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lunedì, maggio 28, 2007 Febbraio 1982
Era un età difficile. Non ero abbastanza grande per uscire da solo, ma con i miei genitori mi annoiavo già tantissimo. Per fortuna uscivano spesso con i miei zii e potevo stare in compagnia di mia cugina. Quando non capitava era una noia mortale. Soprattutto la domenica se si andava a casa di parenti o amici senza ragazzi della mia età. Ma anche CON ragazzi della mia età. Non ero un tipo molto socievole. Ci mettevo molto tempo a conoscere le persone. Quando iniziavo a rompere il ghiaccio era già ora di andare via. Paradossalemente la domenica era il giorno che più detestavo. Il giorno che preferivo invece era il sabato. Il sabato sera soprattutto, che si poteva restare alzati fino a tardi. Tardissimo. Da piccolo odiavo andre a letto presto, mentre adoravo alzarmi tardi. Poi sono cambiato. Il record di ore piccole è stato proprio in occasione del festival di S.Remo. Io e mia cugina ci eravamo imposti di restare alzati fino a che non fosse finito, pur sapendo che avrebbe vinto Riccardo Fogli. Lo sapevano tutti. C’era scritto pure su TV Sorrisi e Canzoni (il grande favorito, dicevano). Era l’inizio dei più brutti anni di San Remo. Gli anni che ci hanno regalato le canzoni più trash della storia. Gli anni dei clientelismi e delle mafie. Noi lo seguivamo anche perché non c’era alternativa. Malgrado i nostri buoni propositi, le cose andarono veramente per le lunghe. Finirono tardissimo, oltre le due di notte. Comunque, non riusicimmo a restare svegli fino alla fine. Dapprima ci trasferimmo in camera dei miei zii ascoltandolo su radio due, mentre i grandi erano in salotto davanti alla tv. Poi ci addormentammo con la radio accesa. Fui riaccompagnato a casa dormiente... non so se fu una delle ultime volte che mio padre mi prese in braccio... forse più verosimilmente camminai sostenuto da entrambi i genitori come uno zombie fino alla macchina. La classifica finale sanremese la lessi la domenica mattina sul giornale: aveva vinto Riccardo Fogli, il grande favorito. Un’altro evento che cambiò nel corso degli anni era il carnevale. Finito il tempo dei travestimenti, alle medie non c’era nessuna concessione per feste o cose al di fuori della norma. Il solito intervallo di dieci minuti e le lezioni dovevano proseguire regolarmente. All’uscita di scuola però c’era l’incubo della schiuma da barba. I minuti successivi al suono della campanella erano un momento molto critico. Orde di teppistelli imberbi che si scatenavano riempiendo di schiuma muri oggetti e persone. Fortunatamente per me a essere prese di mira erano soprattutto le ragazze. Poi c’erano quelle a cui tutto sommato non dispiaceva essere schiumate, aggredite e palpeggiate. Forse perché in realtà amavano essere al centro dell’attenzione. Alla Simona Ravelli avevano rovinato un vestito da un milione di dollari (che cavolo se lo mette a fare poi un vestito da un milione di dollari per venire a scuola??). Il giorno dopo venne accompagnata dal padre arrabiatissimo che avrebbe voluto trovare i colpevoli. Ma la cosa si concluse senza successo. Anche al pomeriggio dopo la scuola non è che si potesse circolare tranquilli per le strade... il rischio di imbattersi in una banda di schiumatori era abbastanza alto. Al Buco poi c’erano anche quelli del Simonini che erano ancora più pericolosi. Questo però non era sufficiente a tenerci in casa... giravamo per il quartiere con molta circospezione. I muri e le auto erano completamente imbrattati dalla schiuma, con scritte e disegni osceni. Ricordo che io e mia cugina con le dita li camuffavamo, facendoli diventare tanti fiori. Come eravamo teneri : - ) Che buon profumo però che aveva la schiuma da barba. Ancora oggi sentendolo, a volte, ripenso a quei tempi.
