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mercoledì, settembre 26, 2007 Ottobre 1982
Prima di entrare in modalità studio e uscire mentalmente dall’estate bisognava aspettare i primi freddi. O anche i secondi. Si continuava a uscire tutti i pomeriggi e tutte le sere che erano sempre più buie e sempre più fredde. L’appuntamento era sempre davanti a casa dell’Ivonne, a giocare a busche sulla panchetta “Coca Cola”. Matteo*, noto per affibbiare soprannomi a tutti era il più confusionario e rumoroso. Era solito girare per il cortile intonando cori da stadio e slogan di vario tipo, spesso adattandoli per usarli contro i fratelli, gli amici, gli insegnati e le altre persone con cui aveva a che fare. Un giorno, girava come il suo solito sulla bici di sua sorella di tre anni (con le rotelline) zigzagando per il cortile e vedendo apparire all’orizzonte Demetrio Riccardini*, intonò uno slogan a squarciagola. Sull’aria della Marsigliese: “RICCARDINAZZO E’ UNA TESTA DI CAZZO… ALÉ ALÉ ALÉ TROICACCIA ALÉ”. In quell’esatto momento dietro alla recinzione poco distante emerse il padre di Demetrio nonché Riccardini senior, che stava potando la siepe. Guardò Matteo senza dire niente. Gelo totale. Un minuto interminabile di silenzio… anche gli altri ragazzini presenti rimasero tutti in un silenzio tombale. Ci scompisciammo solo dopo, ma sul momento riuscimmo a rimanere seri. Il padre di Demetrio era un tipo che metteva soggezione. Un genitore molto severo ed esigente con il figlio. Pretendeva buoni voti a scuola, comportamento impeccabile, vestiti in ordine… Non scherzava mai, era sempre tra il serio e l’incazzato. Le poche volte che rivolgeva la parola a qualcuno di noi era con frasi del tipo: “tu li hai già fatti i compiti?”, “tu dove abiti? Lo sanno i tuoi genitori che vieni qui in bici?” Infatti, nemmeno in quell’occasione parlò. Forse chiamò il figlio e lo fece entrare in casa, come faceva tutte le volte in cui “gli altri” facevano qualcosa che non andava. Uno diceva una parolaccia? FSSHHHHH! Demetrio, in casa a studiare! Il fischio FSSSHHH era il suo classico modo per chiamare il figlio. Ognuno aveva il suo stile… C’era la mamma della Clelia che sembrava che stesse male.. “Cleeeeliaaa” “Insomma!!! Io penso che a una certa ora….” Si incazzava perché doveva chiamarla…. Avrebbe preteso che la figlia capisse quando era ora di rientrare senza essere richiamata. La zia della Beatrice (chiamata il “Carabiniere”) invece la chiamava con tono perentorio, sempre alla stessa ora. Ineccepibile. Come l’ammiraglio di Mary Poppino. Probabilmente puntava la sveglia. I miei genitori erano tra i più permissivi. La sera potevo rimanere fuori finché volevo. Anche i genitori dell’Ivonne, per fortuna… altrimenti saremmo stati tutti fregati. A loro bastava sapere che eravamo a casa. Di fatto però eravamo vincolati alla severità dei genitori degli altri. Quando tutti andavano a letto presto perché al mattino si andava a scuola e si rimaneva da soli… non è che fosse così divertente restare al freddo senza nemmeno il numero minimo per giocare a busche. mercoledì, settembre 19, 2007 Settembre 1982
Cominciava l’ultimo anno delle medie. Poi avrei dovuto decidere che cosa fare della mia vita. Già. Perché è fondamentale. Non si può sbagliare. Non si può rischiare di cambiare idea e perdere un anno. Avevo solo pochi mesi per cambiare idea. Sono sempre stato molto “adulto” anche da bambino. O forse “bambino” anche da adulto…. chissà…. comunque non sono cambiato molto. Ho sempre vissuto in un mondo un po’ tutto mio. In ogni caso, però, non ero sicuramente maturo per decidere che cosa avrei fatto nella vita. All’epoca sentivo molto l’influenza dei miei amici. Quasi tutti indiscriminatamente odiavano la scuola e i professori. E i “secchioni” per analogia. Quasi tutti i miei amici andavano male a scuola. Io andavo abbastanza bene, ma mi integravo con loro manifestando il mio schifo per il mondo scolastico e tutto ciò che lo riguardava. Per un certo periodo anch’io fui motivato a non proseguire gli studi. Avevo fretta di emanciparmi. Mi sarebbe piaciuto aprire un pet-shop. Ma andava bene un qualsiasi negozio. Fare il negoziante mi sembrava un’attività redditizia e serena. Nessuno che ti diceva che cosa dovevi fare e quando farlo, ma decidevi tu. E mi sembrava si guadagnasse bene. Vedevo i miei zii per esempio, che a meno di trent’anni si compravano case, barche e macchine. “Almeno una scuola professionale le devi fare” - iniziò a dirmi mia madre. “Al giorno d’oggi un diploma ci vuole, altrimenti non puoi fare niente” “Non fare come me che poi quando sei più grande te ne penti”. L’unico mestiere che richiedeva un po’ di cultura che mi attirava era il veterinario. “Ma tu non puoi fare il veterinario, che svieni vedendo un ago” – aveva decretato mia madre. Aveva ragione, comunque. E poi era davvero impegnativo e sarebbe stato auspicabile fare il liceo. E ai miei genitori non andava bene nemmeno il liceo. Il liceo era troppo. Almeno una scuola professionale sì, ma il liceo era decisamente troppo dall’altra parte. “Dopo non hai niente in mano e devi per forza andare all’università altrimenti è come non aver fatto niente” – aveva decretato mia madre. Avevo capito che l’ideale per far contenti i miei genitori era un istituto tecnico. E per far contento me? Vabbeh, c’erano ancora nove mesi di tempo. “Intanto finiamo queste stramaledettissime scuole medie” - pensai - “poi si vedrà”. |