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lunedì, marzo 31, 2008
Novembre 1983
L’orario scolastico in prima superiore era di 30 ore. Come quello delle medie. Le due ore di ginnastica però non potevano coincidere tra ragazze e ragazzi. Noi maschi eravamo in pochi, perciò venivano unite tutte le classi dell’istituto formando due soli gruppi di tre prime e due seconde ciascuno. ABF e CDE: trenta ragazzi ciascun gruppo. Per le ragazze invece si univano solo due classi. Ovviamente quindi non potevamo avere lo stesso orario. Noi maschi avevamo perciò un pomeriggio... mi sembra di ricordare che fosse il martedi’. Al lunedi’ invece entravamo più tardi perché le ragazze facevano ginnastica nelle prime due ore. A scuola c’era un servizio mensa... ma io ero ancora traumatizzato dall’asilo. Non ci ho mai mangiato. Quando avevo il pomeriggio mi fermavo a mangiare da mia nonna, che abitava più vicino e quindi ci stavo dentro con i tempi prendendo un solo tram anziché due. Mia nonna era una pessima cuoca. Il menu’ era quasi sempre lo stesso: pastasciutta con sugo arancione che quando finivi restava un dito di liquido unto sul fondo e scaloppine con piselli con lo stesso sugo arancione. Per finire, torta di riso. Almeno quella senza sugo arancione. A ginnastica, prima della partita ci facevano fare due (o più) giri di campo di corsa. Il sugo veniva su anche tre ore dopo. Se ci penso viene ancora su il sapore. Probabilmente in mensa si sarebbe mangiato meglio. Ma la nonna è sempre la nonna... lei era contentissima così mi vedeva una volta in più. Io tutto sommato preferivo passare un’ora con mia nonna che con quei cazzoni dei miei colleghi di sventura, specialmente quelli delle altre sezioni. Specialmente quelli di effe. C’erano alcuni elementi che non si sopportavano. Meglio la nonna sicuramente, anche se questo significava sorbirsi “Sentieri” in TV. Nell’ora di ginnastica entravo in modalità catalessi.... o quasi. Insomma una specie di sonnambulismo. Un' abulia attiva. Facevo tutto quello che c’era da fare cercando di non pensarci. “Tanto un giorno finirà”. C’era da correre? Correvo. Correvo come potevo. Se non vi va bene, va bene lo stesso. C'era da saltare, salvavo. C’era da piegarsi, mi piegavo. E nelle partite correvo verso la palla cercando di non pensarci. Non me ne fregava niente del risultato, di vincere o di perdere. Dovevo far passare il tempo e gli altri era come se non esistessero. Ero impassibile a ogni commento, richiesta, presa in giro, lode o pressione. Gli altri non esistevano. Il mio corpo era lì, ma la mia mente era altrove. Mentre giocavo a calcio o a pallacanestro o a pallavolo pensavo ai cani, ai pappagalli, alla genetica, alle canzoni, alla grammatica del dialetto reggiano, alle cavolate che avrei scritto sui diari delle mie compagne, alla mia donna ideale, al passato, al futuro. Dopo un po’ di tempo non mi dispiaceva nemmeno più tanto fare ginnastica. Ne approfittavo per estraniarmi dal mondo e pensare. Pensare ai fatti miei. Nessuno può controllare quello che pensi. Possono controllare quello che fai, obbligarti a fare cose che non vorresti fare, tenerti in un luogo dove vorresti essere... ma la mente.... il pensiero è libero. Nessuno può sapere quello che pensi. E io pensavo e sognavo. Qualsiasi cosa accada, io sarò sempre felice. Perché la vita è troppo corta e io non me la faccio rovinare da un’ora di faticosa insensata ginnastica. Né da qualsiasi altra cosa. Non voglio essere triste perché ho perso una partita.... non ne vale la pena... non se lo meritano... Io non sarò mai più triste perché è troppo bello essere felici. E voglio cercare solo il lato bello delle cose, pensavo. Per parecchio tempo ci sono riuscito.... e ci sto riuscendo tutt’ora, anche se la vita a volte ti molla dei colpi veramente duri da superare.... Quando si superano però ti temprano ancor di più. E allora diventi veramente insensibile alle “stronzate”. E allora non solo non ti arrabbi più per una partita di calcio persa o per un brutto voto. Non ti arrabbi nemmeno per una macchina distrutta, un computer che si fulmina, una donna che ti dà il due di picche. Perché nella vita c’è altro... ci sono cose ben più importanti. Basta però che nessuno mi faccia prendere il semaforo rosso. Per quello posso veramente prendere a martellate. State all'occhio.