lunedì, maggio 14, 2007 Gennaio 1982
Mi piaceva una mia compagna di classe. La Romina Maestri*. Mi piaceva già dall’anno prima e non ne avevo parlato con nessuno. L’avevo accennato a mia cugina, così... parlando dei propri compagni di classe, di chi è in gamba, di chi è carino... senza sbilanciarmi troppo però. Era un’età difficile. In bilico tra l’infanzia dove i compagni ti canzonano se scoprono che hai un debole per una “femmina” e la preadolescenza dove “stare con una” fa molto figo. I miei compagni di classe pensavano che la più bella della classe fosse la Simona Bertoni*, una ripetente con occhi azzurri e lunghi capelli biondi. In prima media erano lisci, poi si era fatta la permanente che in quegli anni era molto di moda. Studiava poco, era sempre in giro, fumava, masticava big bubbles e aveva un modo di fare da ragazza di mondo. Sembrava molto più grande di me. D’altronde io, nato a dicembre avevo appena compiuto dodici anni, quando lei, ripetente, ne aveva quasi quattordici. I miei compagni in realtà guardavano soprattutto quelle che “ci stavano”, cioè quelle con le quali c’era una minima probabilità di “fare qualcosa”. Non che a quell’età si potesse fare chissà ché. Nemmeno la Simona Bertoni* era Melissa P. Da lei ci si poteva aspettare che ... non so.... che riuscisse a entrare al Marabu’ alla domenica pomeriggio senza dover esibire la carta d’identità e trovasse un ragazzo più grande e lo baciasse sulla bocca. Niente di più... però siccome era tutto nuovo, ogni piccola cosa era vissuta come un “traguardo”. Ai miei compagni di classe non interessavano le ragazze per quello che erano. Interessava quello che si poteva fare. Oppure potevano interessare quelle molto belle come motivo di vanto con gli amici. Come avere un motorino costoso o un paio di scarpe firmate. Qualcosa che non tutti si potevano permettere. Nei confronti della ragazza stessa, a volte c’era paradossalemente quasi una sorta di “disprezzo”. Paradossalmente faceva comodo trovare quella che già si rendeva disponibile, ma questo comportamento non era visto positivamente. Non sarebbero stati fieri di una “sorella” che si comportava così, per intenderci. La donna era da “usare”. Io comunque sono sempre stato diverso dalla “massa” dei miei compagni. A me una ragazza poteva interessare come *persona*. Non avrei mai accettato di mettermi con una che in realtà disprezzavo. E mentre i miei compagni sbavavano dietro alla Simona Bertoni e alle altre fatalone sculettanti, io passavo molto tempo con la Romina, di cui nessuno parlava mai. Mi piaceva la sua compagnia, avevamo interessi in comuni, la reputavo al mio stesso livello “intellettuale”... aveva anche la mia stessa età, almeno lei. Due settimane in più. Insomma insieme stavamo bene. Anche col gruppo delle sue amiche, che in pratica era il gruppo “intermedio”. C’era quello delle “chiesarole”, quello delle “aspiranti zoccole”... e poi c’erano loro, quelle che per me erano ragazze normali. In seconda media poi ci fu un cambiamento organizzativo. Non erano più i professori a cambiare classe al cambio dell’ora, ma erano gli alunni a spostarsi nella classe dove il prof si trovava per l’intera giornata. In questo modo la disposizione dei banchi cambiava sempre e c’era modo di avere diversi compagni di banco a seconda dell’ora. Anche nei lavori di gruppo io mi trovavo spesso in quello della Romina e delle sue amiche più intime. Stavo meglio con loro che con i miei compagni che parlavano sempre di calcio o al massimo di pallacanestro (all’epoca “Riunite” era una squadra fortissima). Parlavamo di musica, di attualità... commentavamo i programmi televisivi, ci confidavamo pettegolezzi. Ridevamo, scherzavamo tantissimo...io facevo la voce di “Five”, scrivevo storielle sui diari, facevo battute divertenti... ero