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Avete scritto:
chaitanya in Giugno 1985Non arr...


martedì, giugno 26, 2007
 
Luglio 1982


 

Anche se non mi è mai pianciuto il calcio, mi è impossibile non pensare ai mondiali quando penso all'estate 1982. Avevo seguito le prime partite della nazionale. Quelle noiose con il Camerun,  la Polonia e chissiricorda, finite in pareggio. I miei amici erano tutti critici nei confronti della squadra di Bearzot.  E i risultati mediocri che ci avevano fatto finire nel girone con Brasile e Argentina avevano spento tutte le loro speranze. “Vincerà il Brasile” dicevano tutti gli esperti.  Ricordo che decisi di non guardare le partite contro Argentina e Brasile.. Pensavo che avrei portato sfortuna alla squadra. Autostima ai minimi storici.


Ricordo i boati che uscirono dalle case quando Paolo Rossi siglò i gol che ci portarono  in semifinale e poi in finale. Durante la partita con l'Argentina, per un attimo mi prese la curiosità di capire che cosa stava succedendo. Stavamo vincendo? Poi la scaramenzia prevalse. Aspettai di apprendere il risultato a partita avvenuta. Con il brasile accesi la televisione un paio di volte. Per sbirciare. Poi uscii. Ricordo che percorsi in bicicletta le strade del quartiere. Era tutto deserto. Non c’era nessuno in strada. Si sentiva solo lo strano brusio di tutte le televisioni sintonizzate sullo stesso programma. Anche quello, in un certo senso, era uno spettacolo.. Un’atmosfera strana che si può vedere solo qualche rarissima volta nell’arco di una vita. Come un’eclissi, una tromba d'aria o un fenomeno naturale particolarmente raro. Pensavo che solo io potevo godermi quello spettacolo.

La parte più divertente dei mondiali furono comunque i festeggiamenti successivi. Un motivo in più per stare fuori alla sera e fare casino. Ricordo che avevamo avuto la fortuna di trovare una bandiera. Una bandiera bella... di quelle comprate apposta per i monidali. Era abbandonata al campetto.. Immaginavamo che fosse di qualcuno, ma non sapevamo chi l’avesse dimenticata. Per cui la presi in consegna io (incredibile: la lasciarono a me) e l’avremmo usata per festeggiare fino a che non si fosse presentato il legittimo proprietario. L’attaccavamo dietro alla bici legata sul portapacchi o alla sella in qualche modo, a seconda del tipo di bicicletta. Oppure si andava in bicicletta in due e mentre quello davanti guidava, quello dietro teneva la bandiera. In piedi sulle grazielle o in due sulla sella nelle altre bici.

I ragazzi più grandi avevano già il motorino. E se la tiravano tantissimo. Anche loro erano soliti sfrecciare con bandiere e simili e soprattutto utilizzanto il clacson a mo’ di trombetta da statio: pi pi pipipì pipi pipi pipì....

Come sarebbe stato bello avere il motorino. Come sarebbe stato bello se solo quei mondiali così fotunati fossero arrivati sue anni più tardi. Chissà quando sarebbe ricapitato. Forse mai più nella vita.


La partita finale la seguii normalmente, come tutti gli altri milioni di italiani. Erano venuti a casa mia i miei zii: quattro adulti e tre bambini nella nostra cucina due metri per quattro. Avevamo il televisore a colori in cucina a quel tempo. Mia madre e mia zia, comunque chiacchieravano in giardino e sbirciavano ogni tanto. Io invece mi feci coinvolgere parecchio. Una volta ogni tanto a dosi omeopatiche può essere bello anche il calcio. Ricordo la stretta al cuore al rigore sbagliato da Cabrini. E poi tutto il pathos, tutta la sofferenza fino alla fine. Ricordo anche che litigai con mia madre per via di certi miei commenti durante la partita ritenuti volgari e sconvenienti. D’altronde era quello che facevano tutti. Il calcio si guarda così.