giovedì, marzo 27, 2008 Ottobre 1983
Ricordo ancora la prima interrogazione. Sei e mezzo. In scienze. Un po’ ci rimasi male... insomma scienze era una delle materie in cui ero ferrato. Poi si diceva che il primo voto fosse molto importante perché i professori “ti schedavano”. Se per loro eri “uno da sei e mezzo” potevi fare interrogazioni bellissime, compiti da urlo, salti mortali con doppio avvitamento a destra, niente... per loro era comunque sei e mezzo. Indovinate che media ho avuto alla fine dell’anno? Sei e mezzo. Ma forse è un caso. Questa cosa del primo voto dell’anno sembrava avere un grosso riscontro nei temi di italiano. Bene o male i voti erano sempre gli stessi, tutti i temi, tutte le volte. C'era chi prendeva sempre otto, chi prendeva sempre sette, chi prendeva sempre sei e mezzo. Ricordo due mie compagne di classe che facevano temi da prima elementare... corretti, tutto quel che vuoi.... ma di una semplicità imbarazzante. E monotematici: "Dio è buono, io prego sempre, nel mondo c’è tanto dolore e cattiveria e solo il signore può salvarci"... Qualsiasi fosse l’argomento andavano a parare lì. Otto. Sempre e comunque otto. Forse non li leggeva nemmeno. Mah.. Il mio primo tema fu un quattro. Un bel quattro fumante. Un tema sostanzialmente corretto, scorrevole, senza errori di grammatica. Io di errori di grammatica non ne faccio micca. Ricordo ancora il titolo: “il bene e il male secondo un ragazzo della tua età”. Nello svolgimento mi staccavo dalla visione “cattolica” del bene e del male, dicendo che in realtà non c’era una linea demarcazione così netta. C’erano differenze tra le varie culture ed era molto presuntuoso da parte di chiunque erigersi a giudice assoluto sentenziando su che cosa è bene e che cosa è male. “Elucubrazioni pretenziose prive di alcun fondamento...” scrisse il prof tra le altre cose nel giudizio finale di commento al quattro. Ricordo la parola “elucubrazioni”. Prima di allora non ne conoscevo il significato. Ovviamente andai a chiedere qualche spiegazione al prof. Non mi sembrava vero... doveva essere uno scherzo. Il prof intese la mia peraltro gentilissima richiesta di spiegazioni come una contestazione del suo voto, si mise a leggere ad alta voce frasi qua e la del tema davanti alla classe, con tono di rimprovero. Frasi scollegate, estratte qua e là fuori dal loro contesto e dal discorso in cui erano inserite, in modo da rigirarle come meglio credeva e travisarne completamente il significato, mettendole in ridicolo di fronte alla classe e cercando il consenso “lecchino” dei compagni che non avevano nessun interesse a prendere le mie parti e sghignazzavano o inorridivano o facevano la faccia che meglio esprimesse solidarietà col prof nel convenire che il mio tema era una schifezza. Pensai che la mia carriera in quella scuola era finita.... già mi vedevo bocciato. L’anno prima fantasticavo di lasciare la scuola dopo le medie e cercare un lavoro... non è che ci tenessi particolarmente a studiare. Ma non mi andava di finire così. Da perdente. Per quanto riguarda i rapporti con i miei compagni, le superiori erano meglio della medie. Ma non si può dire che fossi a mio agio. Erano appunto compagni di sventura... che frequentavo perché ci ritrovavamo rinchiusi nello stesso edificio, ma che non avrei frequentato se fossimo stati liberi di fare ciò che volevamo. Fortunatamente al pomeriggio continuavo a vedere i soliti amici d’infanzia nel cortile. La nostra attività preferita in quei tempi era duplicare cassette. L’Ivonne* aveva il registratore col cavo che si collegava a tv, stereo e altri apparecchi permettendo di registrare senza interferenze. Avevamo trovato la formula ideale: il mio stereo che suonava (aveva due casse) e il registratore dell’Ivonne registrava. Le cassette piratate venivano di una qualità eccelsa. In quel modo, mettendosi d’accordo potevamo dividerci le spese degli originali e farci decine e decine di copie, una per tutti. Compri uno e ascolti dieci. E poi si potevano fare delle compilation personalizzate: due o tre canzoni estratte da ogni album. Il grande capolavoro fu la cassetta di Vasco, con le tutte le canzoni più vecchie e più belle. Albachiara, Una canzone per te, la Strega, Faccio il militare, Va beh, La nostra relazione, Brava, Colpa d’alfredo, Susanna, Sono ancora in coma, Portatemi Dio, Non l’hai mica capito, Giocala, Alibi.... era una C90 piena zeppa. Mi ha seguito tutte le vacanze, tutte le gite, tutti i viaggi, tutti gli anni.... credo di averla ancora. Non so per quanti miliardi di volte abbia suonato. Suonava ancora. Suonava benissimo. Non ci si stancava mai.