un po’ un umorista. Un simpaticone, una volta sbloccata la mia timidezza iniziale. Gli altri invece cercavano la compagnia femminile solo per motivi pretamente “ormonali”. “Io voglio mettermi con una al più presto” – mi diceva Rubens* il mio ex compagno delle elementari, che era finito in F. “quando stai con una, puoi metterle le mani nellla (#) e nelle ).). e lei non dice niente”. A dargli questa certezza era stato il suo compagno di classe Carlucci* che era finalmente riuscito a mettersi insieme alla Dafne Guazzetti*, mia compagna di classe e amica dalla Romina. Io avevo assistito a tutto il flirtamento... era partito tutto da lei che si era perdutamente innamorata di Carlucci. Ho assistito ai pedinamenti, alle uscite strategiche per incontrarlo, ho letto i cuoricini sul diario... Ho assistito a tutti i commenti tra “amiche”... e alla fine forse sono stato in qualche modo il tramite... vista la mia amicizia col suo compagno di classe... insomma... le voci girano e lui l’è venuto a sapere. E non se l’è fatta scappare: in fondo anche lei era una ragazza carina. Io invece dentro di me non mi sentivo pronto per una cosa simile.... cioè tecnicamente sì. Ma non ero sicuro di me stesso. Sognavo che potesse... chissà... in futuro. “A te ti piace la Romina Maestri” – mi disse un giorno con la sua solita schiettezza disarmante la Beatrice Rabitti. “Si vede lontano un miglio. Se ne sono accorti tutti”. Che brutto quando non riesci a non arrossire pur volendolo con tutte le forze. Non ricordo che cosa risposi... probabilmente niente. Non volevo negare perché non volevo nemmeno che la Romina, se la cosa le fosse stata riferita, pensasse che di lei non me ne importasse niente. Però non ero nemmeno pronto a uscire così allo scoperto. Se ne sono accorti tutti. Quindi se ne sarà accorta anche lei. Nei giorni seguenti feci finta di niente e tergiversai. Non mi sentivo ancora pronto a prendere iniziative... e poi che cosa le avrei detto? Domanda esplicita o bigliettini come all’asilo? Ma daaai... E obiettivamente, credo proprio che non ne sarebbe nato niente. Mi trovava simpatico, ma penso che mi vedesse molto “bambino”. Tergiversai. Tergiversai e un poco mi estraniai dalle solite frequentazioni. Dopo qualche tempo, nei discorsi dei compagni di classe, saltò fuori che “la più bella della nostra classe” era la Romina. Da un lato mi sentivo rassicurato: ci avevo visto giusto. Dall’altro ero quasi geloso. Era un anno che l’avevo notato. Loro se ne erano accorti solo quando le erano cresciute le tette. Io sentivo di meritarla più di ognuno di loro. Ma non ero abbastanza “uomo” da farmi avanti. Poi ci fu la gita di classe. Quell’anno andammo a Forlimpopoli... non ricordo nemmeno che cosa andammo a vedere, vista la piega che prese la gita. Ricordo che eravamo noi e quelli di effe. Al momento di sedere sul pulmann, presi il posto strategico vicino al solito gruppetto della Romina e della sue amiche (anche qualcuna di F). Poi arrivarono Cavandoli*, Fornili* e un altro gruppetto, tra cui qualche elemento di F... Cavandoli* mi disse molto arrogantemente di sloggiare, che il posto vicino alla Romina l’avrebbe preso lui. Ne nacque un piccolo diverbio e mi beccai un pugno nello stomaco tanto forte quanto inaspettato che mi tolse il fiato per dieci minuti. Poi una sfilza di altri colpi forse sulle braccia... non ricordo, tanto dopo il primo non sentìì niente... non riuscivo nemmeno a respirare. Martino Cavandoli era un tappo di un metro e uno sputo, neanche del tutto antipatico, ma molto rabbioso, molto irascibile... il mio contrario. Non era bello, ma se la tirava da “capo della compagnia”. Questa scena avvenne davanti a tutti, compresa la Romina. Ma nessuno si sconvolse più di tanto. Ricordo un commento della Simona Ravelli del tipo “che beda!!”