In ogni modo, sappiamo tutti come è andata a finire. Dopo il fischio finale,  mi fiondai in strada insieme a tutti gli altri. Noi “piccoli” dovemmo accontentarci  di metterci sul marciapiede della strada principale a sventolare la nostra bandiera all’arrivo di ogni macchina che passava strombazzando. Passavano macchine cariche all’inverosimile. Sette-otto persone per macchina, con gente che sporgeva dai finestrini. Era permesso tutto quella notte. C'erano  camion, trattori, apecar, furgoni, veicoli di ogni tipo carichi di gente  vestita o addirittura dipinta di bianco rosso e verde,  Venimmo a sapere che in piazza si erano tutti buttati nella fontana... in certi casi avevano anche esagerato. Fu una serata indimenticabile, maltrado.... se avessimo atuto il motorino sarebbe stata tutta un’altra cosa. Si scoprì anche di chi era la bandiera: era di Bruppo*. IL giorno dopo venne a suonarmi il campanello e se la riprese. La sera prima aveva festeggiato con noi.


 

 

postato da deniz | 00:07 | commenti


martedì, giugno 19, 2007
 

Giugno 1982

 

Ricordo la trepidante attesa dell’apertura della piscina. E poi per tutto il mese quella era la meta preferita. Erano le prime volete che andavo solo con i miei amici, senza genitori, zie o nonne al seguito. Era un primo passo verso l’indipendenza. Si partiva al mattino alle nove, dieci. In bicicletta, col borsone “sport service” (lo stesso che durante l’inverno era servito da cartella per la scuola) con l’asciugamanone, le ciabatte, la biancheria di ricambio, il panino preparato la sera prima, per non dare soldi a quegli aguzzini del bar del bar della piscina. Lì, al limite si prendeva il gelato. Ricordo il juke box che suonava Paradise di Phoebe Cates. La piscina comunale all’epoca era il top delle psicine. C’era la vascona grande profonda quattro metri e il trampolino alto per fare i tuffi acrobatici. Li facevano solo i ragazzi più grandi. Sui vent’anni. I miei amici comunque iniziavano già allora a fare gli sgarzellini e a mettere in mostra le loro capacità. Alcuni avevano fatto le gare di nuoto ed erano bravissimi e si esibivano tuffandosi di testa (anche se dai trampolini più bassi) o con sfoderando tutti gli stili conosciuti, tra cui lo spettacolare stile delfino o farfalla (non ho mai capito la differenza).

Io non sapevo nuotare. Mia madre si raccomandava che rimanessi nella zona 1,20. Ma seguendo i mie amici a volte mi avventuravo dove non si toccava, nei  2,20 (in mezzo) o nel punto più alto dove si arrrivva a quattro metri. Ovviamente stavo attaccato al bordo. Quattro metri facevano paura. Non avevo il coraggio di toccare il fondo nemmeno stando vicino alla scaletta (che poi a un certo punto si fermava). Nei due metri, invece qualche mio amico aveva tentato di convincermi a provare a staccarmi per stare almeno a galla. Ma andavo giù. Ciò nonostante mi divertivo lo stesso, in generale. Dove si toccava, facevo i tuffi a bomba insieme con i miei amici meno sportivi e più casinisti. Cantavamo sott’acqua facendo le bolle.... insomma tutte le stupidaggini che fanno i ragazzini. Però un po’ invidiavo gli amici che sapevano fare tutte quelle cose difficili. E che avevano più prestanza fisica di me. E che si abbronzavano facilmente, mentre io ero bianchissimo. Mi divertivo, ma non era tanto bello sentirsi il peggiore di tutti. Sentimento che mi ha accompagnato per diversi anni, in cui la mia autostima era piuttosto bassa.

Se devo fare un bilancio, però questo  resta comunque un ricordo positivo:  erano quelle le mie vere vacanze. Quelle con gli amici. La parte dell’estate che preferivo. Quella in cui si rimaneva a casa.

postato da deniz | 21:27 | commenti


lunedì, giugno 11, 2007
 

Maggio 1982

 

Mio nonno aveva un solaio pieno di pappagallini ondulati. Due stanze 4x4 attrezzate completamente a voliera, con i nidi attaccati al muro. Aveva iniziato con una coppia chiesta da mia zia quando era bambina e in poco tempo si era messo ad allevare seriamente. Per passione, ma senza perdere di vista il guadagno. Non faceva una selezione morfologica particolare se non quella di concentrarsi sui colori che piacevano di più. Per il resto cercava animali robusti e prolifici che facessero tanti piccoli da vendere al mercato bestiame. Ogni tanto capitava qualche soggetto problematico. Nella maggior parte dei casi ci pensava la selezione naturale. Bastava non farsi in quattro per cercare di salvarlo, come fa invece di solito chi tiene gli animali d’affezione. Una piccola eccezione erano i soggetti colpiti da una malattia chiamata “muta francese”, che quando agisce in forma lieve si limita a provocare la caduta delle penne più lunghe della coda e delle ali.