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venerdì, marzo 21, 2008
Settembre 1983
Contrariamente a quanto avevo sperato, alle superiori mi ritrovai in classe con tutti quelli della Rosta. Avevano raggruppato nella stessa sezione gli alunni provenienti dalla stessa scuola media. C’erano la Dea Baroni* e la Nilde Meli* mie ex compagne di classe delle medie. Poi tre di F, due di D, una di C, una di H... insomma, mezza classe era costituita da facce note. Arcinote. Moltissime vecchie conoscenze dai tempi del catechismo. Le mamme si conoscevano tra loro... c'era una ragazza di Cadelbosco con la nonna che era stata una mia vicina di casa. Di completamente sconosciuti c’erano i miei compagni maschi. Eravamo solo in cinque maschi. 5 su 25. Beati tra le donne. Ce n’era solo uno che mi ispirava fiducia... insomma uno che poteva essere “uno come me”. L’unico della mia età. Gli altri tre erano ripetenti. Non legai per niente né con loro, ne con gli altri maschi della scuola che vedevo nell’ora di ginnastica. Mi isolai ancora di più che nella scuola media. Questi non erano rozzi e volgari i miei compagni precedenti. Però se la tiravano da uomini vissuti. Erano fighetti, modaioli, discotecari, fumavano per far vedere che erano grandi, guardavano tutti dall’alto al basso. Con le mie compagne invece andò a finire che trovai un feeling... anche anche loro erano distanti da me. Infatti ero capitato in una classe di chiesarole bigotte democristiane. Malgrado le divergenze politiche ho dei bei ricordi e mi sono divertito molto con loro. Diventai presto il loro “amicone”. E gli amici, come è noto, non battono un chiodo. Ho passato gli anni delle superiori a vederle innamorarsi degli altri. Quelli delle altre classi, quelli fuori che venivano ad aspettare in moto all’uscita... Quelli modaioli, fighetti e discotecari. Quelli stronzi, quelli che le facevano piangere, quelli che erano inaffidabili e cattivi. Nessuna si è mai innamorata di me, malgrado fossi tutte mi ritenessero simpatico, carino, affidabile e buono. Forse perché ero nato in dicembre e dimostravo meno della mia età e per loro ero troppo piccolo. Forse l'età non c'entra: le donne sono così. Comunque, neanch’io comunque mi innamorai mai di nessuna di loro. E nemmeno di quelle altre classi. Almeno nei primi anni... In quinta invece...... beh... a suo tempo racconterò.
