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venerdì, febbraio 29, 2008 Maggio 1983 Cavolo, stavo facendo passare gli anni ’80, senza parare di lui.
Il mio mito. Ormai parlavo come lui..con la voce nasale, “ma non è poccibile”, “ptciu, ptciu”.... A volte anche a scuola, con i prof che mi riprendevano sempre. “Ma inciomma, prof.!” Ovviamente lo facevo solo nelle circostanze adatte. Molti miei compagni snobbavano quel genere di cose. Ormai facevano “i grandi”, parlavano di discoteche, di fdonne... l’unico “gioco” che si concedevano senza timore di sminuire la loro virilità era il calcio. Il calcio infatti è una roba da uomini. Anche le mie compagne si atteggiavano molto di più da adulte. E mostravano interesse per i ragazzi che si comportavano da adulti. Io ero un bambinone.... Paradossalmente però trovavo più spunti per il dialogo con gli adulti che con i miei coetanei. Gli adulti (certi adulti, ovviamente) ci stavano molto di più a fare “pciù pciù non è poccibile”. Non avevano paura di sembrare bambini perché tanto erano adulti. Forse non ero tanto bambinone... ero solo me stesso. In un certo senso sono ancora così, dopo venticinque anni. VENTICINQUE ANNI!! MA non è poccibile! Uno non può neanche distrarsi un attimo che pacciano 25 anni. Adeccio faccio la danza propiziatoria per ringiovanire.... Gnammagnammagnammagnà, gnammaggnammaggnammagnà.... lunedì, febbraio 25, 2008 Aprile 1983 A pochi mesi dalla fine della scuola ero scontento e scazzato. Mi ero quasi irrimediabilmente giocato la possibilità di uscire con distinto, a causa dei miei alti e bassi e le mie défaillance primaverili. Precipitato pure in musica, dove avevo sempre ottimo per tre anni. Ma bastò non studiare una volta. Un impreparato su una lezione tutta teorica… chissenefrega se ero l’unico che col flauto suonava qualsiasi cosa e trovava le note di qualsiasi canzone… Nelle altre materie non andavo male. Ma ero uno da Buono. Buono +. Avevo scelto la scuola superiore. La meno peggio e quella che faceva tanto felici i miei genitori. Senza particolare entusiasmo. Non sopportavo più nessuno dei miei compagni di classe che si dividevano tra a) grezzi sbruffoni e cattivi, b) buoni ma intellettualmente subdotati. Non avevo niente a che spartire con loro, passavo molte ore da solo e non vedevo l’ora che le scuole finissero per aprire un’altra pagina della mia vita. Speravo che alle superiori sarei finito in una classe di sconosciuti. Volevo reiniziare tutto da capo. Non avrei commesso gli stessi errori degli anni precedenti. Mi sarei proposto diversamente. Mi sarei aperto di meno… un po’ di mistero ci vuole. Mi sarei fatto rispettare. Con gli amici della prima infanzia invece andava tutto come il solito… insomma con loro continuavo a trovarmi discretamente.
mercoledì, febbraio 13, 2008 Marzo 1983
Con largo anticipo sul mio quattordicesimo compleanno, i miei genitori pensarono bene di comprarmi il motorino. Molti genitori dei miei coetanei spingevano per ritardare o escludere l’acquisto, invece mio padre non vedeva l’ora. Un po’ perché era soprattutto per lui. Era come un gioco … faceva un po’ come mia moglie adesso che compra milionate di giocattoli non richiesti per il bambino solo perché a lei piacciono i giocattoli. O forse le piace che il suo bambino abbia tanti giocattoli. E un po’ dubbia la cosa. A mio padre piaceva che io avessi il motorino e che potessi dire in giro “il mio papà mi ha preso il motorino”. Il motorino che pareva a lui, però. Il motorino più ambito dai mie coetanei era il peugeot 103. Una moda tutta reggiana… già nelle province vicine Modena e Parma non era così diffuso. Poi c’era il “tubolare” per i truzzi e il ciao per i “poveri”… cioè quelli a cui i genitori dicevano che il peugeot costava troppo o andava troppo forte. Il Garelli lo avevano quelli che usavano il motorino di famiglia già in casa e gli alternativi al massimo si prendevano il “bravo”. Non c’era tanta scelta come con gli scooter di adesso. Ah…. Poi c’era la vespa… ma il 50 aveva un ruolo marginale. Era un po’ come il Garelli. La usava chi l’aveva già in casa. Mio padre volle prendere il SI, un motorino poco diffuso che piaceva a pochi. In realtà concordammo l’acquisto… ma ci fu molta pressione da parte sua. E siccome a me non pareva vero che lo prendessero è stato facile pilotare la mia scelta. Il Ciao era reputato troppo spartano e mio padre voleva qualche cosa di più. Ma il Peugeot andava troppo forte. E per questo gli furono trovati mille difetti estetici, dai raggi anziché le ruote in lega (che il SI aveva) al parafango anteriore di colore diverso rispetto al posteriore, al presunto peggior funzionamento. I