I pappagallini colpiti uscivano dal nido, imparavano a mangiare e bere da soli nelle mangiatorie a terra, ma non sapvevano volare. Si limitavano a spostarsi correndo sul pavimento. Mio nonno li chiamava “pungotti”. Dal dialetto “pungòun” (topone).

Questi pappagallini erano ovviamente invendibili, ma non morivano da soli (almeno nel breve periodo). Era una malattia compatibile con la vita. O meglio, con la vita in cattività. In sarebbero invece morti molto rapidamente tra le fauci di qualche predatore. E rispettoso di questa legge naturale, mio nonno pensò un giorno di regalare uno di questi sventurati pennuti al gatto Filosofo, appostato nel cortile. Il caso volle però che il pennuto atterrasse sul balcone del primo piano e si infilasse nel pianerottolo dove era di passaggio mio cugino che all’epoca aveva quattro anni e mezzo.

Ovviamente fu subito il SUO pappagallo, che lo aveva scelto deliberatamente. Gli fu data una gabbietta con accessori, frutta, acqua fresca e buon mangime. Ma siccome non volava, trascorreva parecchio tempo fuori dalla gabbia a recitare la parte del pappagallino addomesticato. Il gioco preferito era farlo arrampicare sullo schienale delle seggiole del cortile. Il pappagallino era completamente giallo e fu chiamato Clodoveo come il pappagallo del gruppo TNT, anche se in realtà era una femmina.

Questa storia del pappagallo simil-addomesticato però affascinava molto anche me. Era veramente bello avere un “clodoveo” da portare sulla spalla.

“Se mai ti capitasse un altro pungotto, ne daresti uno anche a me?” - dissi a mio nonno.

“Se vuoi te ne do uno bello, sano, robusto.... quelli sono scartini” – rispose lui che non aveva capito niente delle mie intenzioni.

“No, io voglio uno di quelli che non volano”.

 

Per fortuna (o sfortuna dal punto di vista del nonno che vedeva svanire altre potenziali 4.000 lire) di lì a breve arrivò l’altro pungotto. Un maschio. Verde. Verde scuro. Un banale verde scuro... era meno bello di Clodoveo. Però era più veloce e vinceva tutte le gare di arrampicamento su schienale, tant’è che dovetti barare al contrario e farlo perdere per  evitare la disperazione di mio cugiono che minacciava di non volere più Clodoveo, in quanto pappagallo perdente.

Il mio lo chiamai Arcibald.

Non volando, e potendo essere maneggiato al di fuori della gabbia, Arci divenne veramente molto domestico e socievole. E intelligente!!! Purtroppo però ebbe vita brevissima. Forse meno di un mese. Lo trovai stecchito senza vita, così, di colpo... senza nessun segno premonitore.

Poco dopo mio nonno mi fornì un nuovo pappagallino pungotto. Evidentemente era un anno particolarmente sfortunato. Il nuovo pappagallino era giallo arlecchino, quindi più attraente di Arci. Fu chiamato Patrick e divenne relativamente domestico, ma molto meno di Archi. Era anche molto meno  simipatico e un po’ tonto...

Quando era libero, volava sul tetto della gabbia e non era capace di entrare, al contrario di Arci che si arrampicava fin sulla porta.

Poi era suscettibile e “besioso” e si divertiva a pizzicottare  le dita e le orecchie. Ma diversamente da Arci, Patrick in pochi mesi guarì. Gli crebbero le ali e una coda lunghissima e imparò a volare. La vita senza ali però era stata troppo breve per renderlo completamente domestico e non mi potei mai fidare a lasciarlo libero con le finestre aperte. Con Arci invece lo avrei fatto tranquillamente. Questi due pappagallini comunque mi aprirono gli orizzonti verso il mondo dei pappagallini ondulati che fino ad allora avevo sempre snobbato. Nessun altro degli uccelli che avevo avuto aveva una simile personalità. Come regalo di compleanno chiesi perciò una volieretta con una decina di pappagallini. Dall’anno successivo avrei provato ad allevarli. In modo molto amatoriale ovviamente. Non ai livelli del nonno. Ancora oggi ho i discendenti (seppure lontanissimi) di quei primi pappagallini.