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martedì, marzo 18, 2008
Agosto 1983 Gli adulti la ricordano come l’estate più calda del secolo... per me era un’estate come un’altra. Effettivamente c’era caldo. Ricordo le battaglie di gavettoni con gli altri ragazzi delle vie confinanti. Con i pochi che rimanevano a casa in agosto. Gli ex compagni di classe di mia cugina avevano tutti il motorino. Tutti il peugeot 103. Chi rosso, chi azzurro metallizzato. E sfrecciavano per il quartiere tirandosela moltissimo. Per loro era passato il tempo dei gavettoni e gli altri giochi "da ragazzini". Da qualche parte c’erano ragazzine che li "veneravano" e stavano tutto il giorno ad aspettare che passassero. Tra me e loro c’era un abisso... un anno di età sembrava un eternità. Era il peugeot 103 a fare la differenza. Lo scaglione successivo coincideva con la vespa px 125. Ricordo che l’Ivonne* diceva: “un ragazzo brutto, lo vedi su un px ed è bello”. “Bene, me lo segno. ... chissà, forse tra due anni... Non farò lo stesso errore commesso con il motorino. Prenderò quello che è più di moda ” – pensavo. Da un lato mi sembrava uno spreco enorme prendere la vespa due soli anni dopo aver preso il motorino. Vabbeh, ci sarebbe stato tempo. Quell’anno erano di moda gli occhiali neri a specchio. E la camicia hawaiana. Ce li avevano tutti... era l’accessorio più ricercato, dopo il peugeot 103. Io avevo trovato in casa degli occhiali neri... ma non proprio a specchio. Insomma si vedeva da lontano un chilometro che erano una cosa riciclata e facevano un po’ la figura del sì di fianco al peugeot 103... confermavano il mio look. Il look del bravo ragazzo che non fa spendere soldi ai genitori per un capriccio come possono essere gli occhiali costosi o il famigerato peugeot. Un look poco interessante. Quella fu anche l’estate delle prime “storie” dei miei coetanei... o quasi. I più precoci furono F. e l’Emma*. Lei aveva solo dodici anni. Ne dimostrava di più... ed era anche molto carina. Alta, magra. Ricordo quando li ho visti per la prima volta baciarsi per strada, mi ha fatto quasi impressione. Per me dodici anni erano veramente troppo pochi.... io avrei avuto degli scrupoli a farlo perché pensavo che fosse troppo presto. Avrei aspettato un anno in più... Lui aveva 14 anni e la cosa mi sembrava già più normale. Lui era veramente un cesso. Orribile..oggettivamente brutto. Però era un “leader” nella sua compagnia. E se la tirava come se fosse meglio degli altri. Capelli lunghi biondi... tipo Enzopaolturchi.. e mi chiedevo come potesse una ragazza così carina stare con un robo simile. Non c'era spiegazione logica. Non era simpatico... non era un genio, a scuola era tra i "somari"... non poteva essere il peugeot a fare la differenza. Ricordo che una volta, stavamo chiacchierando davanti a casa dell’Emma*, io lei alcuni amici e la Clelia Iori* di Due Maestà. F. tornando dal lavoro (lavorava in officina d’estate) passò in motorino a manetta senza fermarsi. E l’Emma si mise a piangere come un’aquila e scappò in casa. “Una tipa matura” – pensai. Lei era innamorata persa. O almeno credeva. Boh. Non mi capacito ancora. A lui interessava avere una per arrivare a far del sesso, il quanto più possibile, il prima possibile ed essere più avanti degli altri... Perché avere la morosa (e bella) a soli quattordici anni era una cosa che faceva guadagnare punti nella società. Non credo l’amasse. “Magari questa volta si mollano” – pensai. Un po' ero invidioso, lo ammetto. mercoledì, marzo 05, 2008 luglio 1983
Un'altra estate al lago di Ledro. Dopo la prima esperienza in tenda, i miei genitori comprarono un carrello-tenda, ovvero l'anello di congiunzione tra la roulotte (che costava troppo) e la tenda. Aveva il vantaggio di essere un veicolo a traino: non si doveva sovraccaricare la macchina (che comunque chissà perché era sempre comunque piena), anzi parte delle valige e del carico potevano stare sullo stesso carrello. I vestiti già piegati nelle apposite cassapanche. La zona notte si montava in due secondi: emergeva dal carrello si apriva come un libro. Come i personaggi di carta piegata che emergono dai libri 3D per bambini. E aveva i letti sopraelevati... non proprio come una roulotte, ma più "casa" rispetto a una tenda.
