti a fare qualsiasi mestiere purché non si dovesse lavorare. Questi erano i bidelli anni 80.

Qualche anno fa ero con mia madre in una delle mie rarissime visite al cimitero di Canali, dove sono sepolti mio nonno, mio cugino e tanti altri miei parenti. Passando davanti a una tomba la vidi in una foto e la riconobbi. Era lei, la Natalia*, la bidella urlatrice. Era morta già da una decina di anni, ma io non ne avevo più saputo niente. Eccola lì,  ora ricongiunta al marito. Nella foto però poteva sembrare sua nonna.

 

 

* i nomi come al solito sono fittizi.

 

postato da deniz | 21:17 | commenti