 

postato da deniz | 22:17 | commenti


martedì, giugno 05, 2007
 
Aprile 1982


Arrivò anche l’occasione giusta per cambiare la macchina. Giusta secondo le valutazioni del babbo. Un usato quasi nuovo (quando ancora non si sospettava che i concessionari tirassero indietro i chilometri). Una 127. E vabbeh. Ma non una 127 normale. Una 127 “top”. Versione speciale color carta da zucchero con il tettuccio apribile e spoilerino tamarro. E sedli sdoppiabili volante piccolo di design tamar..sportivo... All’epoca comunque non era ancora tanto tamarra. Era destinata a diventarlo non appena fosse divenuta un’auto completamente superata. Mentra le 127 normali restano sempre delle 127 normali. Come le 500. Come le Punto. Restano delle banali utilitarie che hanno sempre il loro perché, anche quando non sono più nuove. Aveva un motore 1050. Quando quel ’50 in più era importante, perché la elevava di diritto alla categoria “prima macchina”. Nessuno prendeva una cilindrata così alta per farla guidare alla moglie. Questo bastava a dare un minimo di dignità a mio padre che in quel periodo si sentiva  frustrato e inappagato. I suoi fratelli più giovani di lui si compravano la Giulietta e la lancia Delta e lui arrivava a prendersi una 127 usata. Erano  gli anni in cui il benessere si misurava dalla macchina. L’era delle automobili che ci hanno schiavizzato e si sono succhiate tutti i nostri stipendi tra bolli, costosissimi carburanti e assicurazioni. E pensare che mia suocera semplicemente non avendo la macchina e girando con i mezzi pubblici, rinunciando all’acqua calda e alle caramelle di marca pregiata è riuscita a comprarsi tre appartamenti.

La 127 aveva un motore grintoso e divertente, con prestazioni superiori alle altre macchine di pari livello. Aveva il sedile posteriore sdoppiabile che ci è stato utilissimo nei grandi carichi di cui parlerermo. In compenso quando dietro si era seduti in cinque, quello di mezzo aveva il divaricatore di chiappe. Oppure, se aveva il culo piccolo, si ritrovava seduto nel buco. Come finiture era una fiat. Dopo poco iniziò a rompersi, a cadere a pezzi e a imbarcare acqua, ma la praticità era notevole. Concediamoglielo.

La parte più sfigata di tutta questa storia fu la permuta della vecchia 500. Ci fu pagata poche lire, malgrado fosse una macchina che seppur vecchissima era ancora richiesta. I miei genitori firmarono il passaggio di proprietà davanti al notaio del concessionario... che però fallì di lì a poco. La macchina invece finì a Napoli dove collezionò un numero incredibile di multe per ogni genere di infrazioni (che ci venivano regolarmente spedite a casa). Quando l’avevamo noi era sempre rotta e con la nuova proprietaria, non moriva mai. Ogni volta c’era da rivolgersi alla polizia per contestare la multa. E non è che all’epoca si potesse fare on-lineAlla fine per uscire da quell’incubo dovemmo pagare di tasca nostra il passaggio di proprietà. Il tutto ci costò più di quello che era stata valutata la macchina. Sarebbe stato meglio bruciarla.