Piaggio partono sempre e non ti lasciano mai a piedi. Se non partono devi cambiare la candela. E’ l’unica manutenzione di cui hanno bisogno. E così presi il SI con dieci mesi d’anticipo sull’età standard e con tanto pathos per averlo e non poterlo usare. Facevo dei giretti brevi solo nel cotile. Avanti e indietro, avanti e indietro come un duenne con il triciclo. Raramente in strada, nelle strade secondarie del quartiere, non nella strada principale. In classe con me c’era gente che lo usava con disinvoltura spostandosi da un quartiere all’altro coprendo distanze di qualche chilometro, stando all’occhio che non ci fosse la polizia. Mario Cecchi* era il più azzardato e indipendente e con motorini truccati dei fratelli più grandi si esibiva in numeri acrobatici sfidando ogni regola. Aveva anche talento comunque. Col Ciao di sua sorella riusciva a fare tutta via Spaggiari su una ruota. Io non lo facevo non solo perché era pericoloso, ma perché in ogni caso non ci sarei riuscito. Avevamo solo tredici anni. Un età in cui si pensa ci siano le porte aperte per poter far tutto. Eppure io mi sentivo già tagliato fuori per molte cose. Non sapevo nuotare, non sapevo giocare a calcio né a tennis, non sapevo ballare non ero mai stato a sciare… per fare bene certe cose bisogna iniziare da piccoli. Non sapevo nemmeno fare le impennate in motorino. Una volta mi spinsi a duecento metri da casa per prendere dei compiti da un mio compagno e mi beccai un cazziatone incredibile da suo padre che mi fece il terzo grado e quasi svenne quando dissi che i miei genitori erano al corrente che usassi il motorino… il mio amico ci andò di mezzo pure lui poveretto… nel senso che il padre divenne più severo, non lo lasciò uscire (forse per paura che gli facessi provare il motorino) e gli disse che non aveva piacere che frequentasse gente come me. Quando raggiunsi l’età per usarlo, mi passò anche la “voglia”. Lo usai principalmente per comodità. Anche perché il SI non era un motorino che faceva guadagnare punti…. Evitavo di dire che l’avevano comprato apposta per me facevo come quelli che usano la vespa del nonno o il garelli dello zio. Però lo usai tanto. Anche dopo i diciott’anni. Anche all’università…era un po’ come il motorino “serie Lux” del Ciclone. Chi invece, esaurito l’entusiasmo iniziale, non lo usò più, fu proprio mio padre. “Un motorino classico lo userò anche dopo i diciott’anni. Lo può usare anche mia madre per fare la spesa o mio padre per andare a lavorare, mentre una moto o un tubolare truccato sono roba per ragazzini, a diciott’anni non lo usi più” – mi dicevo scegliendo il modello. I miei acquisti sono sempre completamente razionali – sostiene mia moglie. Ha ragione. Ero così anche allora. Mio padre invece sceglie col cuore. E così si prese il suo motorino con i cerchi in lega che all’epoca gli sembrava una roba “da giovane”. Lo usò due mesi e poi divenne solo per me. Quando andai a militare finì in cantina perché in garage era solo un ingombro. Mia madre lo provò in un paio di occasioni… ma aveva troppa paura e francamente era un pericolo per sé e per gli altri. Meglio che non lo abbia usato. Lo rottamai nel 1998 quando andai a vivere da solo. Era funzionante ma completamente spompo… faceva tipo i 30-35 km/h a manetta. Non aveva nemmeno più la ripresa che fu il suo unico punto forte. Malgrado ciò, un po’ mi dispiacque. Perché io comunque alle mie cose mi affeziono. Anche alle cose brutte. postato da deniz |
23:04 | commenti (2)
mercoledì, febbraio 06, 2008 Febbraio 1983 A 13 anni ero ancora molto bambino. I miei interessi non erano cambiati rispetto agli anni precedenti. Avevo i soliti amici. La sera uscivo con i miei genitori o a volte solo con mia madre quando mio padre aveva le prove del coro. Andavamo spesso da mia cugina… era la mia meta preferita. Stavamo per conto nostro in sala, in cucina o in camera, comunque in una stanza diversa da quella in cui erano le nostre madri. E parlavamo delle nostre cose. Era un po’ come uscire da solo… non certo come quando dovevo seguire i miei per cose che interessavano soprattutto a loro. Mia cugina mi raccontava della scuola superiore, dei suoi nuovi compagni… gente che non conoscevo e cose che sentivo sempre più lontane. Mia cugina aveva sempre sonno. Alle nove e mezzo si pigiamava, tanto per mettersi avanti. Poi si portava cuscino da letto (un cuscino morbidissimo e liscissimo) sul divano… e spesso si addormentava lì, mentre io e il cugino piccolo finivamo di guardare la tv per conto nostro. “Hai già quattordici anni, quest’altr’anno potresti avere il moroso” – le diceva mia madre “come farai quando uscirai la sera?” |