. Io reagii come il mio solito. Li lasciai per i fatti loro. Mi allontanai. Non era il caso di fare a botte (con ogni probabilità ne avrei preso delle altre). Che andassero tutti al diavolo. Cambiai posto... andai con Ferrarini*, Capanna*, e gli altri più *bambinoni*. E anche più... boh... un livello culturale più terra terra. Non mi trovavo bene nemmeno con loro. Ma non volevo restare con gli altri rischiando di essere il bersaglio da usare per farsi grandi. Mi sentivo umiliato. Avevo perso. Sentivo di avere definitivamente perso. Non ho ricordi di Rubens in quell'occasione. Forse non era venuto. O forse c’era. Ma anche lui che da adolescente sarebbe divenuto un “tombeur de femmes” (di quelle degli altri soprattutto), all’epoca dalle sue compagne di classe era considerato un “bambinone”, come mi confidarono le stesse compagne qualche anno dopo. Durante la gita sentivo ogni tanto gli schiamazzi dell’altro gruppo. Ridevano, si divertivano a loro modo. Anche la Romina. Anche la Beatrice Rabitti... probabilmente le ho fatto l’effetto di un fratello piccolo che le prende dal papà. Dopo la gita tutto ritornò quasi come prima. Nessuno era riuscito a combinare niente con la Romina. La Guazzetti e Carlucci si sarebbero lasciati di lì a pochi mesi, durante le vacanze estive. * i nomi sono tutti inventati, come al solito. postato da deniz |
22:49 | commenti (2)
mercoledì, maggio 09, 2007 Dicembre 1981
Il nome “Speranza” (sperānsa ch’la vāga) che avevamo dato alla 500 di terza mano della mamma avrebbe dovuto essere di buon auspicio. Ma non fu così. Come se non bastassero gli innumerevoli problemi meccanici, ci si misero pure gli incidenti. Mia madre fu centrata in pieno in Corso Garibaldi (quando ancora era aperto al traffico nei due sensi di marcia) da un disgraziato in motorino che veniva da una via laterale a manetta. Le entrò in un fianco e si ribaltò rotolando sul cofano, rompendo il davanti con la testa e cadendo dall’altra parte in un lago di sangue.. Fu ricoverato con diverse fratture, ma tuttto sommato poteva andare molto peggio. La paura però fu enorme... mia madre era come paralizzata. L’imbecille non era nemmeno assicurato. I miei genitori qualche giorno dopo si recarono a casa della famiglia del ragazzo... si presentò loro uno scenario sconcertante. Vivevano in unca casa dismessa, la madre piangendo le raccontò di tutti i problemi che aveva con i tre figli figli tutti tossicodipendenti che per rubarle i soldi erano arrivati anche a picchiarla e a minacciarla col coltello serramanico. Assistette anche a un litigio in diretta tra la madre e l’altro figlio che si rivolgeva a lei offendandola senza alcun rispetto. Io afferrai queste cose dai dialoghi tra i miei genitori... sicuramente non sono al corrente dei dettagli e no nso che cosa successe veramente. Non ho assistito a nessuno di questi episodi, ma ricordo i pensieri che facevo e il senso di nodo allo stomaco quando sentivo raccontare certe cose. Già che avevo la psicosi dei drogati di mio... Comunque... per farla breve, i miei genitori decisero di lasciare perdere e sborsare di tasca propria il denaro per la riparazione della 500. Forse era il caso di prendere una macchina nuova, ma i prezzi delle auto nuove facevano venire i capielli bianchi. Si poteva cercare un usato, rischiando di incappare in un bidone... E poi di macchine piccole con pochi cavalli fiscali non ce n’erano più. C’era la Panda 30 (costosissima) che comunque aveva 9 cavalli fiscali... 2 in più della 500. E poi le altre erano tutte dei 900. 