 

postato da deniz | 21:39 | commenti


venerdì, giugno 01, 2007
 
Marzo 1982


Tra le varie canzoni trash che spopolarono in quell’edizione di Sanremo, c’era Lisa s’è n’è andata via. Stefano Sani era l’idolo delle mie compagne di classe. In particolare quelle del solito gruppetto che frequentavo. Ricordo i loro diari che ormai avevano più foto che pagine e facevano fatica a stare chiusi. E i rimproveri delle prof. che esortavano invano a non utilizzare il diario scolastico per queste cose. Le fans più sfegatate di Stefano Sani erano la Dafne Guazzetti (chissà che cosa ne pensava Carlucci) e la Maini, la sua amica di F. Avevano gadget e foto di tutti i tipi. Alla Maini piaceva il mio compagno di classe Martino (quello del pugno). Lui però aveva rifiutato di mettersi insieme a lei (in effetti era un rospo) ed erano rimasti solo amici. Però.... quanti ricordi è in grado di evocare una canzone trash...  Ripenso a quel gruppetto di amici/nemici. Ai pomeriggi in giro per il quartiere. Ai motorini... Ecco! Un argomento di grande attualità era il motorino. A me mancava ancora molto tempo... ma non tantissimo. In classe con me i bocciati nati nei primi mesi dell’anno avevano compiuto i canonici quattordici anni. Ognuno dei miei amici aveva almeno un compagno di classe, o uno della stessa squadra di calcetto o di nuoto che aveva già il motorino. In più c’erano quelli che pur non avendo l’età iniziavano andare in giro più o meno di nascosto con il motorino dei fratelli più grandi o dei genitori. Nel cortile c’era Paolucci*... anzi c’erano “i” Paolucici perché erano due fratelli arrivati da poco.  Troverò lo spazio per parlare anche di loro. Perché merita. Il più grande era finito in classe con Demetrio*. Girava col motorino del padre, un cinquantino strano di marca sconosciuta. Diceva che aveva le marce, ma col cambio automatico. “Senti, che cambia rumore?”.  In realtà con poco gas faceva mmmmm, con tanto gas faceva MMMMM. Era sempre uguale. Forse aveva il variatore. Il massimo che gli concedo. Entrambi i fratelli giravano comunque solo nel cortile del condominio, cioè nel parcheggio. Che però tecnicamente è una strada.

Chi invece rischiava molto di più e andava in giro da un quartiere all’altro era il mio compagno di classe Martino (quello del pugno nello stomaco). Aveva una sorella e un fratello più grandi entrambi col motorino e lui glielo scroccava regolarmente. Il fratello aveva il  ciao SC e la sorella il PX, quello nuovo col fanale dietro al portapacchi. Martino sapeva percorrere diversi metri in impennata, caricava la gente, faceva i garini e tutte le cose più deprecabili che maggiormente temono i genitori. “Quello dovrebbe essere un bravo ragazzo, perché non lo frequenti?” – mi aveva detto un giorno mia madre dopo che al ricevimento genitori aveva letto la sua pagella a sua madre, che si era dimenticata gli occhiali. Sua madre era una maestra elementare. Suo padre uno stimato professionista. Due fratelli secchionissimi che facevano il liceo. Lui era la pecora nera, soprattutto come comportamento. Ma a scuola andava bene quanto me. Buono +. Bastava questo per rassicurare mia madre.

 

Tra i genitori dei miei coetanei riguardo al motorino c’erano due scuole di pensiero. C’erano quelli contrari che pensavano che quattordici anni era troppo presto e ce ne volevano almeno 15 o 16 o 18 (età che aumentava di anno in anno).  E poi c’erano quelli favorevoli. Alcuni non vedevano l’ora di comprare il motorino al figlio per sentirsi apprezzati o perché il loro figlio doveva sempre avere il meglio. Altri più rassegnati: in fondo non gli si può dire di no, se ce l’hanno tutti. “E poi va a finire che salgono con gli amici in due su un motorino, che è anche più pericoloso”. L’unico caso di genitore favorevole e figlio contrario che abbia mai sentito era l’Ivonne*. Suo padre avrebbe voluto vendere una vecchia moto ormai inguardabile che era stata la moto figa del fratello più grande per prendere un motorino presa diretta. “Così lo usa anche la mamma a fare la spesa”. L’Ivonne si era opposta... “no, non lo voglio, non mi interessa”.  In realtà non voleva disfarsi della motorrenda a cui era affezionata. 

 

I figli dei genitori contrari al motorino a loro volta si dividevano in due correnti di pensiero: c’erano quelli che sbavavano dietro i motorini degli altri e invidiavano chi aveva i genitori di larghe vedute. Ce n’erano altri che si dichiaravano non interessati al motorino, considerandolo un capriccio da figli di papà. Tra questi Demetrio, che il giorno del quattordicesimocompleanno avrebbe preso una bicicletta da corsa nuova,  più costosa di un motorino e più veloce. Perché in fondo i cinquantini andavano pianissimo, molto megli uno sport sano come il ciclismo ed era molto più figo uscire in bicicletta alla domenica mattina col babbo che ti controllava... era convinto, eh.