La veranda di fuori andava montata come una tenda. Lo prendemmo in comproprietà col fratello più giovane di mio padre. Il carello era bello grande. Due camere matrimoniali per i miei genitori e i miei zii, mia cugina di 4 anni e mezzo dormiva in mezzo nel corridoio sopraelevato e io dormivo in veranda su una brandina. Mia cugina era troppo piccola per avere qualche cosa in comune con me. Giocava tutto il giorno con una bambina coetanea vicina di tenda. Beata lei. I miei genitori e i miei zii avevano altri amici più o meno coetanei. Dopo una certa età è facile essere più o meno coetanei. In campeggio c'erano parecchi altri ragazzi della mia età. Ma io non legavo molto. Già legavo poco con i miei coetanei di scuola... una vacanza di tre settimane era troppo corta per permettermi di stringere amicizie. Vivevo un brutto periodo... troppo piccolo per andarmene da solo, ma fuori con i miei genitori mi sentivo quasi un terzo incomodo... c'erano anche momenti divertenti, ma altre volte provavo quasi imbarazzo a seguire i miei nei loro spostamenti. Pensavo alle fortuna che avevano alcuni miei coetanei i cui genitori uscivano con i genitori dei loro stessi amici. Le vacanze finirono due giorni prima del previsto. Un giorno l'altoparlante del campeggio ci avvisò di una telefonata (il cellulare era ancora anniluce da noi). Era morta mia bisnonna. Un cancro. I miei genitori lo sapevano, io no. Ha sempre avuto problemi di salute... ma erano altre cose. Gambe rotte, artrite, convalescenze difficili.... il cancro è stato molto più veloce. Il termine "bisnonna" fa sempre un certo effetto. Ma non era vecchissima. Aveva settantacinque anni. Ricordo che la notte precedente avevo sognato che moriva l'altra mia bisnonna. Che invece sopravvisse per altri sei anni. Strana questa cosa. Ne rimasi un po' impressionato. Facemmo i bagagli alla veloce e ce ne tornammo a casa. C'era un caldo terrificante. I giornali dicevano che quella era l'estate più calda del secolo... Dicono così tutti gli anni, ma quell'anno era particolarmente vero. Ricordo quando passammo sul ponte sul Po' e lo vidi quasi completamente asciutto. Un rigagnolo che sembrava l'Acqua Chiara. Non lo avevo mai visto così. In autostrada senza aria condizionata mancava il respiro. E i miei genitori che fumavano... bleah... Mi consolavo che mancava ancora più di un mese alla fine delle mie vacanze. E il peggio era passato. Comprensibilmente però ero di pessimo umore. Pensieroso e scazzato. sabato, marzo 01, 2008 Giugno 1983
Arrivò anche la fine della scuola. Uscii con Buono, come previsto. Voto motivato più dall'andamento durante l'anno che dall'esame. L'esame fu uno schifo. Quasi uno schifo. Gli scritti andarono bene, soprattutto il tema. Era un titolo abbastanza impegnativo. Un misto tra marketing, studi socio-economici.. tipo come cambierà il mondo del lavoro, che preparazione devono avere i giovani di oggi per avere successo... boh... non ricordo di preciso, ma mi ritrovai a parlare della grande distribuzione, della scomparsa dei negozianti di paese a favore dei centri commercial, dell'importanza della pubblicità, dell'importanza di una formazione specifica e di una buona base culturale anche per svolgere "mestieri" che in passato si imparavano con l'apprendistato.
Matematica e inglese andarono bene. Gli orali invece furono un mezzo disastro. Riuscii a impapinarmi anche di fronte alla domanda "parlami di quello che vuoi" (che facevano a tutti, con il solo vincolo di dover parlare di tutte le materie collegandole tra loro). Iniziai un discorso improvvisato, completamente diverso da quello deciso in fase di preparazione.... e finii per bloccarmi in storia dove mostrai tutte le mie lacune del mio poco studio. Era giugno, non ce la facevo più, non mi ricordavo più niente.... Speravo di chiudere in bellezza con pezzo suonato col flauto che facevano fare a tutti quelli bravi. Invece il prof di musica disse che si era fatto tardi e lui non aveva bisogno di ulteriori verifiche e confermava il voto conclusivo del quadrimestre: buono. Dopo che avevo avuto ottimo per tre anni. Ma non sarebbe stato quello a determinare il giudizio finale. E' triste finire così... ma in ogni caso ciò che importava è che si concludesse questa orribile fase della mia vita. Non ero completamente contento, ma sollevato. Uscirono i tabelloni. Dei venti della mia classe, dieci sufficiente, tre buoni, quattro distinti e tre ottimi. Io ero lì nel mezzo, un filo sopra la media. "E' andata" - mi dissi, sforzandomi di lasciare alle spalle tutto, dimenticare, ricominciare e a pensare all'estate alle porte. Un'ennesima estate senza compiti. Un estate bellissima con i mei amci di sempre che erano già nel cortile dell'Ivonne sulla mitica panchetta "CocaCola" mentre il regisratore sul davanzale intonava Juliet di Robin Gibb. La nostra canzone dell'estate. |