12 CV fiscali, come la notra prima* macchina. Quindi anche più care da mantenere. Ah.. volendo, c’erano la Dyane e la 2 CV. Mio padre non le considerava molto adatte a mia madre (anche per via dal cambio a catenaccio con la prima all’indietro.... in effetti....non voglio pensare a che cosa avrebbe combinato. Se ne sarebbero viste delle belle!). E poi la Dyane e la 2 CV dentro erano veramente tristi! Non c’era ancora la versione “Charleston” con un minimo di modernità. C’era solamente la “special”... peggio della nostra 500 sedicenne. Alla faccia della seconda macchina! Mio padre concluse che se l’alternativa a tanta miseria era prendere un’utilitaria 900 di cilindrata, tanto valeva prendere una “prima macchina” più potente e passare l’impavida e gloriosa Ford Escort a fare la “macchina della mamma.”. Era un novecento pure lei. Mio padre era anche un po’ preoccupato su come avrebbe affrontato le vacanze in trentino, con quella strada ripidissima e la tenda e tutto il carico, con quella patatona della Ford. In quel periodo era uscita la Nuova Ford Escort. Quella con la codina dietro che sembrava un po’ la Giulietta dei poveri. Tenemmo i depliants in casa per qualche tempo. Li sfogliavamo con la calcolatrice alla mano... alla fine comunque fu convenuto che non c’erano i soldi. La 500 fu aggiustata alla bell’e meglio e l’acquisto della macchina nuova fu rimandato. “Prima dell’estate magari capiterà un’occasione” – concluse mio padre gettando nel cestino il depliant della Ford Escort. Quella in copertina era color mattone. Era il modello GL 5 porte...la ricordo ancora. Mi piaceva. Malgrado fosse la Giulietta dei poveri. Noi però eravamo ancora più poveri. lunedì, maggio 07, 2007 Novembre 1981
![]() Quando penso a quel periodo, penso inequivocabilmente a mia cugina. E’ stata una presenza costante per tutta la mia infanzia. Se avessi scritto la prima cosa che mi viene in mente, tutti i post avrebbero parlato di lei. Durante l’inverno ci frequentavamo più spesso: di giorno, a casua del brutto tempo e delle poche ore di luce si usciva poco. Più spesso invece ci si trovava in casa. Ero spesso io ad andare da lei. C’era anche mio cugino di cinque anni che spesso babysittavamo un po' mentre mia zia era impengata al lavoro. Andavo spesso anche alla sera con mi miei genitori (o solo con mia madre, mentre mio padre era al bar). Gli zii a casa nostra venivano pià raramente. Forse perché per loro era più difficile spostarsi con il bambino piccolo e abituato ad andare a letto presto. Anche mia cugina. contrariamente a me, era abituata ad andare a letto presto. Alle nove era sempre già in pigiama. “Quando troverai il fidanzato, come farai?” – le diceva sempre mia madre aveva conosciuto mio padre più o meno a quell’età. Andavamo da mia cugina praticamente tutti i sabati: guardavamo Fantasticodue con l’Heather Parisi. Una trasmissione ideale per dodicenni.. Sulle note della sigla oggi divenunta un evergreen “Cicale”, avevamo riscritto un testo goliardico dedicato a una mia compagna di classe, nonché vicina di casa di mia cugina E la Cirilli, Cirilli Cirilli Cirilli.. Rompe i gingilli Gingilli, gingilli, gingilli ... ovviamente il vero cognome non era “Cirilli”. E di conseguenza anche la rima, era un’altra.. L’avevamo anche registrata con la musica originale e sovrapponendo la nostra voce a quella della Heather. Artigianalmente, col registratore panasonic. Però era venuta divinamente. La sera della "prima" ci esibimmo cantando in playback davanti ai nostri genitori e un’altra coppia di loro amici che quella sera erano per caso a casa dei miei zii. Risero anche loro e ci fecero i complimenti. La canzone durava quanto l’originale e le strofe narravano delle sventure di questo inquietante personaggio col corpo grassottello di una bimba e l’altezza di una ventenne, che a dodici anni sfoggiava i primi vestiti da La canzone fu un successone... era troppo bella per non essere fatta ascoltare a compagni di classe e amici. Purtroppo, come prevedibile, la versione contraffatta di