In realtà quasi tutti quelli che snobbavano il motorino in realtà avrebbero voluto averlo.  Ma volevano fare della propria sfiga una virtù per sembrare migliori. Era l’inizio dell’età adulta, caratterizzata da queste doppiezze, l’età in cui è l’importante non è essere ma soprattutto apparire.

La scelta per i quattordicenni di allora era molto più limitata di quanto non lo sia oggi. I motorini più rappresentati erano il ciao e il peugeot 103, una realtà tutta reggiana. Ma all’epoca non lo sapevo che nelle vicine Parma e Modena non lo prendevano neanche in considrazione.

Il ciao era il motorino semplice, quello per la meno-spesa (a volte quello che c’era già in casa, per i più fortunati), andava piano ma consumava poco e andava sempre. Leggermente più quotato tra le ragazze, meno interessate alla velocità e più interessate a un oggettino leggero quasi come una bici. Ma era anche in voga tra qualche ragazzo bulletto. Magari “truccato”.  Erano così leggeri che erano ideali per impennare e usarli fuori strada... in pratica era lo stesso concetto della “graziella”, ma con il motore. Ce l’avevano le ragazze per bene o i giovani scapestrati.

Il motorino veramente di moda era il Peugeot. Che senza farci niente sfiorava i settanta. Sul suo contachilometri. In realtà erano i sessanta scarsi. Ma era sempre più veloce del ciao. Tutti i fighetti ex compagni di classe di mia cugina man mano che raggiunsero i quattordici anni si comprarono il peugeot. Rosso o blu metallizzato. Aveva anche il manubrio regolabile in larghezza. La moda del momento era tenerlo strettissimo. Il peugeot si guidava rigorosamente con gli occhiali da sole neri a specchio. Altra moda del momento.

Oltre al ciao e il peugeot c’era il “tubolare”. Cioè un motorino a marce di marca indefinita con il telaio a forma di tubo. Il solo scopo per cui si prendeva questo motorino era per “truccarlo”. Non esistevano tubolari originali. Era il preferito dagli smanettoni e ce l’avevano solo i maschi. Anche martino quando finì di scroccare il motorino dei fratelli e compì 14 anni si fece prendere un tubolare.

 

Anch’io guidavo il motorino senza avere l’età per farlo. Già dall’estate prima. Non un motorino prestato dagli amici (tutti gelosissimi dei loro mezzi) bensì il ciao di mia nonna. E non di nascosto, bensì spronato dalla nonna stessa, di sua spontanea iniziativa, e mia complice contro la mamma iperansiosa.  Perché così facevo allenamento  non mi sarei trovato sulla strada senza esserne capace, diceva. E così mi toglievo dalla testa quei maledetti cani. Gliel’avevo sentito dire qualche volta, mentre parlava a mia madre “vedrai che poi gli passerà... è solo questione di anni, quando inizierà a uscire da solo, ad andare in giro, a pensare alle ragazze....”

A sentire loro la mia passione per i cani sembrava una malattia...

 

Il motorino comunque non lo guidavo in strada. Giravo nel cortile di casa, che allora era molto più grande di oggi e collegato con quello dei vicini.

 “Non dare troppo gas! Guarda che fa gli ottanta” si raccomandava mia nonna. Per anni sono stato convinto che il ciao di mia nonna facesse gli ottanta, suscitando l’ilarità di tutti i coetanei. Eppure questo era quello che diceva lei. Io non avevo motivo di dubitarne...  E in cortile non mi lanciavo nemmeno a trenta orari. Come davi un po’ di gas era già ora di frenare.

Più avanti sperimentai di persona che anche la nonna poteva esagerare. Ma il ciao della nonna (come tutti i ciao SC, del resto) andava comunque più forte dei ciao px di nuova generazione. Non certo gli ottanta, ma i 50-55 forse li faceva. Impossibile dirlo senza contachilometri.

postato da deniz | 01:07 | commenti