Cicale finì per arrivare anche alle orecchie della stessa Cirilli* durante l’intervallo a scuola. La povera sventurata ebbe una crisi di pianto. Le lacrime e il moccio rigarono di nero e di verde tutto il fondotinta che copriva il suo tenero visino, mentre piena di rabbia e vergogna si rifugiava nel bagno delle femmine. Fu comunque prontamente consolata da tutte le sue * amiche * (le stesse che pochi giorni prima si erano sbellicate dalle risate) che le consigliarono di passare oltre e di non preoccuparsi che delle canzoncine da “asilo” di un bambinone sfigato.... insomma era tutta colpa mia. E di mia cugina. Quindi ancora mia, perché nello specifico ero stato io a dirlo alla persona che lo aveva riferito a quella che lo aveva riferito all’amica della Cirilli che gliel'era andato a raccontare. Quella persona era il mio compagno di classe Fabrizio Foroni* uno spilungone dalle orecchie a sventola di cui la Cirilli* quella settimana era innamorata. Quindi ancora peggio. Umiliata davanti all'uomo dei suoi sogni. Fui perciò rimproverato anche da mia cugina per averglielo detto. Poi tutto passò ovviamente. La Cirilli* non mi portò rancore.... almeno fino all’anno successivo, quando rinnovai il brano con la nuova sigla di fantastico “Ballo Ballo” di Raffaella Carrà:
Lei è là Con un pizzico di nostalgia Vuole amar Un ragazzo della nostra via...
... ma questa è un’altra storia. Però... a pensarci bene... ero un filino stronzetto a undici anni. Povera *Cirilli*!
mercoledì, maggio 02, 2007 Ottobre 1981 ![]() Ricordo il compleanno del mio vicino di casa. Quello ricchissimo e viziatissimo che aveva i pastori tedeschi e la mansarda piena di gicattoli. Ne ho già parlato altre volte.... Per il suo compleanno fu lui a fare il regalo agli altri. O meglio fu sua madre, che era una persona davvero gentile e generosa. Tanto stronzo e cattivo lui, quanto cordiali i suoi genitori. Ovviamente questo secondo l’opinione dei vicini. Non dei creditori che sostavano sotto casa nella speranza di essere ricevuti... ma questa è un’altra storia. La madre di Arcibaldo* era veramente gentile. D’estate ci invitava sempre in casa e distribuiva deliziosi gelati alla fragola fatti artigianelmente. Vedendola con gli occhi di oggi poteva essere una specie di “desperate housewife” nostrana. Per il compleanno del figlio ricambiò i nostri regali che consistevano spesso nella prima cosa accessibile trovata dal giornalaio, con un’infinità di premi suddivisi nei vari giochi che aveva organizzato. I primi premi erano di gran lunga superiori ai regali ricevuti dal figlio. Io, da sempre sfortunato al gioco, mi portai a casa comunque una confezione di DAS con le forme per fare delle statue e i colori per colorarle. Da piccolo non avevo mai giocato col DAS. Non so nemmeno se esisteva... c’era la creta, c’era il pongo.... Il pongo ce l’avevo, lo ricordo. A forza di mescolarlo era diventato tutto marrone.... Il DAS invece no. Comunque lo usai, anche se avevo già quasi dodici anni. Feci un puffo. Perfetto. Blu, col cappello bianco. Il vestito, gli occhi, la bocca. Tutto colorato per bene. Tra l’altro rimase per anni e anni come soprammobile a prendere polvere nella mia camera. Poi un giorno cadde e si ruppe. Ma un giorno molto avanti nel tempo... forse avevo più di vent’anni. Il giorno dopo quel fatidico compleanno mi beccai un’insufficienza in scienze... che tra l’altro era la mia materia preferita. Participando al compleanno non avevo nemmeno aperto il libro e non mi enro nemmeno fatto fare la giustificazione. Sfiga. Comunque recuperai. Recuperai alla grande. Dei tre anni delle medie il secondo è stato quello in cui ottenni risultati migliori. *nome fittizio, come sempre postato da deniz |
23:09 | commenti (5)
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